Capitolo 2Un lieve e quasi impercettibile bussare alla porta dello studio attirò l’attenzione di Loffredo che, seduto dietro la scrivania, rileggeva da più di un quarto d’ora la stessa relazione sull’andamento del frumento nell’ultimo anno. La società composta dalla prestigiosa famiglia Partinico e dall’abbiente famiglia Nicosia, si occupava dell’esportazione degli antichi grani siciliani nel mondo. In verità il barone non aveva fatto alcuno sforzo per far prosperare gli affari, era tutto merito della dote di sua moglie, un’immensa fortuna basata sulla coltivazione e lavorazione di alcune specie come il “Martinella” e il “Tumminia”, grani molto richiesti all’estero. Loffredo si limitava a controllare i conti e ad apporre il sigillo nobiliare della famiglia. Di tanto in tanto faceva un giro nei granai, parlava con i contadini e stringeva qualche mano, al resto pensavano gli uomini di fiducia del suocero.
«Avanti!»
Caterina riempì i polmoni d’aria e dopo qualche secondo abbassò la maniglia. Si era alzata dal letto con un fastidiosissimo mal di testa che l’aveva costretta a saltare la colazione. L’essere stata convocata dal marito non faceva che aumentare il malessere certa che, qualsiasi cosa volesse dirle, sarebbe stata spiacevole. Del resto tutto ciò che arrivava da lui le era molesto. In quindici anni di matrimonio non lo aveva visto mai sorridere. Anche se questo non era del tutto vero. Sorrideva, certo, a tutti quelli che gli orbitavano intorno. Riusciva a distendere le rughe che gli si formano negli angoli della bocca, a far brillare quegli occhi marroni e a modulare dolcemente quella voce tanto profonda. Con tutti gli altri ma non con lei, e dal primo giorno insieme, si era scoperto accanto un mostro osceno. E non cercava in alcun modo di mascherare l’incapacità di relazionarsi. Da subito aveva innalzato un muro che gli anni non avevano fatto altro che ispessire. Non la conosceva e non gli importava minimamente farlo. Lei era il suo investimento migliore. Un contratto ben riuscito. Un affare d’oro portato a termine, anche se non del tutto. Una cosa non era riuscito a ottenere da lei: un figlio. Quell’erede che tutti aspettavano con ansia.
«Mi stavate cercando?»
Loffredo appoggiò le spalle alla poltrona per osservarla. «Sì! Volevo informarvi che domattina parto per Palermo.»
Caterina trattenne l’impulso di tirare un sospiro di sollievo. L’uomo non poteva rendersi conto di quanto la notizia di una sua prolungata assenza, la tranquillizzasse.
«Comprendo.»
L’uomo prese la pipa dal cassetto della scrivania, e cominciò a riempirla col tabacco. Caterina amava quell’odore che le ricordava suo nonno. La riportava indietro nel tempo. Quel tempo della sua fanciullezza in cui il pensiero più gravoso era scegliere l’abito da sera più colorato.
«Starete via molto?»
L’uomo aspirò una lunga boccata.
«Non so ancora. Forse un paio di settimane.»
«Attenderò il vostro ritorno.»
Loffredo sbuffò scocciato. Mai una reazione, mai una protesta, mai un accenno dei veri sentimenti che stava provando. Questa era la donna che aveva preso come sposa. Un tronco che gli anni avevano rinsecchito, rendendolo inutile.
«Bene! Se volete potete ritirarvi, non voglio abusare ulteriormente del vostro tempo.»
La baronessa accennò un lieve sorriso e poi, con la stessa delicatezza con cui si era preannunciata, uscì dalla stanza. Ma rimase qualche attimo con le spalle appoggiate alla porta chiusa. Sentiva uno strano accoramento, ma preferì ignorarlo. Asciugò con cura una lacrima che le si era impigliata tra le ciglia. Non sopportava quella sua incapacità di gestire le emozioni più intime. Si sarebbe presa a schiaffi da sola se ne avesse avuto la forza. Sospirò, avvertendo l’impellenza di ritrovarsi tra le mura protettive delle sue stanze. Fece qualche passo ma si arrestò dinanzi a un mucchietto di vestiti abbandonati sul pavimento. Ne ebbe paura. Si guardò intorno, alla ricerca della servitù. La casa era particolarmente silenziosa. Lo sgomento le impediva di fare un passo. Non sapeva quanto tempo fosse rimasta assottigliata contro la porta in quella innaturale penombra. Poi, come spinta da una forza misteriosa, si avvicinò cauta.
«Anna!»
La ragazza, raggomitolata su se stessa, teneva gli occhi chiusi. Il movimento vorticoso della pupille sotto le palpebre le diedero la certezza che fosse ancora viva. Aveva il volto color porpora e respirava a fatica. Le tastò la fronte, scottandosi al contatto.
«Dio mio!»
La fiamma della lanterna, posta sul comodino, diffondeva una flebile luce. La ragazza aprì lentamente gli occhi. Si sentiva stranamente riposata, anche se non ricordava di essersi messa a letto. Si guardò intorno, perplessa per qualche istante, finché non realizzò di essere negli appartamenti della baronessa. Provò ad alzarsi per scappare. Come era finita in quel guaio? Se donna Fortunata l’avesse scoperta, per lei sarebbe stata la fine. Era sul punto di scendere dal letto quando la porta di separazione tra le camere si spalancò. Anna infilò la testa sotto le coperte nella puerile speranza di non farsi scoprire. Sentiva il cuore batterle nelle orecchie e le parole della megera rimbombarle in testa: “Un’altra impertinenza e te ne ritorni da dove sei venuta”. Ma lei non aveva nessuna intenzione di tornarsene all’orfanotrofio, dove le suore le impartivano l’educazione a suon di bacchettate sulle mani e di interi pomeriggi in ginocchio sui ceci. No, se l’avessero messa alla porta, sarebbe scappata via. Meglio morire per strada che ritornare in quell’inferno.
Una mano delicata sollevò leggermente le coperte che le nascondevano il viso.
«Anna, è questo il tuo nome vero?»
La ragazza deglutì a fatica, alzò gli occhi verso la baronessa facendo di sì con la testa.
«Come ti senti?» Le posò il dorso della mano sulla fronte. «Non hai più la febbre. Buon segno.»
Anna continuava a guardare il viso della baronessa, sbalordita. Non l’aveva mai vista da vicino perché, ogni volta che casualmente si incrociavano, distoglieva velocemente lo sguardo da lei in segno di rispetto, così come le avevano ordinato di fare. Quella era un’occasione unica, aveva la possibilità di memorizzare il volto di quell’essere etereo che nella sua mente fantasiosa immaginava senza viso. Stava rischiando una punizione, ma ne valeva la pena. Avrebbe avuto modo di vantarsi con il resto della servitù di quella sfacciataggine. Sorrise al pensiero del nervoso che avrebbe avuto Carmela a sentirla raccontare ogni minimo particolare di quell’incontro. Fattasi coraggio, con malcelata sfrontatezza, prese a esaminarla con un’attenzione puntuale. La pelle dell’ovale era candida come la neve, i grandi occhi verdi erano impreziositi da lunghe e fitta ciglia, e da cornice a tanta bellezza facevano i lunghi capelli neri. Aveva un naso grazioso che puntava verso l’alto e labbra gentili, che proprio in quel momento si muovevano emettendo dei suoni che la ragazza non riusciva a comprendere. Anna aveva la capacità di lasciarsi trasportare dalla propria mente tanto bene da riuscire a escludere completamente la realtà. Era una tecnica che aveva collaudato negli anni passati all’orfanotrofio. Quando la punizione era troppo dura o eccessivamente umiliante alzava un muro tra lei e il resto del mondo. Nessun dolore, nessun suono, nessuna emozione riuscivano a scalfirla. Questo, però, la portava faccia a faccia con la superiora che le alitava contro parole che le sue orecchie non sentivano, facendole guadagnare un altro castigo.
Vide la baronessa ridere di cuore e per lei fu una sorta di miraggio. Non immaginava che quella donna ne fosse capace.
«Credo che tu non abbia udito una sola parola di quelle che ti ho detto!»
Si ridestò dal suo torpore appena in tempo per comprendere che la sua intraprendenza si stava trasformando velocemente in malacreanza.
«Mi perdoni, baronessa.» Fece per alzarsi, ma la donna la fermò.
«Rimani a letto, non sei ancora del tutto fuori pericolo.» Prese una bottiglia di vetro dal comodino e aiutandosi con un cucchiaio, dosò un po’ di liquido dello stesso colore del legno essiccato.
«Apri bene la bocca.»
Anna ubbidì, coccolata dalla dolcezza del tono di voce con cui la baronessa le si rivolgeva.
«Sei una ragazzina fortunata! Se non fossi svenuta nei pressi dello studio del barone, non sono sicura che ci saremmo accorti di quanto fossi malata!»
Anna si portò la mano al petto, nel terrore.
«Quindi vossignoria è in pericolo?»
Aveva sentito parlare della terribile influenza che stava uccidendo migliaia di persone, da alcuni anziani riuniti nella piccola piazza del paese. Anna si era fermata qualche volta ad ascoltare i racconti di soldati ritornati dal fronte in fin di vita, vomitando sangue e delirando in preda a dolori atroci. Questo terribile male sembrava fosse arrivato dalla lontana America, dove stava decimando la popolazione. I sintomi erano talmente aspecifici che inizialmente l’influenza era stata confusa con il colera o una forma di tifo. I poveri disgraziati morivano per le terribili emorragie dal naso, dalle orecchie e dallo stomaco. Ma non tutti mostravano gli stessi sintomi, e la maggior parte dei decessi avveniva per polmonite. Condizione, quest’ultima, che indirizzava i medici verso una errata diagnosi, adducendo all’influenza stagionale la responsabilità di un eccessivo numero di vittime.
La donna abbozzò un lieve sorriso che Anna non vide. Erano altri i pericoli che doveva fronteggiare, uno su tutti l’essere imprigionata in una vita che la stava soffocando.
«Non preoccuparti, abbiamo preso le giuste precauzioni!» Consultò l’orologio che aveva sul comodino. «Tra non molto arriverà il medico per visitarti.»
Anna, come fulminata da un pensiero improvviso, scostò le coperte per scendere dal letto. Carmela! Doveva avvisarla! Avevano condiviso la stessa stanza ed era stata la prima a soccorrerla.
«Ferma, dove vuoi andare?»
«Mi perdoni baronessa, ma devo cercare la mia amica. La devo avvisare!»
La donna la respinse dolcemente verso il cuscino, scuotendo la testa.
«Anche volendo, entrambe non possiamo lasciare queste stanze. Il medico ha ordinato di mettere la casa in quarantena e per precauzione vuole che restiamo qui, finché non sarà sicuro che non ci sia pericolo di contagio.»
«Ma voi state bene?»
«Certo che sto bene!»
Anna si guardò intorno. Non era mai entrata in quella stanza, era compito di Carmela tenerla in ordine, pulita e soprattutto profumata. Il vaso al centro del tavolo, vicino alla grande finestra, veniva riempito ogni giorno con i fiori del giardino che la baronessa curava personalmente. Così, a seconda della stagione, rose, margherite e tulipani rallegravano l’austerità di quell’ambiente. Un tocco di colore che la donna aveva preteso, in quella che considerava una sorta di mausoleo. Un modo per imprimere la sua presenza in un luogo freddo e ostile. Quel freddo che le era entrato dentro, giorno dopo giorno, riuscendo a mutarla, a piegare la sua natura solare. Non era sempre stata la donna bigia che il marito continuava a umiliare. Chi l’aveva conosciuta adolescente stentava a credere che fosse la stessa Caterina che ora, stancamente, si aggirava per le stanze della villa.
Il suono di un campanello da camera, che veniva scosso, attirò la sua attenzione. La baronessa era rimasta sul ciglio della porta chiusa in attesa che qualcuno rispondesse. Bussarono educatamente.
«Comandi!»
La voce di un uomo era appena percettibile.
«Dica alla cuoca di preparare del brodo di gallina e del pane.»
«Desidera altro?»
«Sì, anche delle arance.»
«Provvedo immediatamente.»
La donna si allontanò dalla porta che era rimasta per tutto il tempo chiusa.
«Spero non ti dispiaccia condividere quest’avventura con me?»
Anna strabuzzò gli occhi. Non poteva credere a ciò che le sue orecchie stavano udendo. La baronessa era preoccupata del fatto che potesse trovare incomoda quella situazione. Se non fosse stato per il petto che le doleva, avrebbe pensato d’essere in un meraviglioso sogno. Non aveva mai dormito in un letto tanto alto e così morbido e profumato. Si tirò il lenzuolo fin sopra il naso, così da potersi inebriare di tutto quel candore.
«Vossignoria mi confonde! Dovreste essere voi a essere dispiaciuta della mia presenza.»
La donna, che fino a quel momento aveva fissato un punto lontano fuori dalla finestra, le si avvicinò per accomodarsi sul bordo del letto.
«In verità, questa emergenza sta solo portando un po’ di vivacità nella monotonia della mia vita.»
Anna non riuscì a soffocare un urto di tosse, ma lestamente si coprì la bocca con la mano.
«Mi perdoni.»
La baronessa si alzò per mettere della distanza tra loro.
«Visto che non mi sono ancora ammalata, credo che sia opportuno evitare intenzionalmente il contagio. Così dovremmo rispettare delle semplici regole, affinché l’una non diventi un pericolo per l’altra.»
«Perché fate questo per me? Non merito la vostra attenzione!»
«Perché no? Non sei forse un essere umano?»
Anna si sentiva frastornata.
«Potrebbe semplicemente farmi tornare nella mia stanza!»
La donna inseguì per qualche istante il corso di un pensiero.
«Credo di aver semplicemente bisogno di occupare il mio tempo con qualcosa di utile. Un progetto che tenga la mia mente lontana dal baratro … forse avevo proprio bisogno di questa emergenza per non sentirmi del tutto inutile!»
Le ultime parole le mormorò così che Anna non riuscì a udirle, ma a lei non importava già più, l’idea di essere quel qualcosa che riempiva di gioia il cuore della baronessa la rendeva euforica. Sorrise, grata alla sorte che l’aveva fatta ammalare.