Il sospetto di battere la fiacca come comandante di Stazione gli era affiorato, più d’una volta. Niente di scandaloso, per carità! Un osservatore pignolo avrebbe tuttavia rilevato che le sue perlustrazioni quotidiane si indirizzavano in particolare verso Località Ciabotti dove sorgeva la casa dei sogni. Sebastiano s’era misurato con problemi d’ordine pratico come forare muri e piastrelle, coltivare l’orto e i – non molti per la verità – filari di vigna sufficienti per il consumo familiare. Vitale sapeva che il vino fatto in casa sarebbe costato più che a comprarlo alla cantina sociale. Ma vuoi mettere la soddisfazione: bere qualcosa di tuo... Fra lui e Marisa, s’era instaurata una specie di gara d’efficienza, a chi faceva di più. Gli ultimi preparativi prima di entrare nella casetta furono frenetici.
Sulla macchina blu, assorto nei suoi pensieri, a Sebastiano sfuggirono parole dette sottovoce, le medesime che al giovane autista suonarono incomprensibili:
“Adesso, vaglielo a dire che devo mollare baracca e burattini per andare chi sa dove e per non so quanto...”.
*****
Il colonnello Ivan Bornov, ufficiale di collegamento del GRU (servizio informativo di sicurezza militare russo), stava facendo anticamera. La segretaria del capo settore FSB (servizi di sicurezza interni) generale Mikail Zinoliev aveva un’espressione diversa dal solito; nel senso che la sua consueta impassibilità non riusciva a mascherarla. Alla soglia dei sessant’anni, Svetlana Simonenki era una funzionaria di lungo corso sopravvissuta agli alti e bassi del Comunismo. Ciò, grazie alle sue convinzioni che si ispiravano al detto dello statista francese Georges Clemenceau: “Mai troppo zelo”. Svetlana aveva appreso che fortunate carriere all’apparenza salde come roccia potevano, da un giorno all’altro, dissolversi come neve al sole. La navigata segretaria era senza troppi patemi passata dai ruoli del KGB sovietico alla nuova struttura di sicurezza istituita dalla Confederazione degli Stati Russi (CSI). I capi erano cambiati, ma per lei s’era in fondo trattato di adeguarsi ai tempi. Nei decenni precedenti, sulla sua scrivania erano passati dossier e informazioni segrete. Se ancora sedeva al suo posto era grazie alle sue doti di efficienza e riservatezza, per non dire della sua irreprensibile vita privata. Tutto di lei si poteva dire, tranne che fosse pettegola e avventata. Zinoliev aveva avuto modo di apprezzarne le capacità fin dai tempi in cui faceva parte di una sezione investigativa dell’allora KGB. A quei tempi risaliva fra l’altro la sua amicizia con il collega Vladimir Putin, eletto poi presidente della Confederazione Russa. Nessuno pertanto si meravigliò quando uno dei più delicati direttorati dell’FSB – struttura destinata ad assumere sempre maggiore importanza di pari passo con l’evoluzione politica interna – passò a Zinoliev. La promozione fu attribuita ai suoi buoni rapporti col neoeletto leader russo, diceria che lo stesso interessato si guardò bene dallo smentire.
Bornov se ne stava seduto con la sua uniforme di buon taglio. Stringeva una borsa di pelle; non ci voleva nemmeno l’occhio esperto di Svetlana per intuire l’importanza del contenuto. L’occhio indagatore del colonnello passava in rassegna suppellettili, scaffali, mobili e incartamenti. Nonostante il cambio della dirigenza, gli arredi erano rimasti come se nulla fosse mutato. Il mobilio massiccio e le pesanti poltrone di pelle in capitonné non riuscivano a nascondere l’ingiuria del tempo. Il loro stile si ispirava alla tronfia solennità dei tempi d’oro del regime comunista, in linea del resto con la pretenziosa facciata del palazzo moscovita della Lubyanka dove hanno sede gli uffici dell’FSB.
Svetlana picchiettava sulla tastiera di una sorpassata macchina per scrivere posta accanto a un moderno computer. Dall’accostamento fra vecchio e nuovo emergeva il carattere determinato di una sopravvissuta.
Prima d’allora, Ivan aveva soltanto sentito parlare della mitica Svetlana. Voci di corridoio la dipingevano in modo contrastante: una carampana nell’attesa del pensionamento, ma pure elemento di prim’ordine con esperienza e affidabilità. Su un punto le dicerie concordavano: era meglio averla amica che nemica. Alcuni particolari riflettevano la sua personalità. L’ordinata pila di pratiche posta sulla scrivania e il cestino della carta vuoto e ripulito fecero propendere Bornov per i giudizi a lei più favorevoli. Una segretaria che non lascia tracce di appunti e corrispondenze non può che essere accorta. O meglio, al corrente di come un efficiente apparato spionistico possa risalire a verità compromettenti anche soltanto da un foglio appallottolato. A Ivan venne a quel punto il desiderio di rivolgerle la parola:
“Svetlana, immagino sia da tanto che lavori con il generale”.
Appena finita la frase, l’uomo si pentì di averla pronunciata. Precise risposte avrebbero di fatto rivelato particolari riservati. La donna colse l’imbarazzo con una reazione inattesa. Il suo volto di virago ingrassata si illuminò, poi si aprì a un sorriso che rivelò l’azzurro dei suoi occhi. Di fronte a quell’atteggiamento, il colonnello provò una specie di turbamento, come se si fosse sentito dire di sì a un suo involontario approccio galante. Si affrettò ad aggiungere:
“Non vorrei averti messa in imbarazzo...”.
“Quanti anni hai, colonnello?”.
“Trentasei, il prossimo agosto”.
“Lo so...”, aggiunse inaspettatamente la donna.
Nello stesso momento si accese una luce sulla scrivania. L’inizio di una conversazione che cominciava a farsi confidenziale fu interrotto sul più bello.
“Entra, il generale ti aspetta”.
Bornov varcò la soglia con un po’ di tremarella. La stanza era poco più grande di quella adibita a segreteria, ma arredata in modo ancora più spartano. Insignificanti quadri alle pareti, un grande tappeto consumato; una imponente scrivania in stile che ai tempi della Rivoluzione poteva essere stata requisita da qualche residenza nobiliare, un telefono di foggia demodé con pulsanti rossi e levette metalliche.
“Mi consenta di porgerle i saluti del generale Vassilievic”, esordì Ivan.
“Ah! Vassilievic... Con lui ho fatto tante belle esperienze. Suo padre è stato eroe di Stalingrado, lo sapeva... Ma mi voleva parlare?”.
Bornov non rispose; si limitò ad aprire la cartella che aveva con sé, incerto se appoggiarla sul pavimento oppure sul piano della scrivania dove regnava un ordine assoluto.
“Non si formalizzi”, incoraggiò il generale.
“Per incarico del mio superiore, voglio informarla sui risultati delle ultime indagini da noi condotte nelle materie che possono avere rilevanza sul piano della sicurezza interna”.
“Che sarebbero?”, rispose Zinoliev facendosi serio.
“Furto, traffico clandestino di armamenti non convenzionali e materiali con valenza nucleare...”.
Il generale fece segni di assenso; poi aggiunse:
“Non siamo ancora riusciti a torcere il collo di quel Chaparev, il mafioso che si arricchisce con i soldi degli aspiranti califfi?”.
“Non ancora. Ma prima o poi arriverà il suo turno...”.
“Venga al dunque”.
Il colonnello si avvicinò alla carta geografica che copriva un’intera parete. Impugnò la bacchetta e la puntò su un preciso quadrante: la Georgia. Il generale ebbe un accenno di tosse intuendo la gravità di quanto stava per sentire.
*****
Al primo piano della palazzina dei Carabinieri di Cherasco, Marisa era rientrata da poco. L’utilitaria da lei guidata aveva fatto su e giù un numero incalcolabile di viaggi.
“Se arrivavi cinque minuti prima, mi trovavi nella vasca da bagno”, apostrofò il marito dopo uno sbrigativo saluto.
“Mannaggia, la mia solita fortuna...”, commentò Sebastiano con ironica galanteria; tanto per indorare la pillola.
Profumata e avvolta nell’accappatoio, Marisa comparve in cucina. Sebastiano aveva intanto apparecchiato la tavola e messo l’acqua sul fuoco. Il tutto con una premura che diede immediatamente da pensare. A Marisa era difficile fargliela; le ci voleva poco per intuire situazioni insolite e comportamenti strani. Ebbe la prova quando senti dire:
“Ne è rimasta ancora un po’ di quella buonissima peperonata che hai fatta ieri per cena?”.
A quel punto i sospetti divennero certezze. La donna guardò di traverso. Si trattenne a stento dal pronunciare la frase da lei spesso citata in modo non proprio benevolo; parole che preannunciavano paturnie e malumori:
“Tu me l’hai fatta o me la stai per fare...”.
L’effetto fu tuttavia identico, anche se provocato da scena muta. Sebastiano si rese conto che non poteva tirarla alle lunghe: doveva dare l’annuncio che, al culmine degli ultimi lavori, si trovava nelle condizioni di non rifiutare un’opportunità del tutto eccezionale, destinata perfino ad avere riflessi sulla retribuzione, visto che con il raggiungimento della qualifica di aiutante la sua carriera di sottufficiale aveva toccato il massimo. Qualche soldo in più come trasferta e indennità speciale non avrebbe guastato. Il colonnello gli aveva inoltre fatto intendere che la selezione di elementi capaci doveva essere finalizzata a qualcosa di molto importante, tale comunque da stuzzicare la sua ambizione. Quindi, come dire di no... Se la doveva in ogni caso sbrogliare con una moglie poco propensa – specie in quelle circostanze – ad accettare prolungate assenze in ambito domestico.
Nel frattempo, “radio caserma” aveva fatto passi in avanti. Corse voce della costituzione di una task force composta da elementi dei Reparti Speciali e personale di provata capacità, in vista di un incontro al vertice di personaggi importanti, molto importanti. Parlando al telefono con Calogero Piazza, suo pari grado dei ROS conosciuto durante il corso per aiutante e solitamente bene informato, Vitale sentì parlare del G8 di Genova. Non era del resto una novità. Giornali e televisioni l’avevano menata a lungo.
“Calo’: non ti pare esagerato tutto ’sto cancan per quattro gatti che si incontrano per pranzi ufficiali e marchette di rappresentanza?”.
“Sembra di no”, rispose Piazza dando l’impressione di saperne più di quanto volesse dire.
“Tu sei stato chiamato?”, continuò Sebastiano.
“Sì, come altri colleghi del corso”.
“Allora mi spiego”, soggiunse Vitale, “il perché si sono ricordati di me...”.
Dopo aver posato il ricevitore, sul volto del maresciallo apparve un’espressione di compiacimento. Forse, pensò, con Marisa l’avrebbe aggiustata: tacunata, come aveva imparato a dire quando doveva barcamenarsi con la parlata piemontese.