Porte degli Inferi – Giovedì 19 maggio 2011. “Sede della Bolgia di Lato Oscuro”
Il principe nero, stava guatando, con lo sguardo torvo, il corpo inerte del suo ultimo collaboratore, coperto di mosche che, ferocemente, si accanivano sui brandelli di materia pendente dai bulbi oculari. Era già la seconda volta che era stato costretto a ricorrere alla “condanna del palo”. Non che la cosa gli dispiacesse: anzi! Infliggere quella punizione soddisfaceva, particolarmente, le proprie inclinazioni per il sadismo. Quella dell’impalamento era una tortura che aveva appreso da un fantasioso mortale della Transilvania che si chiamava Vlad III di Valacchia ed era passato alla storia anche come “Vlad Ţepeş”, in lingua rumena: Vlad l’impalatore. Quell’uomo geniale aveva, tuttavia, un solo grande un difetto: era entrato, come i suoi avi, nel famoso Ordine del Dragone: l’antico -“ordo draconistarum”- creato nel 1408 da Sigismondo di Lussemburgo, re d’Ungheria, con lo scopo di proteggere la Cristianità contro i Turchi.
Il Padre di Vlad si chiamava Dracul e siccome il significato di questo nome, in rumeno, può essere tradotto con la parola “Diavolo” Vlad III venne presto soprannominato “Figlio del Diavolo”. Per tutti divenne il figlio del Diavolo, salito dalle viscere della terra, per impalare i propri nemici.
Quel suo omonimo e presunto figlio, a parte l’appartenenza religiosa, gli era simpatico ed in suo ricordo aveva adottato il sistema del palo per punire i collaboratori che si dimostravano inetti ed incapaci. La tortura consisteva nell’inserire un palo appuntito in mezzo alle natiche, su per lo sfintere del malcapitato. Il palo veniva interrato alla base ed il peso del corpo del condannato faceva il resto: dopo molte ore di spasmi ed atroci sofferenze per quella dolorosa sodomizzazione, la punta aguzza del palo fuoriusciva all’altezza delle scapole. Inutile dire che a quel momento era giunta la fine e, purtroppo, cessava anche il divertimento di chi vi assisteva. Il nero Satanasso aveva perfezionato la tecnica e, tentando di rallentare il passaggio del palo attraverso il corpo. Aveva utilizzato dei pali molto secchi e scheggiosi, ma nonostante il diametro maggiorato, il sangue finiva col fare da lubrificante. Tra i suoi collaboratori era stato impalato, per primo, Mefisto e dopo di lui Pluton. Ora il suo nuovo portaborse si chiamava Malacoda, ma anche su di questo c’era poco da contare: anch’egli avrebbe avuto, prima o poi, il suo bel palo aguzzo tra le natiche. All’origine di tutto quel “impalare” c’era stata la contesa per il possesso di un’anima, già a suo tempo dannata e poi redenta: quella di Gano Garagnone, che era stata recuperata da quei signorini con le alette azzurre di “Lassù”. A dire il vero le anime erano state due se si conta anche quella di Attilio Sannito già, teoricamente, condannata per tentato suicidio. Nel caso di quell’Attilio era intervenuto l’odiato concorrente dei piani superiori e per il tramite di Pietro, Attilio era stato indotto al pentimento, alla confessione, alla comunione e quindi era avvenuto il recupero dell’anima sua per via dell’estrema unzione somministrata in punto di morte.
«Figli di puttana!» Stava pensando Lucifero guardando verso il Cielo: gli erano state sottratte delle anime già condannate alla dannazione eterna e delle quali si riteneva l’unico padrone.
«Sleali e maledetti!» Continuò ad inveire mentalmente il satanasso.
«Mi avete fregato un’altra volta… ma non pensate d’aver vinto.» Questo era il pensiero assillante che animava di revanscismo la sua volontà infernale. Era giunto il momento di agire: avrebbe mandato il suo nuovo portaborse per tentare, almeno, l’accalappiamento dell’anima di Gano Garagnone. Voleva che, a tutti i costi ritornasse in suo potere: era una questione di prestigio!