Nove

784 Words
«Fumi tanto» Osservo, appollaiandomi su un muretto e aspettando pazientemente che il moro finisca quella sigaretta infinita. Lui mi rivolge un'occhiata di finta sufficienza che in realtà sembra essere piuttosto divertita. «Ma tu non te li fai mai li cazzi tua?» «Non aggirare la mia accusa» «Posso smettere quando voglio» «Certo, dicono tutti così» «Poco polemica stasera?» Mi sbeffeggia e in tutta risposta io alzo gli occhi al cielo, mentre osservo l'estrema calma con cui si porta la sigaretta alle labbra aspirando da essa con lentezza. Chissà cosa dà la nicotina alle persone. «Se mi conoscessi sapresti che lo sono sempre» «Beh che tu lo voglia o no penso proprio che ce dovremo conosce' finché sto co' l'amica tua» Vorrei dirgli che una cosa non implica l'altra e che potrei benissimo non farmi mai più vedere insieme a Clarissa, ma mi limito a fare spallucce osservando il cielo pieno di stelle. Forse a Roma c'è meno smog che a Milano, o forse semplicemente stasera il cielo è più limpido, fatto sta che ci saranno un migliaio di stelle visibili da questo muretto e improvvisamente mi viene un'estrema voglia di contarle tutte. Una nostalgia proveniente da ricordi ben precisi si prende possesso delle mie emozioni, facendomi sospirare rumorosamente . «A che pensi, ragazza stramba?» Storco il naso all'appellativo affibbiatomi da Damiano, infastidita dalla sua incapacità di godersi il silenzio ogni tanto. Mi volto verso di lui, che ormai ha già consumato la sua sigaretta, il che mi fa pensare che sono stata zitta per più tempo di quanto non mi sia accorta. Infilo le mani sotto le cosce, stringendo le ginocchia al petto e non riuscendo a nascondere la malinconia dei miei pensieri. «È bello il cielo stasera» Gli occhi del ragazzo al mio fianco si sgranano leggermente, illuminandosi prima di stupore e poi di curiosità. Poi alza lo sguardo verso il tappeto blu sopra le nostre teste, in cerca di una conferma di quanto ho appena detto. «Ti piacciono le stelle?» Domanda, forse alla ricerca di un senso nella mia frase e nella mia repentina chiusura in me stessa. Mi scruta con attenzione, come se fossi uno strano soggetto da analizzare, aspettando una risposta che non so bene come dare. Inspiro a fondo, distogliendo lo sguardo da lui per bloccarlo in qualsiasi altro punto, sentendomi in dovere di dire qualcosa. «Da piccola mio papà mi ha insegnato a riconoscere decine di costellazioni, è un po' l'unica cosa che mi rimane di lui» Confesso, stringendomi nelle spalle, e non capisco neanch'io perché stia dicendo queste cose così mie al primo che passa. Però lui mi ha guardato come se volesse davvero capire, e forse a volte basta questo. La cosa che inizialmente temo di più è trovare compassione nel suo sguardo, ma invece non ce n'è traccia. Sta semplicemente di fronte a me, con le mani nelle tasche e la bocca stretta in una sottile linea di incertezza. «È morto?» «No, ma per me è come se lo fosse» Le parole lasciano le mie labbra prima che possa fermarle, e non mi capacito di come io, chiusa a riccio con tutti da una vita, mi stia davvero esponendo così senza nessun apparente motivo. Lui annuisce, affiancandosi a me poggiando la schiena ampia al muretto scolorito. «Alcune persone diventano genitori prima di essere pronti ad esserlo. Certe volte ritornano» «Certe volte, però, è troppo tardi» La voce mi esce flebile, è un argomento delicato per me e non dovrei assolutamente essere qui a parlarne con il ragazzo della mia unica amica. Non lo guardo in faccia, continuo a guardare il cielo sopra le nostre teste, e quando gli rivolgo uno sguardo di sfuggita noto che anche lui sta facendo lo stesso. «Non penso che sia mai troppo tardi» La sua pare più una riflessione tra sé e sé, anche perché non conoscendo la mia situazione non può capire quando gravi siano davvero le cose. «Nel mio caso sì, ma forse di questo è meglio parlarne un'altra volta» Gli faccio notare, mettendogli davanti agli occhi il display del cellulare che segna quasi la mezzanotte. Siamo fuori da quasi un quarto d'ora, meglio rientrare. Lui annuisce, quindi io salto giù dal muretto e mi avvio a passi lenti verso l'entrata del bar. «Elì» Mi richiama, a qualche metro di distanza, facendomi voltare verso di lui solo con il viso. Si sta alzando un vento così forte che temo di non sentire cos'altro abbia da dirmi. «Sì?» «Grazie» «E di che?» «Di avemme raccontato di te» Gli rivolgo un sorriso sincero, un po' stupita dalla inaspettata profondità di questo ragazzo. Forse Clarissa non ha fatto una scelta superficiale come pensavo. Non farle del male, Damiano, voglio fidarmi di te
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