Chapter 5

2584 Words
– È pieno di topi, facciamo pulizia. – Naso, con una smorfia sadica sul viso. Puntiamo le torce in direzione delle travi di legno dove corrono ratti grossi come gatti e facciamo fuoco colpendoli. Metto la sicura e restituisco la pistola all’amico. – Tienila è tua. – Naso, togliendo il colpo in canna. – No, ho chiuso con questi aggeggi infernali, ci sono già stati troppi morti. – biascico io. – Ti volevo proporre di organizzare un colpo, uno di quelli che solo tu sai mettere in atto. – Naso, con la sua perenne espressione di leggero stupore. – Sì, come l’ultima volta; due morti, io ferito grave e al gabbio per sei anni. Solo a te è andata bene. – io, ascoltando con il tatto il mio medaglione d’oro ballonzolare sotto la camicia. – Forse, ti sei scordato che anche a me non è andata sempre bene. – Naso, con gli occhi resi vitrei da un certo disagio. Naso si fece un annetto per detenzione e spaccio di fumo. Fu una soffiata. Erano in due macchine ben imbottite, dovevano solamente fare il trasporto dal mare alla città, la droga non era sua. Gli sbirri sbucarono dalla campagna in tenuta da combattimento, li aspettavano. L’ipotesi meno accreditata fu quella di una spia, quella più plausibile è che tutto fosse commissionato dai carabinieri, che si avvalsero di colui che prese il contatto con la banda per la consegna. Non erano mai riusciti ad incastrare Naso, era troppo furbo ed immancabilmente, li beffava. – Vuoi andare contro il tuo karma? Vuoi raggiungere il Nirvana, l’Illuminazione, interrompendo il ciclo delle reincarnazioni? Hai paura di rinascere topo la prossima volta? – Naso, sentendosi abbandonato dal suo amico, dal suo capo. – Ma sì, vattene a fare qualche mese fra le troie dagli occhi a mandorla e quando ti sarai mangiato, bevuto e scopato il tuo quarto tornerai qui, a fare il tuo mestiere, perché tu, come me, oltre ad avere bisogno di un sacco di soldi per vivere, necessiti di forti scariche di adrenalina, di rischio e di potere. – Naso, accalorandosi. – Diciamo solamente che ho bisogno di rilassarmi per un po’, ok. Ti basta questa risposta? – io, con una calma inscalfibile, poggiandogli una mano sulla spalla e ricevendo da Naso un segno di assenso con una mossa della testa. Paola si è assopita, le medicine che assume dopo i pasti le danno sonnolenza. Le accarezzo la fronte coperta dalla frangetta e le sussurro all’orecchio: “Lucky, ti augura good luck”. Infilo la chiave del mio tesoro nella catena, sul medaglione custode del mio cuore. Imbraccio la bicicletta prestatami dal barista ed anche se Naso insiste per riportagliela lui l’indomani, io, volendo mantenere la parola data al legittimo proprietario, prendo a pedalare nel buio, su quel sentiero pieno di buche e Naso a seguirmi in auto, illuminandomi il tragitto, con i fari anabbaglianti. Solo il tempo di un caffè nel nostro antico ritrovo, il calore di qualche stretta di mano, più o meno amica. Lido delle Nazioni, uno dei sette lidi Comacchiesi, alloggerò un paio di giorni al Babilon. – Adesso è meglio che torni a casa, Paola si dispiace quando si sveglia e non ci sono e poi, forse, non è il caso che ci vedano assieme. – Naso, calcolatore scaltro e marito premuroso. – Certo Naso, a presto, grazie di tutto. – io, stringendogli forte la mano. L’albergatore, una vecchia conoscenza, mi fa festa ed evita di chiedermi dove sono stato per tutti questi anni, allora i giornali ne parlarono ampiamente della rapina. Prendo una stanza, ma prima di entrare, con una bottiglia di champagne, attraverso la strada e mi siedo sulla battigia, in riva al mare. Sfilo dalla tasca dei pantaloni il sacchettino, che contiene un pugno di sabbia, che porto sempre con me e lo spargo in mare, per poi riempirlo di nuovo con altra sabbia, a significare che un altro periodo della mia vita è appena iniziato. Nella mia cella, quando mi prendeva la nostalgia, lo odoravo, e come da una conchiglia all’orecchio, udivo il rumore del mio mare. Apro la borsa e fra le mazzette di banconote e tute da ginnastica infeltrite, estraggo il mio diario, l’unico vero compagno fedele di questi ultimi anni, colui il quale mi ha sempre ascoltato. §§§ Finalmente mi sono ricongiunto con il mio mare ed anche se la temperatura non mi consente un tuffo, le sue parole fra le onde, mi bastano. Tutto è cambiato da quando sono uscito; chi perde a lungo la libertà, come chi si è trovato in punto di morte, apprezza di più la vita, si dà maggior valore ad ogni cosa ed ogni sensazione si amplifica. È una seconda nascita e so che dovrò imparare tutto e ripartire da zero, perché riprendere dal momento, che precede quello in cui mi hanno messo le manette, sarebbe insensato. Forse, bisognerebbe imboccare la via del distacco da se stessi e dal mondo per prepararsi alla morte ed arrivare al tutto, invece io, mi sento più attaccato, ancorato a questo porto da dove ripartirò, a dimostrare la nostra fragilità di uomini, il nostro istinto animale di conservazione, il nostro accanirsi a non voler lasciare la madre terra. Io, che in carcere cercavo di avvicinarmi alla spiritualità, adesso, mi rendo conto di quanto sia aggrovigliato alla matassa della materialità. Fra le sbarre quanti giorni a parlare con Lando di spiritualità. Lando, con la sua testa pelata a forma di uovo, prendeva ad istruirmi sul buddismo, in cui cercava il suo riscatto e parlava e parlava gesticolando, con quelle mani grandi e irsute. – Nei territori rurali della Thailandia è possibile osservare ancora la stretta relazione tra l’uomo e le sue tradizioni; al contrario, con la crescente urbanizzazione iniziano a dissolversi i legami sociali e culturali e anche il buddhismo perde la sua influenza nella vita di tutti i giorni. Tuttavia persino nelle grandi città i templi rappresentano delle oasi di pace al centro della laboriosità e del traffico caotico. Un muro protegge il quartiere dei templi sacri e del monastero dal rumore esterno. All’interno di questi centri religiosi trovano rifugio i credenti e si studia la dottrina buddhista che si affermò più di 2.500 anni fa. Coloro che visitano i templi thailandesi possono trovare in ogni angolo rappresentazioni di Buddha: affreschi anche lunghi diversi metri, sculture fuse in bronzo o oro. Spesso vi sono centinaia di queste immagini all’interno di un solo watt. I credenti dimostrano la loro fede all’Illuminato prostrandosi di fronte alle sue raffigurazioni, adornandole con fini piastrine d’oro e accendendovi davanti delle candele. Nonostante questo, Buddha non viene pregato in senso cristiano: egli è il maestro e non un Dio. Le forze mistiche che gli vengono attribuite in alcune raffigurazioni fanno parte per lo più della leggenda, ma i credenti hanno una grande fiducia nei suoi poteri miracolosi. Gli amuleti con la figura dell’Illuminato vengono considerati efficaci protezioni contro il pericolo. Tuttavia l’uomo non può tenere Buddha solo per sé, quindi, non può neanche comprarlo; di conseguenza le raffigurazioni di Buddha possono solamente essere prese in affitto. I credenti che fanno eseguire da un artista una riproduzione di Buddha ottengono meriti particolari e possono essere aiutati in situazioni sconsolate o proteggersi dalla sfortuna. – Lando quasi in estasi. Ed io cominciavo a vederla, attraverso i suoi occhi, la Thailandia e immaginavo il mio volto sorridente fra i loro visi e quel macigno sul petto, piano piano, si alleggeriva, perdeva la gravità del suo peso. E le giornate di prigionia diventavano meno logoranti. Rivedo la mia cella di pochi metri quadrati, in un angolo un fornellino, alcune pentole, un letto singolo, il mio ed uno a castello, sotto ci dormiva Lando, scelta dominata dalla sua mole corpulenta, e sopra lo Smilzo, un pappa che comprava ragazze nell’Europa dell’est per poi farle battere, con cui non legammo mai particolarmente. Lo Smilzo, faccia lunga senza mento, con la fronte perennemente corrugata, una barbetta rada e muscosa, con quel tipico modo di sbattere gli occhi di chi porta le lenti a contatto nell’aria asfittica di un bar. Lo Smilzo, capelli impomatati e lisciati all’indietro a evidenziare la punta dell’attaccatura nel centro della fronte. Secco come un manico di scopa, con una faccia aguzza e smunta, il naso pronunciato a becco e gli occhi due capocchie di spillo. Lo Smilzo, sofferente fin da bambino di asma, spesso attaccato al suo broncodilatatore spray. Sopra al mio letto le foto della mia famiglia, mia moglie e mia figlia ritratte nei momenti salienti, belli ed importanti della sua crescita ed io non c’ero, proprio quando aveva bisogno di un padre. A fare compagnia a Lando nei suoi sogni, c’è un’immagine di Buddha e foto di mare e di belle ragazze thai. Al piano alto lo Smilzo non aveva altro che pareti nude, lui era attaccato solo ai soldi. Salgo in albergo, mi faccio una doccia ed indosso abiti puliti, per prima cosa, domani, mi farò un guardaroba nuovo, tutto estivo ed una valigia per la Thailandia. In questo hotel passai la prima notte di nozze. Dalla finestra vedo ancora la mia spider parcheggiata giù e grandi quantità di riso fra le lenzuola, ne avevo persino negli slip; i miei amici salirono con dei sacchi pieni sul tetto della chiesa, per vuotarmi addosso una quantità industriale di chicchi. Quanto era bella la mia dolce mogliettina in cinta di tre mesi. Prima che mi prenda la paranoia decido di uscire, anche se è già autunno, qualche locale è ancora aperto, chissà che non trovi una puttana, ne avrei proprio bisogno. Al Chalet del mare, in questa serata infrasettimanale, ci sono i balli latino-americani. Più che altro coppie già formate e donne della mia età ed oltre, che a me non attizzano, le considero delle vecchie, probabilmente, per me, il tempo interiore, e quindi anche l’attrazione sessuale, si è fermato al momento dell’arresto. Di certo non sono leggiadre nella danza, come le caraibiche, con quei culoni appesantiti, seni cadenti e visi sfatti e troppo truccati. Al bancone, sedute su alti sgabelli, due belle ventenni bionde, mi avvicino, prendo posto, ordino un Chivas Reagal on the rocks ed in inglese chiedo alle ragazze cosa bevono e loro non tentennano, rispondendo di gradire due cocktail a base di vodka. Avendole ascoltate parlare nella loro lingua madre, avevo compreso che provengono dall’Est e perciò sapevo di non fallire con il mio inglese insegnatomi, fra le sbarre, da Lando, per prepararmi alla lingua che ogni giorno avrei usato in Thailandia. Il pacchetto da cento euro che sfodero, per pagare i drink, non lascia indifferenti le ragazze e così la conversazione inizia, senza tanti stupidi preamboli. Sono polacche, entraineuse di un nightclub che hanno la serata libera. Le cocche hanno voglia di divertirsi, balliamo e beviamo e durante gli strusciamenti di una salsa, Magdalena, quella che mi piace di più delle due, per i suoi occhi blu ed un fisico statuario, di quattro dita più alto di me, sembra apprezzare le mie avance. La casualità vuole che alloggiamo nello stesso albergo, perciò tutto diventa più facile. A notte fonda siamo tutti e tre un po’ sbronzi e l’aria fresca del mare fa evaporare gli effluvi dell’alcol, placando le nostre risate incontrollate. Alla hall del Babilon ordino una bottiglia di champagne e me la faccio portare in stanza e le belle, dopo qualche indugio di circostanza, salgono con me. Tre flute e fragole fresche ed i nostri vestiti prendono a volare dappertutto e con un piede spingo la mia borsa da ginnastica sotto il letto. Magdalena m’infila la lingua in bocca e Ivana, la sua amica, mi toglie i pantaloni. Due lingue per leccare, tutto doppio. A differenza di molte donne che sono un po’ meccaniche, queste due polacchine hanno una fantasia ben addestrata. Neppure nelle notti in cella, nei miei sogni più erotici, ho immaginato episodi in cui ci si può sollazzare ad un livello tale. Tutti e tre legati in modo viscerale. M’addormento fra gli angioletti e dormo un sonno che non dormivo da anni, troppi anni. Mi sveglio a mattino inoltrato e mi sento un altro uomo, dopo la notte super s*x. Decido di fare jogging sulla spiaggia, per far arrivare l’ora di pranzo, dove ho appuntamento con le mie due troiette. Mare. In quella tranquillità osservo i gabbiani che volano bassi, tagliando il cielo con ali immobili e strida acute, ascolto lo sciabordio delle onde, che s’infrangono contro la scogliera e avverto l’odore di salsedine e di alghe. Colori, rumori e odori di un paesaggio lontano dai dilemmi della vita quotidiana. Lo sguardo fisso nell’azzurro del mare, che all’orizzonte sembra unirsi con quello del cielo, suggerendo l’idea dell’infinito. La marea si è ritirata e ha decorato la sabbia intatta di conchiglie e di tronchi d’alberi amputati dalla terra. La mia attenzione viene catturata da una bottiglia, la prendo fra le mani e la riempio delle parole che esprimono i miei desideri, la tappo e poi la lancio in mare, nessun messaggio scritto, solo parole e corro, corro incontro al mio destino. Scruto il mare antistante, che è tutto un luccichio fino alla linea dell’orizzonte abbagliata dal sole. Tutto è cambiato, cemento su cemento, una miriade di costruzioni nuove e sulla spiaggia libera non ci sono più le capanne che costruivamo da giovani, per cercare all’imbrunire l’intimità con le ragazze, o per dormirci la notte d’estate, o per cenare la sera intorno ad un falò e neppure segni di legno bruciato. Guardo il sole, starnutisco ancora, non riesco ad abituarmi a questa luce troppo forte per i miei occhi. Shopping. Jeans all’ultimo grido, camice bianche di lino e a fiori ricamati e pantaloni, ts, costumi, infradito ed una bella giacca nera gessato estiva. Doccia, mi vesto di tutto punto e quando scendo al ristorante, le belle polacchine stanno già piluccando salatini con un aperitivo. Magdalena ha un cappellino blu che le mette in risalto gli occhi e da dietro le scende sul sedere una lunga coda bionda. Ivana, invece, ha una minigonna inguinale nera, da cui scendono calze a rete e alti stivali di pelle. La tavola si popola di caldi piatti di vongole, cozze, ostriche, cappe sante, scampi, canocchie, rombi, branzini, gamberi, astici, seppie, tutto annaffiato da buon vino bianco e per finire sorbetto, dessert, caffè, whisky e tutti e tre risaliamo nella mia stanza. Alle girls non rimangono che un paio d’ore, prima di andare a prepararsi per il lavoro, che terminerà all’alba o forse proseguirà nel letto di qualche cliente facoltoso. Impieghiamo il tempo riprendendo il discorso fatto di ululati a tre e le bimbe mi prosciugano di nuovo. Al mattino, con la mia valigia, piena di vestiti con ancora il cartellino attaccato, prendo il treno per Milano. Una volta alla stazione, con la fronte grondante di sudore, come un turista qualunque, mi avvicino, con la chiavetta datami da Naso fra le dita, alla cassetta 222. Faccio un lungo respiro, la apro, c’è un trolley, combinazione 888, si apre ed appare il colore delle banconote, la richiudo e salto al volo su di un altro treno che mi porterà in Svizzera. M’abbandono affondando nel morbido sedile, in uno scompartimento, dove tutto solo me ne sto a fare una gran festa dentro di me. Non bado al lezzo di gasolio e sudore ed estraggo dalla tasca della valigia il mio quaderno nero bordato di rosso, dalle pagine ingiallite e rosicchiate dalle tarme. Nello scompartimento prende posto una signora di mezza età, elegante, dagli occhiali con montatura e catenella d’oro.
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