Chapter 4

2145 Words
– Figurati se uno stallone come Lucky ha bisogno di andare fin là, per trovarsi una ragazza, sembra che abbia dieci anni in meno di te. – Paola, prendendo le mie difese. – 41 sono già scoccati. Un mio compagno di cella, Lando di Taranto, ladro d’auto di prestigio, che rubava e poi portava all’est, con i suoi racconti sulla Thailandia, dove vi soggiornava sei mesi all’anno, mi aprì una via nuova, sentii che avrei avuto un’altra possibilità in quel paese e l’aggrapparmi a quel sogno contribuì, giorno dopo giorno, a darmi la forza per continuare a tirare avanti. Lando parlava ed io mi prendevo una serie di appunti mentali, che mi rilassavano, decantando la mia rabbia per essere al gabbio e aver perso la mia famiglia e gli amici finiti sotto terra. Oltre a sognare le ragazze, mi vedevo fra quella gente dai modi gentili, dal cuore libero dall’odio e dall’aggressività e un mare puro, dove lavare, ogni giorno nell’azzurro, tutti i peccati e i reati commessi. – io, gongolando nel sogno. – Finalmente ti sei redento. – Paola, labbra piene, nasino dritto, zigomi alti, mento ben disegnato. – Mi sa, che come tanti, per non impazzire al gabbio, tu, ti sia attaccato alla religione, al Buddhismo, non è vero Lucky? – Naso, servendoci braciole fumanti. – Purtroppo, non riuscirei mai a essere un buon buddista, perché quella filosofia impone cinque regole, che io non ho mai saputo rispettare. Non uccidere nessun essere vivente (con la mano schiaccio sul braccio una zanzara, che in quest’autunno, che assomiglia più a un fine estate, ancora resiste). Non bere sostanze inebrianti (alzo la birra in un brindisi). Non desiderare la donna d’altri. Non rubare. Non mentire. – io, dopo aver tagliato la carne, una fetta generosa mi si scioglie in bocca. – è squisita, dovresti aggiungervi solo un pizzico di timo e maggiorana, oltre all’origano e al rosmarino e al pepe già presenti, otterresti una miscela di spezie esaltante. – rilevo io, gustandomi l’ottima carne. – Non dirmi che ti intendi anche di cucina adesso, proprio tu, che non hai mai saputo fare neanche un piatto di pasta. – Naso, ricordando i tempi in cui condividevamo gli stessi appartamenti. – Lando mi parlò a lungo di Ottaviano, un suo amico che ha un ristorante italiano a Phuket, un’isola della Thailandia frequentata da molti turisti, un vero paradiso. È là che sono diretto, perciò, durante il mio soggiorno in collegio, mi feci assegnare un lavoro in cucina, ed ora so destreggiarmi con qualche ricetta. La mia idea è di acquistare un ristorante a Phuket ed il mio primo contatto sarà appunto Ottaviano, l’amico di Lando. – io, tirando fuori dal cassetto un sogno impolverato dagli anni. – L’idea non è male, cosa ne pensi Paola se seguo Lucky. – Paola, con la stampella gli sferra un colpo ad uno stinco. – A mio avviso potrebbe essere un buon investimento. Vedo già l’insegna luminosa: “Da Lucky Luciano.” – Paola, facendo tintinnare, al vento soffice, i suoi orecchini d’oro, come campanellini che annunciano un evento. – Non esageriamo, non mi sembra il caso di chiamare in causa un nome così importante, che può avere una risonanza non sempre amata da tutti, anche se il mio nome, Luciano, grazie al mestiere che ho fatto sino ad ora, è stato unito ad un soprannome, Lucky, fortunato, alquanto equivoco. – io, sempre incline al realismo. – Tu fosti baciato dalla fortuna come lui, quella pallottola se non fosse stata deviata dal tuo medaglione d’oro, ti avrebbe bucato il cuore. – Naso, prendendo il mio sole ammaccato, che porto sul petto, fra le mani e baciandolo. – Lui, ebbe due fortune se non vado errato, la prima, quella che creò la leggenda, che fu fisica e la seconda, quando venne tirato fuori di galera dai servizi segreti americani. – io, con la bocca piena. – Aspetta, ho qui un libro che narra la sua storia, ogni tanto la leggevo pensando a te. – Naso inizia a sfogliare il libro, che di corsa è andato a prendere in casa. Si schiarisce la voce seccando una birra e prende a leggere. – Lucky Luciano, un uomo, una leggenda di mafia. Erano gli anni’20. Negli Stati Uniti d’America imperversava il jazz e andavano di moda le bische sotterranee per il gioco d’azzardo. Tutti cercavano di scordarsi la guerra, e si lamentavano del proibizionismo. L’alcol era vietato. Produrlo, distillarlo, contrabbandarlo era l’attività più lucrosa della mafia americana. “Cosa nostra” stava diventando talmente ricca che cominciò a sventrarsi dall’interno per l’avidità. Quando Maranzano, scagnozzo di un importante padrino siciliano, cercò di spodestare il padrino di New York, Joe Masseria, scoppiò la cosiddetta guerra dei Castellamaresi. Nessuno avrebbe pensato che ciò che successe dopo, sarebbe stato così rivoluzionario. Fu la più sanguinosa faida fra le bande che l’America avesse mai visto. Salvatore Lucania in quegli anni era solo un picciotto. Faceva il killer per Joe Masseria. Era fedele ma stava solo aspettando il suo momento. I Maranzano, famiglia rivale, lo catturarono in un agguato. Salvatore aveva poco più di vent’anni, ma sapeva che parlare, per i mafiosi, era peggio che morire. Così non parlò. Lo sfigurarono. Poi gli tagliarono la gola da parte a parte e lo appesero per la schiena ad un gancio da macellaio lasciandolo sanguinare. Salvatore Lucania riuscì a sganciarsi e a scappare. Da quel giorno divenne Lucky Luciano, Luciano il fortunato, ed ebbe inizio la sua leggenda. La cicatrice sull’occhio semichiuso rese la faccia di Lucky Luciano la più spaventosa di New York. Il carisma e la fama lo portarono a formare un piccolo esercito di uomini e così fece la sua mossa. Una sera andò a cena con il boss Joe Masseria, e la sua guardia del corpo in un ristorante italiano. Dopo il dessert Luciano si alzò, chiese il permesso di allontanarsi ai suoi commensali, e andò in bagno. In quell’esatto momento i killer di Luciano entrarono nel locale e ammazzarono i due uomini. Dopo averli uccisi si occuparono anche del suo nemico Maranzano. I due contendenti erano stati fatti fuori. Lucky Luciano era da solo al comando della mafia italo-americana. Adesso poteva cominciare la sua ascesa al potere assoluto. Per fare questo, decise di eliminare tutti i suoi nemici. Lo fece in una notte di settembre, passata alla storia come la notte dei Vespri Siciliani. I cadaveri di quelle persone non furono mai più nemmeno ritrovati. Fu l’inizio di una nuova era della mafia. Lucky Luciano aveva appena trent’anni. Non faceva parte di nessuna famiglia e non ne formò mai una sua. Il suo potere era fatto di alleanze e di una grande disponibilità di uomini. Una fitta rete di spacciatori e corrieri sparsa per gli USA gli dava la possibilità di gestire enormi quantità di denaro, che passava dalle sue mani. Luciano fu il primo boss mafioso a sfruttare il racket della prostituzione, riorganizzandolo. I bordelli e la droga quindi, che i vecchi boss consideravano un modo infame di fare soldi, fecero la sua fortuna. Tutti gli uomini sul libro paga del boss gli assicuravano il controllo completo sul territorio. Lucky Luciano trasformò la mafia in uno stato. Cercò il più possibile di non far rumore, perché gli affari miglioravano se c’era stabilità. Per mantenere la pace riunì i capi delle famiglie mafiose e istituì la “commissione”: una specie di consiglio d’amministrazione della mafia. La mafia corrompeva funzionari, truccava appalti milionari per lavori pubblici, e s’infiltrava ai vertici delle organizzazioni sindacali. Poi si divideva spese e guadagni. Restarono però alcuni dei rituali tradizionali, perché la gente avesse qualcosa in cui credere, e di cui avere paura. Luciano non diede nessun nome all’organizzazione, disse che era convinto che nessuno doveva sapere dell’esistenza di questa “cosa nostra”. Mentre la mafia si riorganizzava sotto la guida della commissione, anche l’America stava cambiando. Il proibizionismo era stato abolito, e la ripresa economica americana coincise con una lotta fortissima alla mafia. Lucky Luciano fu arrestato nel 1936 per favoreggiamento della prostituzione. Lo inchiodarono le testimonianze di tre ragazze che lavoravano in uno dei suoi bordelli, e che erano state sue amanti. Fu dichiarato colpevole ben 546 volte. Vietò ai suoi uomini di uccidere il procuratore che lo aveva arrestato. Restò in silenzio. Dal carcere continuò indisturbato i suoi traffici; anzi, con la seconda guerra mondiale, Lucky Luciano sarebbe diventato un eroe americano. – Naso, richiudendo il libro. Prima i cani e poi le oche ci interrompono, annunciandoci l’arrivo di estranei. Naso scatta in piedi, inforca un cannocchiale e scruta la strada oltre il canale. Al di sopra del centro tavola, dell’uva, delle arance, delle mele, il viso di Paola che all’improvviso si rabbuia, ricordandomi di mia moglie. Ogni volta che qualcuno bussava alla porta, la mia donna, essendo a conoscenza del mestiere che facevo, trasaliva, immaginando il peggio. Era la pula venuta ad arrestarmi? Le portavano la notizia della mia morte? In quei momenti una smorfia le piegava all’ingiù le labbra dipinte col rossetto, lasciava cadere il capo sulle mani, arricciava il naso e poi alzava gli occhi al cielo in una preghiera. Sul colore guscio d’uovo dell’intonaco della casa, l’ombra di un’auto che rallenta. L’uomo al volante abbassa il finestrino e lancia un pacchetto a Naso, che se ne sta in piedi davanti al cancello, un segno della testa e la macchina sferraglia facendo riattaccare i cani ad abbaiare. Naso sfodera dalla tasca dei pantaloni un coltello a scatto e apre la posta ricevuta, ne fuoriescono una decina di mazzette di banconote da cento euro, li conta. – Tutto a posto. – prende la mia borsa e li riversa dentro. – Ecco, questi sono tuoi. – Naso, ansimando leggermente per lo stress del rischio che l’operazione ha comportato. – Che significa? – io, rimanendo sorpreso. – Sono solo interessi, quelli che il tuo quarto ha fruttato in questi anni. Operazioni finanziarie. Prendili. – Naso, accendendo dei bengalini per rischiarire l’oscurità della sera. – Ok, li accetto, sai, fare il sottocuoco al penitenziario non rende molto. – io, dopo aver esitato. – Allora, dimmi che cosa ne pensi di questa crostata? L’ho preparata con le mie manine apposta per te. – Paola, porgendomi una fetta di torta. – È ottima, complimenti. – io, leccandomi i baffi. – Ed il rum ti piace ancora Lucky? – Naso, con in mano una bottiglia di Havana. – Certo, versamene un bel bicchiere, sono anni che non mi faccio un goccio come si deve. – io, accendendomi una sigaretta. – Vieni con me. – Naso, iniziando a sparecchiare. Lo seguo aiutandolo, mentre Paola entra in casa e si piazza sul divano, davanti alla TV; l’umidità della sera non giova al suo stato di salute. – Resti a dormire? Ti abbiamo preparato la stanza degli ospiti, anzi, per meglio dire, la tua stanza, dove hai dormito tante volte con Miriana. – mi lancia uno sguardo complice Paola. – No, è meglio che vada in albergo, mi terranno sotto controllo. – io, riempiendo insieme a Naso la lavastoviglie. – Poi ti accompagno, adesso vieni, ti voglio mostrare i miei orsetti. – Naso con tutto il suo amore per gli animali. Gli orsetti lavatori sono veramente belli, quelle morbide palle di pelo, mi fanno una certa tenerezza. Naso ha sempre avuto un parco fantastico, che cura con la massima attenzione. In un laghetto artificiale cigni bianchi e poi pavoni, galline di ogni razza, faraone, conigli, tartarughe, uccellini, furetti. Quando dormivo qui spesso, con Miriana, la mia amante di allora, aveva anche un pappagallo cenerino, Loreto, che ci svegliava troppo presto la mattina. Miriana faceva la modella, l’avevo conosciuta in qualità di pusher, per della cocaina. Una rossa di coscia lunga, qualche efelide sul viso, ed un culo a mandolino che suonava da Dio sotto il peso del mio corpo. Fu subito intesa fra noi e con la scusa di qualche tiro prendemmo a frequentarci. Le prudeva la carne e te lo faceva capire strusciandosi addosso come una gattina in calore. E quella notte, a casa di Paola e Naso, non c’erano porte alle stanze da letto attigue, causa lavori di ristrutturazione in corso, ma Miriana volle comunque fare all’amore, incurante del fatto che i nostri ospiti ci avrebbero sentiti, e lei nell’eros non sapeva controllarsi. Così, a cavalcioni sopra di me, sfoderò tutto il suo repertorio di ululati e di frasi lussuriose, nei momenti in cui tutti i sensi le si scuotevano. Loreto, in un baleno, imparò quelle note umane che vibravano sulle corde dei sensi di Miriana, insistendo sul repertorio per molti giorni, fra i nostri sorrisi non privi di imbarazzo. Foglie ingiallite d’autunno sui miei pensieri intossicati e sotto le suole delle nostre scarpe, che attutiscono i passi sul velo della notte appena scesa. Una volta nel fienile, da una balla di paglia accatastata, Naso estrae due Berretta, me ne porge una.
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