Chapter 3

2045 Words
È l’ultimo giorno di silenzi, parole, emozioni, lacrime, istanti infiniti, notti solitarie, pentimenti, amori perduti e saluti; è l’ultimo giorno che ti scrivo dal carcere, ho saldato il mio conto con la giustizia e con me stesso. Ero o sono ancora un rapinatore? Cinque anni e otto mesi per rapina a mano armata mi hanno cambiato e la paura di rischiare di tornare dentro è troppo forte. Che cosa farò nella mia vita da uomo libero? L’unica certezza è che domani sarò libero. Profumo di bucato fatto di fresco e di fiori, nell’aria che respiro a pieni polmoni, con lo sguardo libero di attraversare l’orizzonte, senza linee verticali orizzontali di ferro, a imprigionarlo. Rapina a mano armata, 5 anni e 8 mesi interminabili di galera e di certo innocente non ero, come tutti i condannati si ostinano a sostenere, aggrappandosi all’errore giudiziario. Mia moglie non ricorda nemmeno più il mio nome e mia figlia, che ormai è già grande, il mio viso l’ha scordato. Non c’è nessuno ad aspettarmi all’uscita del penitenziario, alla periferia di questa città che non conosco; non ne sono affatto sorpreso, anche se, in fondo in fondo, una mollica di speranza ancora galleggiava nel sangue del mio cuore. Starnutisco, volgendo lo sguardo in direzione del sole, non sono più abituato alla troppa luce e mi fa questo strano effetto. Inforco un paio di occhiali neri non più alla moda, come gli abiti puzzolenti che indosso. Non importa, so dove andare, “il paese degli uomini liberi” mi attende; Muang Thai ovvero, per noi occidentali, Thailandia. In carcere il tempo per riflettere non manca e si fantastica su cosa si farà una volta scontata la pena. Adesso dipende tutto da Naso. Avrà ancora la mia fetta di bottino? Io non ho parlato e lui manterrà la promessa? Se non lo farà lo ammazzerò. Prendo al volo una corriera, mi aspettano alcune centinaia di chilometri, per giungere nei pressi della campagna, dove Naso svolge i suoi traffici al sicuro. Da troppi anni sogno di rivedere la mia bambina, ma non ho il becco di un quattrino. Decido di non avvisare Naso del mio arrivo, non per fargli una sorpresa, come a un vecchio amico, ma perché temo che se la svigni, rendendosi irreperibile. Quell’escursione in banca ci fruttò due milioni di euro e un quarto è mio, chissà se potrò mai godermi questa misera ricompensa, per sei anni di vita buttati al vento. Purtroppo non riuscirono a togliersi alcuna soddisfazione Chico e Bulldog, che caddero a terra come mosche, in quella maledetta sparatoria con la polizia. Mi passo le dita sul petto e la cicatrice mi ricorda che quella pallottola mi bucò a pochi centimetri dal cuore e il colpo, che partì di riflesso involontario dalla mia calibro nove, aggravò ancor di più la mia situazione e poi ti danno l’associazione a delinquere anche. Hanno risposto al fuoco invece i poliziotti, sì proprio loro, che spararono per primi uccidendo. Naso invece riuscì a fuggire con il suo passamontagna nero, imbracciando una mitraglietta Scorpion, grazie alla fortuna e alla sua agilità atletica, schivò i colpi e balzò in sella a una moto, dileguandosi con il bottino. Ho saputo che ha dato la parte di Chico alla madre e il quarto di Bulldog alla sua compagna, i suoi occhi di ghiaccio forse, in quella tragedia, trovarono un barbaglio di pietà e il mio quarto chissà se me lo avrà conservato per non averlo infamato. Finalmente la pianura padana scivola dietro al finestrino e il mio sguardo può spaziare, e il mio pensiero può correre oltre l’orizzonte; dalla mia cella invece, oltre le sbarre c’erano le montagne ad imprigionare il mio volo e per uno di mare, abituato a cavalcare sulla linea dell’orizzonte, significa essere rinchiuso due volte. Che voglia ho di rituffarmi fra le acque dei miei lidi, dove è ancora la natura primitiva a farla da padrona. La corriera mi sbarca in paese, dove la sola dimora di famiglia è al cimitero, i miei genitori sono sepolti lì. Al bar che frequentavo, molti giovani, non conosco praticamente nessuno, tranne il barista che è invecchiato anche lui, come me ed ha messo su una bella pancetta e suo figlio quanto è cresciuto, era un ragazzino allora, ed oggi, fattosi uomo, aiuta il padre nell’attività. Uno Spritz con il Campari, poche parole e riesco a farmi prestare dal gestore una vecchia bicicletta. – Riportamela, mi raccomando. – il barista con un sorriso sornione. – Ehi, per chi mi hai preso, per un ladro? – ribatto io sarcastico. Pedalo riempiendomi le narici dell’odore dell’erba e delle coltivazioni dei campi. La bici cigola un po’ sulle stradine sterrate, che fanno ballonzolare la borsa da sport, contenente i miei quattro stracci. Non ho neppure l’orologio, il mio Rolex d’oro lo diedi all’avvocato, con il bracciale e gli anelli, per pagargli le parcelle. Costeggio il canale d’irrigazione, l’acqua ha un colore diverso, da ragazzino ci facevo il bagno con gli amici, oggi, non ci immergerei neppure un piede, è putrido e infestato dalle nutrie e pesci non ne vedo più saltare. Ci passavamo intere nottate a pescare, in compagnia di qualche bottiglione di vino e al mattino avevamo il pescato per sfamare l’intera famiglia per giorni. Rivedo tutta la mia infanzia, la spensieratezza di quell’età, quando ancora ero puro, con il mio viso ingenuo e glabro. I cani di Naso mi hanno già fiutato e cominciano ad abbaiare, avvertendo il padrone, che uno sconosciuto si sta avvicinando alla loro proprietà. Naso se ne sta seduto su di una sedia a dondolo, sotto ad un gazebo, con un tavolo di legno apparecchiato a festa ed il barbecue, di lato, è fumante. La prima cosa che si notava in lui era il prominente naso aquilino, una proboscide che si stagliava dal viso, allungandosi e ingrossandosi sul profilo, quasi un arto a sé, e Naso non è più Naso. Si è avvalso della chirurgia estetica, ed ora indossa un nasino da fotomodello, alla francesina, leggermente ripiegato all’insù e devo dire che fa risaltare la sua bellezza, con quell’enorme bozzo però se ne è andata anche la sua particolarità, la sua originalità. – Ti stavo aspettando caro amico. – Naso, aprendo il cancello e venendomi incontro. Ci abbracciamo forte. – Complimenti per il naso nuovo. – io, prendendogli il mento fra le dita e spostandoglielo da un lato all’altro per ammirarlo meglio. – Con un po’ di soldini si possono risolvere tanti problemi. – Naso, leggermente impettito. Alla parola denaro i miei occhi lo fulminano con bagliori accecanti e Naso, con versatilità straordinaria, per fugare ogni dubbio, allarga la bocca in un sorriso di denti ingialliti da nicotina e hashish. – Questa apre una cassetta di sicurezza al deposito bagagli della stazione di Milano. – Naso, mi mette fra le mani una chiave. – C’è il tuo quarto. Cinquecentomila euro, tondi tondi. – sottolinea Naso. Il mio labbro superiore sovra-sviluppato si avvicina a lui e gli stampo un bacio in bocca tenendogli la testa fra le mani. Lancio un urlo e salto dalla gioia. – So che le parti dei due poveri amici, Chico e Bulldog, sono arrivate nelle mani giuste. – io, con un tono di amarezza e nello stesso tempo di ammirazione. – Lo sai che noi siamo di quelli all’antica, un certo codice ancora lo rispettiamo, come rispettiamo i nostri amici caduti sul campo di battaglia ed i loro cari, che di quei soldi, ne avevano veramente bisogno. Anzi, la mia gratitudine va a te, che hai tenuto le labbra incernierate. Non sai per quante notti non ho dormito dopo il colpo, mi aspettavo che la pula venisse a prendermi da un momento all’altro, anche se non ho mai dubitato, neppure per un momento, sul tuo onore. – Naso, con voce stentorea. – Sono veramente fiero di te Naso. – io, allentandomi la cravatta. – Anzi, io mi devo scusare per non averti aiutato con gli avvocati e con la tua famiglia. Provai a dare una busta a tua moglie, ma lei la rifiutò, e se posso aggiungere una cosa, la rifiutò anche in malo modo, maledicendo te e i tuoi compagni. – Naso, facendosi tagliente. – Sì, lo so, Naso. D’altronde non posso neanche darle tutti i torti. Le avevo assicurato che avevo chiuso con le rapine, le mentii, beh, acqua passata, ormai è la mia ex moglie, siamo divorziati. – io, sfoderando un sorriso malinconico. – Lo sai che vive con un impresario della città, già da qualche anno? – chiede Naso con mestizia. – Sì, sono a conoscenza di tutto. L’unica cosa che mi rode è che non potrò più vivere con mia figlia, a proposito hai notizie di lei? L’ultima volta che venne a farmi visita in carcere fu con la madre, quando mi portò le carte da firmare per il divorzio. – io, scoccandogli una stillata ottica. – È già una donnina, l’ho incontrata per caso, all’uscita di scuola. – Naso, sogghignando. – Ehi, se frequenta cattive compagnie devi fare rapporto immediatamente. – io, con l’autorità che un tempo mi competeva. – No, no Lucky stai tranquillo, è una brava ragazza, pensa solo a studiare. – Naso, piegandosi sotto il peso della forza del nome che porto. – Ma dimmi, come ti devo chiamare ora, che non hai più quell’orribile nasone, eh Naso? – io, portando il discorso su binari più distesi. – Per te, ma solamente per te, ricordatelo bene, io sarò sempre Naso. – l’amico puntandomi l’indice. Una voce di donna, proveniente da una finestra aperta, mi fa sobbalzare, la riconosco, è Paola la moglie di Naso. – Lucky, finalmente sei tornato, fatti un po’ vedere, sei sempre un gran fico, ti trovo in perfetta forma, sei anche più muscoloso di prima, ti manca solo un po’ d’abbronzatura. – Paola, con voce squillante. – Dai esci, che sono ormai sei anni che non bacio una donna. – sorridendo io. Dall’uscio spunta una figura esile, che arranca sostenendosi a una stampella. Osservo Paola di sottecchi, con la bocca semiaperta, le ciglia tremolanti e i miei occhi neri si fanno ancora più scuri, come la pece della notte. Cerco di ricomporre la mia espressione. Paola, le lenti degli occhiali ancora più spesse, una crocchia stretta sulla nuca, a raccogliere capelli biondo cenere, troppo sfilacciati. Due birre in una mano, abbandonata lungo il fianco. – Aspetta, stavo per andare io a prendere da bere. – Naso, che corre incontro alla moglie sfilandole le due bottigliette, per lei troppo pesanti. – Guarda che ce la facevo. – Paola, con la solita sua soavità nel modulare la voce. Ci stringiamo forte, poi Paola si adagia su di un canapè e Naso mi porge una birra fresca. – Dai su, siediti accanto a me, parliamo un po’. – mi esorta Paola. Strascico una sedia avvicinandomi e tenendo lo sguardo basso, a far roteare la bottiglia fra le mani. – Come va Paola? – io, rammaricato e preoccupato del suo stato di salute. – Certi giorni va meglio e certi giorni va peggio. – Paola, sospirando. – La sclerosi multipla è una brutta bestia. – Naso, sciabolando con le braccia nell’aria, in mano un forchettone per girare la carne sulla graticola. – Dopo quel colpo Naso ed io… – Ehi amore, solo Lucky può chiamarmi così, a te non lo permetto. – Naso, scherzando, poi si avvicina alla moglie e la bacia dolcemente. – Come ti stavo dicendo Lucky, siamo stati sul punto di prendere la decisione di andare a vivere ai Caraibi. – Paola, che viene interrotta, ancora una volta, dal marito. – Non perché temessimo che tu spifferassi il mio nome, ma per goderci un po’ la vita, prima che la malattia … – Naso, ingurgitando d’un fiato la birra, per soffocare il dolore. – Ma poi, la malattia ha avuto il sopravvento. Che accadesse così presto non ce lo aspettavamo, per cui ci accontentiamo della nostra compagnia. Il mio bravo maritino ha un lavoro onesto, a parte un po’ di fumo e mi accudisce come una bimba. – Paola, sfarfallando con i suoi occhioni azzurri. – Voglio andare in Thailandia. – io, reprimendo un sospiro. – Hai proprio una gran voglia di fica fresca, eh Lucky, certo che sei anni sono lunghi. – Naso, porgendomi un’altra birra.
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