Capitolo 3
“Situazione sentimentale: stanotte ho dormito sulla pila del bucato perché ero troppo pigra per piegarlo.”
Anabelle
Tra le prime file nell’aula non ci sono posti liberi, risalgo il corridoio centrale, facendo i gradini due alla volta, ispezionando tutte le altre file. Ci vuole un po’, ma alla fine riesco a individuarne uno proprio nell’ultima, quella contro il muro, ed è un posto che di norma non sceglierei mai.
Sono più un tipo da prima fila, lo ammetto; l’ultima di solito viene scelta da coloro che vogliono appoggiare la testa contro il muro e dormire durante le lezioni.
Non io.
Ho sempre trovato difficile pianificare il tempo a mia disposizione tra studio, lavoro saltuario part-time e attività extracurricolari. Non mi definirei disorganizzata, ma...
Sono disorganizzata. Detto questo, cerco di fare del mio meglio, per quanto posso.
Arranco faticosamente su per le scale, con la borsa in spalla, diretta verso lo spazio ristretto tra una ragazza con le trecce verdi e un ragazzo che chiaramente si è appena alzato dal letto. Capelli castani spettinati, arruffati, disordinati, come se fosse andato a letto troppo tardi e si fosse svegliato troppo presto, e avesse indossato la prima cosa che era riuscito a trovare, prima di fiondarsi fuori dalla porta senza curarsene.
Porta dei pantaloni cachi stropicciati, come la polo grigia senza bottoni. Con un piccolo sforzo, e una doccia, scommetto che potrebbe risultare carino.
Gli rivolgo un sorriso amichevole sedendomi accanto a lui e poi appoggio il mio zainetto turchese a terra, vicino ai miei piedi.
Invece di digitare gli appunti sul computer, prendo un quaderno e una penna, con l’intenzione di scriverli a mano. Più tardi li trascriverò in un file, sperando che ripeterli mi aiuti a memorizzare tutta la terminologia che il nostro professore sta per sciorinarci.
Con la penna pronta sopra il mio bloc-notes a spirale blu, do un’occhiata di sottecchi al ragazzo accanto a me. Sembra okay. Amichevole.
«Ciao.» Sorride, ha un sorriso affascinante, con un dente leggermente storto nell’arcata inferiore, ma si presenta con una battuta stupida. «Vieni qui spesso?»
Gemo come se mi stesse torturando. «In realtà, sì. Questa è la seconda volta che seguo il corso di diritto contrattuale» confesso. «Ormai dovrei essere io a insegnarlo.»
Non so perché glielo sto dicendo.
Lui sbuffa. «Non preoccuparti. Se hai bisogno di un gruppo di studio, hanno un foglio per le iscrizioni vicino alla porta. Io ho già partecipato ad alcuni di quegli incontri.»
«Pensi che possa essere di aiuto?»
Ride, scivolando leggermente giù dalla sedia e allargando pigramente le gambe. «Mettiamola così: il mio voto non può peggiorare.»
«Vale lo stesso per me, ma ho grandi speranze per questo semestre.» Appoggio la penna e mi presento. «Io sono Anabelle.»
«Gunderson. Rex.»
«Gunderson Rex? È un nome piuttosto buffo.»
Ride con il pomo d’Adamo nodoso che va su e giù. «Il nome è Rex, Gunderson è il cognome.»
«È buffo lo stesso, comunque tu lo dica.»
«Tu credi?»
Annuisco. «Certo! Rex è il diminutivo di qualcosa?»
«Sì, ma non ho intenzione di dirtelo.»
«Perché no?»
«Perché poi mi chiameresti con quello, lo fanno tutti.»
Rido. «No, non lo farò. Non sono una completa stronza, te lo giuro.»
Rex sbuffa. «È quello che dicono tutti.»
Gli do una gomitata, conquistata dal suo atteggiamento disinvolto e giocoso. È divertente, non minaccioso e per nulla aggressivo, a differenza di alcuni degli altri ragazzi che ho incontrato nel campus.
«Dai, dimmelo.»
«Bene.» Emette un gemito. «È l’abbreviazione di Reginald.»
«Reginald?» Non credo di aver mai incontrato una persona al di sotto degli ottant’anni di nome Reginald.
«È terribile, lo so.»
«Nooo, è carino.»
«Carino?» Rex alza gli occhi al cielo. «Sei una pessima bugiarda, ma apprezzo lo sforzo.»
«Grazie. Quella era la mia faccia da poker.»
Smettiamo di parlare quando uno studente sfila dinanzi a noi, dirigendosi verso la fine della fila, all’unico altro posto libero.
«Allora, qual è la tua storia, Anabelle?»
Alzo le spalle con nonchalance e snocciolo rapidamente alcune informazioni: studentessa del terzo anno, trasferita da un piccolo college del Massachusetts, sto ancora cercando di conoscere nuove persone e fare amicizia, e non me la sto cavando bene con questo corso.
«Trasferita, eh? Come ti trovi?»
«Sinceramente non è quello che mi aspettavo. Questo college è molto più grande di quel che pensavo. Grandissimo.» Rido. «Non conosco ancora del tutto il campus, sto ancora scoprendo dove si trovano i posti, quali sono i migliori da frequentare.» Un’altra scrollata di spalle. «Cose del genere.»
«Sei stata a qualche festa?»
«Non ancora. Non saprei da che parte andare.» Rex sporge il braccio, con la mano puntata verso la lavagna. «Cammina in quella direzione finché non senti musica ad alto volume e vedi gente ubriaca!»
Fingo di grattarmi il mento riflettendo. «Perché non ci ho pensato prima?»
«Ti piacciono le feste?»
«Non piacciono a tutti?»
Nella parte bassa della sala, l’assistente del professore inizia a scribacchiare appunti sulla lavagna con un pennarello nero, guardando il foglio di carta che ha in mano prima di scrivere. La lezione di oggi sta per cominciare.
«Ti darò un indirizzo, stasera c’è una festa, se ti interessa. Un sacco di pollastrelle ci vanno. Forse conoscerai delle persone nuove.»
Pollastrelle? Provo a flirtare. «Tu hai intenzione di andarci, Rex?»
E fallisco.
Lui scuote la testa. «Negativo, Ghost Rider, non posso. Esco solo una volta a settimana, e non è stasera.»
«Perché?» Mi chiedo se faccia parte di una squadra sportiva, visto che molti di loro hanno il coprifuoco durante la settimana, e sicuramente la notte prima delle partite.
«Sono il team manager. Abbiamo delle regole da rispettare.» Gonfia leggermente il petto, come un pavone che fa la ruota. «Il mio compito è assicurarmi che i giocatori seguano le regole, quindi, sai, devo dare il buon esempio. Il mio è un ruolo piuttosto importante.»
«Immagino. Scommetto che è una notevole rottura.»
«Forse, ma una posizione come la mia comporta molte responsabilità. Sono in parte team manager e in parte direttore sociale.» Gli rivolgo un sorriso ironico; lo trovo simpatico. Anche se non è il mio tipo, l’aspetto sciatto e la conversazione assurda sono divertenti.
«Direttore sociale? È una posizione ufficiale o te la sei inventata?»
«Direi che è una cosa risaputa.» Mi fa l’occhiolino.
Il professore aziona il proiettore e si dirige al centro della stanza, con il telecomando in mano. Fa un cenno di assenso al suo assistente, che spegne le luci.
«Okay, gente.» La voce rimbomba, il silenzio che ne segue si può tagliare con un coltello. «Basta chiacchiere.»
E così inizia la lezione.
Elliot
Non so perché continuo ad andare in giro con questi idioti; giuro, più tempo trascorro con loro, e più stupido divento.
Ma erano gli amici del mio ex compagno di stanza e, per qualche motivo, continuano a starmi tra i piedi. Quando mi raggiungono per pranzo, faccio spazio al mio tavolo per farli sedere.
«Amico, è da parecchio che non ci vediamo, come butta?» chiede un tizio nero e grosso di nome Pat Pitwell sedendosi di fronte a me. È enorme, davvero e mi fissa serio, come se gli fregasse davvero della mia risposta, a differenza degli altri tre idioti.
«Bene.» Mi ficco il sandwich in bocca, strappando un pezzo di pane con i denti. «Tranquillo.»
«Vivi da solo adesso?»
«Sì.»
«Ultimamente non ti ho visto in giro.»
«No.»
Brian Tenneson, un tizio che non sopporto proprio, si china in avanti.
«Adesso che non vivi più all’ombra di Osborne e Daniels, non pensi che sia arrivato il momento di scatenarti e divertirti un po’?»
Gli lancio un’occhiata brusca. «Quando mai ho vissuto nella loro ombra?»
«Uh, negli ultimi due anni?»
Scrollo le spalle. «Ti sbagli. Siamo amici, è strano che tu la veda come una competizione, ma pensala come vuoi.»
«Non pensavo a niente del genere, volevo solo dire che dev’essere bello che se ne siano andati, e che non ti rubino più la scena.»
«Amico, non c’è nessuna scena da rubare.»
Tutti si mettono a ridere.
«E tra noi non c’è mai stata competizione.»
Anche se non praticavo sport per l’università come facevano loro, io e i miei compagni di stanza facevamo tutto insieme. Ci allenavamo insieme quando era possibile. Palestra. Corse. Compiti in biblioteca.
Sebastian mi aveva aiutato a scrivere una tesina o due, e Daniels aveva pagato la mia parte di spese più di una volta.
Quindi, no, non ho mai pensato che stessi vivendo nella loro ombra e non siamo mai stati competitivi l’uno con l’altro. Tenneson è solo un piccolo stronzo con troppo tempo libero e troppi problemi di suo.
«Non hai altro da aggiungere alla questione? Hai sempre qualcosa da dire.» Do una spallata al braccio di Rex Gunderson. «Sei stranamente silenzioso.»
«Merda, aspetta un attimo.» Solleva la mano, zittendoci. «Ho visto qualcuno che segue un corso con me, vado a salutare.»
«Fai come vuoi.»
Quel “qualcuno” deve essere una ragazza, o non gliene fregherebbe un cazzo di andare a salutare. Non so come faccia Gunderson, ma riesce sempre ad affascinare le ragazze, che alla fine pendono dalle sue labbra.
Non importa che sia il più grande stronzo che Dio ha creato; le ragazze lo adorano.
Gunderson si alza in piedi e si allontana dal tavolo, si passa le mani sui pantaloni per togliere le grinze, poi si pettina i capelli scompigliati con le dita.
«Amico, ti stai mettendo in tiro?» domanda Pitwell divertito. «Qualsiasi cosa tu faccia non funzionerà. Sei senza speranza.»
Tutti si mettono a ridere mentre Rex afferra lo zaino sbuffando. Ma prima di andarsene si gira verso il tavolo. «Piantatela, ragazzi, e abbassate la voce, non ho bisogno che mi mettiate in imbarazzo.»
«Non vuoi che ti mettiamo in imbarazzo?» Lo prendo in giro, indicando le persone intorno al tavolo, sventolando il sandwich in aria. «Avete sentito, ragazzi? Non vuole che noi mettiamo in imbarazzo lui.»
I ragazzi, rumorosi e chiassosi, stanno ridendo a crepapelle, dandosi delle gomitate.
«Non preoccuparti, fratello. Non ti metteremo in imbarazzo, non ce ne sarà bisogno perché farai tutto da solo.»