Italia, Roma – Venerdì 20 maggio 2011. “Natascia Reggiani e Gino Gargano”
Gino stava rigirando tra le mani il documento che sanciva definitivamente il cambio di parte della sua identità. Vi fu un tempo in cui il suo nome era quello di “Daniele”. Quel Daniele, tuttavia risultava deceduto a seguito di omicidio da parte di un marito attempato, ma gelosissimo, di una donna molto giovane che, disinvoltamente, concedeva le proprie grazie a chiunque fosse in grado di soddisfarne gli appetiti sessuali di una ninfomane. Fu così che Daniele venne sorpreso in fragrante copula con la giovanissima ed avvenente Silvana e venne assassinato, con cinque colpi di revolver, dal marito tradito. Poco dopo, il suo viaggio nel nulla lo fece approdare alle Porte degl’Inferi dove conobbe Lucifero che volle cambiargli l’identità. Ricordava ancora le parole del nero Principe della Bolgia di Lato Oscuro, che risuonavano alle sue orecchie:«…si chiamerà Gano come il traditore che ospitiamo nell’Antenora della nona cerchia. Sì, Gano di nome e Garagnone di cognome in ricordo delle sue passate gesta tra le lenzuola perché in un’altra lingua vuol dire “stallone” come l’attore italo-americano cresciuto nella zona, non proprio residenziale, di Hell’s Kitchen di New York.»
Con quel nuovo nome accettò di ritornare sulla Terra, quale emissario delle Forze del Male, con l’incarico di circuire la bella Elisangela. Non sapendo che la giovane psichiatra era un angelo in missione segreta anch’essa, ma per conto delle Forze del Bene. Ne fu affascinato, rapito dall’eterea bellezza di quella donna -risultata, poi, essere priva di sesso- e nel di lei studio conobbe Fra Giacomo che divenne il suo padre spirituale operando la sua definitiva conversione dopo aver esorcizzato la presenza malefica di Mefisto, che albergava nel suo corpo. Da quel momento la sua vita cambiò: lasciò la sua professione di insegnante di ballo per quella meno redditizia di Missionario Laico nei Paesi del Terzo Mondo. Il suo ultimo incarico si era svolto a Salvador de Bahia dove, con una collega divenuta la sua compagna di vita, aveva portato a termine la ristrutturazione della Sede della Missione Laica che si occupava dei meninos de rua in quella città del Brasile. Il fabbricato era stato acquistato con i soldi raccolti con una sottoscrizione del quotidiano presso il quale lavorava Francesca Salvadori, una giornalista amica di Learco, conosciuti ambedue in Brasile, nel corso di una rocambolesca avventura dove c’era scappato, ahimè, anche il morto: un certo Attilio Sannito.
«Gino e non più Gano!» si disse, mentalmente, considerando come la mutazione di una semplice vocale potesse cambiare, completamente, il senso di un nome. Il nome di Gano era associato, nell’Inferno Dantesco, a quello dei grandi traditori della Patria: Bocca degli Abati, Buoso da Duera, Tesauro Beccheria, Gianni Soldanieri, Tebaldello Zambrasi, Ugolino della Gherardesca e Ruggieri degli Ubaldini. Erano tutti relegati nella Zona dell’Antenora della Nona Cerchia e condannati a stare sommersi, fino al collo, nelle acque ghiacciate del Cocito. Ricordava inoltre che Gano di Maganza nella “Chanson de Roland” nell’anno 778 era stato il traditore che aveva tramato con il principe saraceno, signore di Saragozza, per provocare la morte di Orlando del quale era geloso, in quanto il paladino favorito di Re Carlo Magno. Si narra, infatti, che dopo la ritirata dell’esercito franco dal fallito assedio di Saragozza, la retroguardia degli armati di Carlo Magno, capeggiati per l’appunto da Orlando, mentre valicava i Pirenei venne assalita dai saraceni sul Passo di Roncisvalle nel territorio della Navarra. Fu su istigazione di Gano di Maganza, che si era venduto al nemico, che avvenne la carneficina di quei valorosi e del paladino prediletto dal Re. Tutti i soldati franchi si batterono da leoni ma caddero uno ad uno compreso l’eroico Orlando.
Gino riprese a leggere, nuovamente, il dispositivo del Provvedimento Legale che l’Avvocato Ernesto Farini, avvocato dell’amica Licia Giannini, gli aveva consegnato:
“...per i motivi suddetti ed avendo preso atto dell’abbinamento infamante dell’attuale appellativo di “Gano Garagnone” e della domanda rivolta all’ Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica Italiana, in carica pro tempore, esaminata la documentazione acquisita in atti, accoglie l’istanza della Parte interessata, affinché siano modificati i propri dati relativamente al nome e cognome, fermo restando tutti gli altri già acquisiti dall’ufficio anagrafico.
A U T O R I Z Z A
La modifica del nome in quello di “Gino” sostitutivo di “Gano” ed il cognome patronimico in quello di “Gargano” sostitutivo di “Garagnone”. Si dispone che i suddetti dati vengano acquisiti dal registro anagrafico del Comune di Nascita nonché in quello di Residenza con l’obbligo di notifica alla Prefettura ed alla Questura nonché agli Organi di Polizia Amministrativa, Tributaria e Giudiziaria del territorio della Repubblica ed inoltre ...”
L’avvocato aveva aggiunto, scherzosamente: «…adesso può chiedere l’emissione della nuova Carta d’Identità e del Passaporto con dei dati meno anomali di quelli precedenti.»
Non immaginava che il suo precedente nome, al quale si era abituato senza soffermarsi troppo sull’abbinamento infamante, potesse essere collegato, come aveva fatto Natascia -la sua attuale compagna di vita- all’infelicità che effettivamente c’era stata nella propria infanzia. Il nome della sua precedente vita terrena era stato scelto dal suo patrigno, il quale aveva sposato sua madre, nonostante aspettasse il figlio di un altro: un rivale che, messa incinta la donna, s’era poi dileguato. Il suo nome non era stato, quindi, la crudele vendetta ricaduta sul “bastardo” come spesso veniva apostrofato, quando veniva selvaggiamente picchiato da quell’uomo in preda all’alcool. Non fu mai accettato come figlio ed il matrimonio contratto solo per orgoglio ferito, altro non era stato che il “certificato di possesso d’un corpo avvenente”. Non era stato, dunque, amore ma una vendetta verso la donna alla quale quel figlio doveva ricordare la propria colpa: quella del tradimento.
«Uno strano modo d’amare una donna» si era detto Gino, più d’una volta, ed anche: «…”carità pelosa” nei confronti d’un bimbo non voluto.»
Con questi ricordi era cresciuto abbandonato a se stesso privo d’affetti e di una guida paterna. Era finito nel giro di cattive compagnie: qualche scippo, i primi furti con destrezza poi quelli con scasso ed in fine la condanna al riformatorio dove aveva conosciuto, anche, la droga. Uscito dalla casa di pena, a vent’anni, batteva le strade offrendosi a chi potesse pagare di più. Non gl’importava il sesso delle persone con le quali si accompagnava… purché pagassero. Con fatica, con i proventi di più d’un lavoro ed anche con molti denari regalatigli delle sue amanti attempate, era riuscito a diventare ballerino quindi maestro ed in fine ad aprire una scuola di danza. Tutto pareva filare liscio: belle donne non gli mancavano e, dopo il patto con l’inferno, i denari nemmeno ma poi… era accaduto il fatto sconvolgente con Elisangela, l’amicizia con quel sant’uomo di Fra Giacomo, ed infine, l’incontro con la dolce Natascia Reggiani: una donna nelle cui vene scorreva il sangue focoso della madre magiara. Era stato per l’insistenza di Natascia che aveva accettato di inoltrare la domanda al Capo dello Stato, chiedendo che gli fosse cambiata l’identità in quella di “Gino Gargano”.