4. Il Principe della Notte
Comincia ad esser tardi, stasera
“Ma che cosa vuol dire? Mi fai tutta la scenetta dell’amico, mi chiedi di accompagnarti in un sequestro di poppante, e poi mi porti in Questura?”
Malaspina guida sicuro, la città oltre il parabrezza non ha dimenticato l’inverno, probabilmente ha dimenticato solo la pietà, perché non ha scordato nemmeno come si fa ad essere belle. Come sua moglie. Che sa ancora essere bella anche se quella cosa, quella cosa che li fa sentire incompleti, irrealizzati, quella cosa che li fa sentire menomati, a metà, quella cosa del non poter avere figli, anche se quella cosa lì ha straziato le sue notti, le sue giornate in una casa vuota, troppo grande per due, reso tre volte più difficile il suo lavoro, tanto da farla stare a casa per un po’, insomma, nonostante quella cosa, Rossella sa ancora essere bella. Così Milano. Nonostante la droga, la prostituzione, il crimine che s’organizza, la politica che si criminalizza, gli ideali che terrorizzano, nonostante la frenesia, il traffico, la crisi economica, nonostante tutto, Milano sa essere ancora bella. Malaspina sorride comprensivo, come un adulto addolcito dall’ingenuità di un bambino: “Fernet... ma lo sai... ti abbiamo trovato sulla scena di un omicidio, una donna morta con due fori nella giugulare, te eri vestito da vampiro...”
“Ma tu lo sai che non c’entro niente! Lo sai!” sbotta Fernet.
“Ma certo che lo so, Fernet... quanti anni sono che ci soffiamo a vicenda? E te credi che in tutti questi anni di mutua collaborazione, io non abbia imparato a conoscerti?”
“Ecco, fai l’amico, però mi porti in Questura...”
Dino Lazzati, detto Fernet, travestito da vampiro, col cerone ormai sciolto, mette su il broncio. Si sente tradito.
“Fernet: sei l’uomo più intelligente che conosca, non deludermi. Sai benissimo che se ti lasciassi libero, verrebbero a prenderti. Il magistrato, Puglisi, il questore, qualcuno sicuro si chiederebbe perché t’ho lasciato andare a casa, te, persona informata dei fatti, probabilissimo testimone di un omicidio. Andrei nelle rogne io, forse, ma neanche tanto, credo, però tu avresti grossi guai, no? Verresti sospettato. Invece se adesso ti porto in Questura, lasci la tua deposizione, diventi un testimone e te ne torni al bar Lafus tranquillo tranquillo...”
“Ma cazzo, Mala, portami almeno a casa a cambiarmi! Ma lo sai quanto rideranno di me, in Questura, vedendomi vestito così! Sembro un pirla!”
“Perfetto. Più pirla sembrerai, meno qualcuno ti sospetterà. E poi non c’è tempo, di portarti a casa a darti una ripulita, è tardi...”
“Tardi! Quarto d’ora più, quarto d’ora meno...”
“No, è tardi. Voglio tornare subito da mia moglie, Fernet. Anzi...”
“Anzi che?”
“Dovrei chiederti un favore.”
“Pure...”
È stato più o meno così, che Dino Lazzati, detto Fernet, s’è trovato qui, dove quelli del turno notturno lo ammirano ora. Seduto alla scrivania del commissario Malaspina, cornetta del telefono incastrata tra orecchio e spalla, mani esperte sulla macchina da scrivere. Quello che Fernet batte sui tasti, lo detta al telefono, gridando un po’, che la linea è disturbata.
“No, scusa, tu mi porti in giro tutta notte per i tuoi comodi vestito come un deficiente, quando hai finito mi consegni in Questura, e mi chiedi pure un favore? Mala, io voglio andare a casa. Devo scrivere un articolo per domani. Se consegno entro, diciamo... un paio d’ore riesco ad andare in stampa nell’edizione del mattino.”
Malaspina svolta, allunga un po’ la strada: “Proprio di questo, ti voglio parlare...”
“No, senti! Non accetto pressioni da nessuno, io scrivo quello che mi pare, lo sai! Ho perso il posto al “Corriere”, per la mia deontologia professionale! Non chiedermi di non scrivere, o di scrivere quello che vuoi tu!”
“Mannò, ma che hai capito...”
“E allora che vuoi? Ho già promesso a tua moglie che non farò voce, riguardo al poppante!”
“E ti ringrazio, per questo. Però so anche quanto sei bravo a scrivere, quanto la tua penna sia in grado di toccare nel profondo l’anima del lettore...”
“Mi prendi per i fondelli?”
“Io ti leggo, lo sai? Tu hai qualcosa che gli altri giornalisti non hanno, qualcosa che mi convince che un giorno tu, proprio tu, solo tu, sarai letteratura. Verrai studiato nelle scuole, e le generazioni cresceranno migliori perché avranno studiato i tuoi scritti, la tua poetica, e...”
“Cosa vuoi?”
“Vorrei mi scrivessi il verbale. Tanto sei stato con me tutto il tempo.”
“Che cosa! Parli sul serio?”
“Beh, sei così bravo...”
Dino Lazzati detto Fernet, cronista al quotidiano “La Notte”, vestito da vampiro, sfila l’ultimo foglio dal rullo della macchina da scrivere, premendo ancora l’orecchio pieno di cerone contro la cornetta, e con quella bocca purpurea, madida di sangue finto, sorride. Due piccioni con una fava, pensa in un sussurro.
“Come dice?”, chiede, all’altro capo del filo, l’aiuto redattore, un giovinetto tutto occhiali che tra quattro mesi verrà morso da un ragno a Seveso e deciderà di dare una svolta alla propria vita andando a lavorare in un circo.
“Niente, niente. Metti la mia firma e mandalo in stampa, subito, mi raccomando! Dobbiamo essere il primo quotidiano a pubblicare la notizia!”
“Benissimo, dottor Lazzati!”
“E non chiamarmi dottore, te l’ho detto mille volte...”
Fernet riaggancia il ricevitore, si alza, s’avvolge nel mantello, afferra le tre pagine che ha appena dattilografato, le rimira soddisfatto, le raccoglie in una cartelletta, impugna un lapis e scrive, sulla copertina di cartoncino del verbale col nome Benito Malaspina in calce: ricordati di firmarlo. Te un verbale così, caro mio, non l’hai mai scritto.
Poi Fernet sbadiglia. È spossato. Si risiede e allunga le gambe, appoggiando i piedi sulla scrivania del Mala. Non vuole essere sveglio, al sorgere del sole. Ride da solo. È vestito da Principe della Notte, lui, il Principe de La Notte. E nonostante tutto, s’addormenta sereno.
Mercoledì 3 marzo