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1– Giuda fauss! – esclamò il commissario Mauro Del Rio quando si accorse che il grosso fagotto di stracci intravisto di lontano sul sentiero di Punta Corvo era in realtà il corpo di un uomo.
– Signore, si sente male? Ha bisogno di...
Non riuscì a finire la frase perché un dolore acuto alla testa lo fece stramazzare a terra. Riprese conoscenza a fatica: seduto a terra, si toccò la testa che gli doleva, guardandosi intorno per individuare chi lo avesse colpito. Non scorse nessuno: il cielo, azzurrissimo, il sole, splendente, contrastavano con quel corpo immobile, troppo fermo per essere solo svenuto. Il commissario ne aveva visti troppi per non riconoscere un cadavere quando ne incontrava uno. Il tentativo di sollevarsi e di girarsi gli causò dolorose fitte in tutto il cranio. Gli doleva anche un braccio: doveva averlo battuto su di un sasso quando era caduto. Cercò di alzarsi, muovendosi lentamente perché lo sforzo gli causava ulteriori trafitture. Si disse che forse avrebbe fatto meglio a stare sdraiato: e se avesse avuto una commozione cerebrale? Non era consigliabile muoversi finché non fossero arrivati i soccorsi. Si sdraiò nuovamente, ad aspettare. Soccorsi: ma quali? Come al solito, aveva lasciato a casa il cellulare, eppure adesso l’aggeggio infernale gli sarebbe stato utile, anzi, indispensabile. Maledisse la sua insana idiosincrasia e, una volta tanto, diede ragione agli amici che lo accusavano di essere il solito bastian contrario. “Tutti si portano dietro il telefonino e lui no: lui deve essere diverso dagli altri” gli rinfacciava sempre Clara. Certo, se avesse avuto il telefonino, avrebbe chiamato per prima cosa in centrale: l’agente Ravera sapeva sempre chi avvisare con urgenza. “La mia testa non funziona: Ravera è ad Ivrea, e qui siamo a Montemarcello”. Già, era in vacanza. Lo svenimento, che gli aveva fatto perdere per un attimo il senso della realtà, non aveva impedito che si innescassero gli automatismi professionali: scoperta di un cadavere-allerta di medico legale, scientifica-inizio delle indagini, ecc. Mentre si consolava constatando che il buio della memoria era durato pochissimo, improvvisamente qualcosa ruppe il silenzio circostante: il rombo di un motore che si avvicinava, rallentava fino a spegnersi del tutto. Porte sbattute, passi frettolosi; dal fondo del sentiero sbucarono gli aiuti sperati: dei poliziotti, come se per magia Ravera avesse captato il suo segnale mentale. Il comandante dei soccorritori, comandante perché ne aveva le insegne e per il piglio con cui precedeva gli altri, era una figura che sarebbe stata benissimo sui manifesti per l’arruolamento nella P.S.: un viso dorato, grandi occhi chiari, capelli biondi sotto il blu del berretto di ordinanza, un fisico alto e sottile messo in risalto dalla divisa. Il commissario fece il cenno di volersi alzare, è da stupidi stare sdraiati per terra davanti ad una signora, ma fu fermato con tono deciso.
– Aspetti, stia buono, non si muova, lasciamo che arrivi l’ambulanza. Che cosa è successo al suo amico? Mi sembra che sia più grave di lei, non si muove.
La donna si chinò sull’individuo steso a terra, toccandolo sul collo, quindi si rivolse ai presenti per comunicare che non c’era più nulla da fare. Il commissario in un primo momento apprezzò il gesto professionale di tastare la carotide, poi si rannuvolò pensando all’ordine che gli era stato impartito.
“Aspettare? E aspettiamo, tanto sono in vacanza! Non bastava essere qui da solo, adesso sono anche ferito. Con un morto vicino, magari assassinato. In vacanza, già, davvero una bella vacanza!”.