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Se tutto procederà per il verso giusto, domani potrò riabbracciare Sara, mia figlia. Lo bramo tanto. Ma lei vorrà rivedermi, mi accetterà come suo padre naturale? Perché un papà lei ce l’ha già da qualche anno ed è il compagno di Silvia, la mia ex moglie e lei, la madre mi permetterà di farle visita? Non mi aspetto di certo che mi perdoni e non cerco neppure una riconciliazione, vorrei soltanto poter riabbracciare mia figlia. È già grande e forse potrà comprendere che nella vita, a volte, accade di commettere degli errori. Ricordo che da bambina andava pazza per gli animali, in modo particolare amava i cavalli e di tanto in tanto mi chiedeva, soffocandomi di baci, se un giorno gliene avrei comprato uno ed io rispondevo sempre di sì: “quando sarai più grande”. Adesso è più grande.
– Mi scusi se la disturbo, ma non ho potuto fare a meno di notare che lei tiene un diario, forse sarà per deformazione professionale, io sono la preside di un liceo classico. – la signora, squadrandomi con gentilezza.
Non sapendo cosa risponderle, e poi non sono più abituato a parlare con la gente, dopo tanti anni passati in solitaria, allargo la bocca in un sorriso e pronuncio uno stentato sì.
– Ma lo tiene sin da bambino, oppure ha iniziato da grande, per così dire? Perché io cerco con convinzione, anche se con scarso successo, di insegnare ai miei studenti l’importanza di tenere un diario. A mio avviso è un modo per abituarsi a parlare con se stessi, a riflettere, una sorta di catarsi. – la preside, facendo roteare fra le dita una penna placcata oro.
– Scrivo su questo quaderno da 5 anni e 8 mesi perché in prigione, dove appunto sono stato detenuto per questo lungo periodo di tempo, per rapina a mano armata, non avevo nessuno a cui aprire il mio cuore e poi il rimorso per quello che avevo fatto ed il sentirmi responsabile per i miei due complici che sono caduti sotto il fuoco della polizia, aveva bisogno di una valvola di sfogo e così trovai questo quadernetto che divenne il mio amico fidato. – io, alquanto provato.
– E mi dica, le è servito, l’atto dello scrivere l’ha aiutata a trovare un po’ di pace per quel che lei è stato in un certo periodo della sua vita? – la preside, affatto scandalizzata, anzi, dando segni di comprensione.
Ma, che dire.
– Purtroppo nessuno di noi può tornare indietro ad apporre cambiamenti sul sentiero attraversato, ma lei è giovane, ha tutta la vita davanti e se ha sbagliato può solo farne tesoro dei propri errori, per ricominciare, magari svolgendo una nuova professione. – la preside mi porge un fazzoletto di carta.
– Ho imparato a fare il cuoco in galera, voglio andare in Thailandia ad aprire un ristorante.
– Vede, che in lei c’è del buono, lo sentivo io; chi scrive un diario non può che essere una persona intelligente e riflessiva. – la preside, partecipe dei miei stati d’animo.
– Mia moglie mi ha lasciato, e a questo mi sono rassegnato, ma mia figlia no. Ho perso il suo rispetto. Mi scusi signora … non ci conosciamo neppure ed io ho approfittato della sua gentilezza, per assillarla con i miei problemi. – io, soffiandomi rumorosamente il naso.
– Con gli estranei o s’indossano tutte le maschere in nostro possesso o si fa il contrario, comparendo a viso nudo. Di certo scrivere su di un diario è ottima cosa, ma a volte si ha bisogno anche di un contatto umano. Lei è sbriciolato dall’inarrestabile erosione emotiva, che la lunga permanenza in una casa di pena portava con sé. Ha bisogno di ricomporre il puzzle andato distrutto, tassello per tassello e se ciò non fosse possibile ne ricostruisca uno nuovo, partendo sempre da ciò che le detta il suo cuore. Piuttosto mi parli di sua figlia, quanti anni ha? – la preside, dopo aver ascoltato e digerito le mie confidenze.
– Domani compirà 14 anni. Ogni sera, fra le sbarre, stringevo forte al petto la sua fotografia, pensando a quando sarei uscito, a quando avrei rivisto quel visino contornato da neri capelli lisci, sempre più lunghi, tanto da cadere più in giù, su quel corpo longilineo e snello, di donna appena sbocciata. Ad ogni foto, che mia moglie, mi faceva pervenire, a lunghi inframmezzi, mi assomigliava sempre di più. Ha gli stessi lineamenti miei. È veramente bella. – io, con l’orgoglio di ogni padre.
– Sta andando da lei? – la preside, con la sua dizione impeccabile.
– Domani, per il suo compleanno e più il momento si avvicina più sale la paura in me; temo che mi respinga, che mi odi, che mi rinneghi. – io, con la voce rotta dalla disperazione.
– Ogni bambino è concepito e generato da un gesto d’amore, per cui sono sicura che in sua figlia ancora alberga l’amore per il padre, per lei, quella fiammella non si è spenta, ha solo bisogno di essere alimentata. Di certo ci servirà tempo e sua figlia sarà arrabbiata con lei probabilmente, non tanto per i reati che ha commesso, quanto, piuttosto, per la sua non presenza, il non averla avuta a fianco durante la sua crescita e quel distacco, in una età tenera, le avrà causato ferite, che solo lei può cicatrizzare, dolcemente, lentamente. Magari inizi l’approccio portandole un bel regalo e dicendole quanto la ama e quanto le è mancata e poi con il tempo cerchi di spiegarle, vedrà che capirà. – la preside del liceo, con la sua profonda esperienza in fatto di adolescenti. – Dialogando con lei, in pochi istanti, la mia fermata si è materializzata. Devo scendere. – la preside mi porge la mano. – Creda in lei e sia ottimista.
– La ringrazio davvero infinitamente, non sa quanta energia nuova mi ha donato questa conversazione. – io, aiutando con le valigie la signora.
Spossato mi addormento. Il controllore m’avverte che sono giunto a destinazione. Taxi, banca, deposito, niente nomi, niente domande, codice segreto. Taxi, treno, un panino ed una birra, leggere, dormire, Ferrara ed oggi è il compleanno di Sara. Come regalo le ho comprato un cavallo, quel cavallo che fin da bambina le avevo promesso ed ora, al galoppo, mi sto dirigendo da lei, che mi aspetta. Silvia, la mia ex moglie ha acconsentito alla mia visita. Suono il campanello del cancello della meravigliosa villa situata in campagna, poco distante dalla città, in sella alla puledra, come un vecchio bandito del Far West. Silvia mi apre, raggiante come sempre, con i capelli color del grano maturo e occhi di smeraldo.
– Che cosa ci fai con quel cavallo, ti sei messo ad assaltare le diligenze? – come un tempo s’arrabbia con me Silvia, magari mi vuole ancora bene, è un buon segno. – Ho capito, Sara da piccola desiderava un cavallo e tu le giurasti, che quando sarebbe cresciuta, glielo avresti preso. È per lei. – Silvia, a cui non sfugge mai niente, si rasserena e sorride ed io comprendo che non mi ama più, la nostra storia è definitivamente chiusa.
Smonto da cavallo, ci baciamo sulle guance e mi presenta il suo compagno, un imprenditore edile che ha fatto fortuna e quelle mani callose da muratore, danno la sicurezza di avere a che fare con un uomo onesto, un vero lavoratore. Sara è in giardino, sta festeggiando con gli amici.
– Dai su, vai da lei, è tutto il giorno che ti aspetta, non ha nemmeno pranzato, se ne stava sempre con il naso appiccicato alla finestra. – Silvia, emozionata.
M’avvio tenendo la puledra per le briglia.
– Luciano, perché non monti in sella, sarebbe un’entrata di un certo effetto. – mi consiglia Silvia ed io le do retta.
Un colpo di tacco all’addome del quadrupede. Sara sta riempiendo un bicchiere di cola, alza lo sguardo e rimane impietrita, facendo traboccare il bicchiere. Scendo da cavallo, allungo le mani verso di lei con i palmi alzati, s’avvicina a me poggiando le sue mani sopra le mie, indugiamo entrambi con un nodo alla gola, ci fissiamo negli occhi e finalmente arriva l’abbraccio.
– Quanto mi sei mancata, ti voglio bene, ti voglio bene. – io, con il cuore che batte all’impazzata.
Sara mi stringe e piange a dirotto, soffocando i singhiozzi sul mio petto.
– Papà, papà. – non smette di ripetere Sara.
– Sono qui, stai tranquilla piccolina. – io, cercando di darle conforto. – Buon compleanno Sara, questo è il mio regalo. – io, dandole le briglia. Sara si stacca da me per accarezzare la puledra.
– Ormai non ci speravo più, è il più bel regalo che abbia mai ricevuto. Te lo ricordavi ancora, grazie papà. Come si chiama? – Sara, visibilmente al settimo cielo.
– Non lo so, sei tu che devi darle un nome, è una femmina. – io, visibilmente al settimo cielo.
– La chiamerò Lucky. – Sara, con uno sguardo furbetto, uno sguardo che non conosco.
– Fortunata, è un bel nome. – io, con falsa ingenuità.
– Non come fortunata, ma come te, Lucky Luciano. – Sara, con una certa grinta.
Ci rimango di stucco, come mai farà mia figlia a conoscere il soprannome che ho negli ambienti della mala e poi mi guarda come se fossi un mito, invece di avere disapprovazione, vergogna, per gli errori che ho commesso, lei sembra quasi che mi stimi, che si compiaccia di avere un padre così e ciò mi fa piacere e paura allo stesso tempo.
– Ragazzi, vi presento Lucky Luciano, mio padre. – Sara, con enfasi.
Gli amici di Sara mi si avvicinano e mi stringono la mano come se fossi una star e di solito non è proprio il comportamento che la gente assume quando si trova di fronte un ex galeotto.
– Papà, ma sei sicuro che la mamma mi farà tenere Lucky? – Sara, ritornando ad essere la bambina che è.
– Sì, le ho parlato, stai serena e poi qui di posto ne avete. – io, un po’ assente, stupito del suo comportamento e di quello dei suoi amici, così caloroso nei miei confronti.
Mangiamo la torta, fra scatti di flash che mi fanno starnutire. Aveva ragione Naso, Sara è diventata una donna ed i suoi amichetti sembrano bravi ragazzi, strano però che quei visi brufolosi ed impacciati conoscano la fama di Lucky. Silvia mi si avvicina.
– Luciano, so che queste bevande zuccherose non ti si addicono, perché non entri in casa che ti preparo un whisky. – Silvia, trovando una scusa per parlarmi a quattrocchi.
– Due cubetti di ghiaccio, per favore. Bella casa, complimenti. – io, guardandomi in giro.
– Non ho mai parlato male di te a Sara. L’odio, il disgusto, lo schifo per le menzogne che mi propinavi, l’ho tenuto per me, il dolore nel vederti quasi in punto di morte, poi la stupidaggine di fare una rapina ancora, non sai cosa significhi. Luciano, io stavo per morire con te in quei momenti, per questo ho deciso di porre fine al nostro matrimonio. Se tu non ami la tua vita sono fatti tuoi, ma non puoi distruggere anche la nostra, lo hai già fatto una volta e mi è bastato. Con il mio attuale compagno non si può dire che sia una relazione colma di brividi ed emozioni, però posso avere una vita, una vita normale e fare progetti sul futuro, perché sai che domani lui sarà lì e non in galera o con una pallottola conficcata ad un centimetro dal cuore. Per Sara sei un eroe, un divo da film, sai, gli adolescenti vedono tutto in un modo ancora fiabesco. Lei non ha mai smesso di amarti, tu per contraccambiare il suo amore, in qualità di padre, non devi portarla sulla tua strada, devi spiegarle che tu hai sbagliato ed hai pagato caro il tuo errore. – Silvia, dimostrando come sempre di essere una brava mamma.
– Certo, lo farò. Grazie Silvia di aver fatto in modo che nostra figlia non mi dimenticasse. Le parlerò; comunque né io, né il mio fantasma la indurranno in scelte errate. All’alba ho un volo per Bangkok, vado a trovare amici di amici, magari posso riprovare a vivere, lo sai che faccio il cuoco no. – io, con una nota stonata nella voce.