h 22:05
Raffaella gli andò incontro saltando giù da Alpha1. Aveva le guance luminose come le braci di un falò e nonostante la tensione dell’ultima ora, occhi ridenti come quelli di un bambino felice. Giorgio si era seduto vicino alle macchine del caffè, in sala d’aspetto e stava compilando il foglio d’intervento mentre Piero conversava con l’agente di turno e Vittorio era andato a sanificare l’ambulanza. L’infermiera gli si sedette accanto e sbuffò di sollievo; ora che i sinti se ne erano andati a preparare il lutto, il Pronto soccorso sembrava deserto come una sala da ballo dopo capodanno; un inserviente era arrivato spazzando il pavimento dalla confusa teoria di cartacce e bicchierini di plastica che avevano costellato la sala.
«È stato difficile?» le chiese Giorgio, rileggendo il modulo.
«Abbiamo dovuto estrinsecarlo col KED, si perde un mucchio di tempo col corsetto, ma il tipo era messo proprio male.»
«Piero mi ha detto che è in rianimazione.»
Lei fece un cenno affermativo, guardò la sua cartelletta e ne lesse il nome: «Denis Cutrì...» Giorgio inarcò le sopracciglia. Certi nomi, facendo l’investigatore privato, ricorrevano spesso e quando se li ritrovava in mezzo ai piedi di norma significavano guai, complicanze e illeciti. Denis Cutrì apparteneva a quella categoria. Era come un interruttore che accendeva ombre invece che luci.
Lei notò la sua espressione. «Lo conosci?»
«In ambito professionale. Non è un vanto conoscerlo...»
«E chi è? Lo sai che io sono una ragazza di campagna e...»
«Ufficialmente è un imprenditore, un personaggio noto a tanta gente e una vecchia conoscenza della Guardia di Finanza, della Magistratura, di tanti appassionati di vita notturna, gioco d’azzardo e frequentatori di locali equivoci.»
«Un puttaniere,» troncò lì Raffaella.
«Anche,» concesse Giorgio. «Chissà che ci faceva lì...» si domandò.
«Siamo giunti che c’era un mezzo ingorgo e l’autopompa dei Vigili del Fuoco non riusciva a passare. Poi vi ho visto arrivare sparati, cos’era?»
«Pompiere ferito ma niente di così grave... raccontami ancora di Cutrì, vuoi?» lei sorrise adorabile. «Era ancora cosciente quando siamo intervenuti. Non si era allacciato e l’airbag gli aveva fracassato il muso, così non riusciva a parlare e aveva un’epistassi importante in corso ma era vigile, reagiva agli stimoli vocali e, guarda, mi aveva lasciato in mano questo prima di svenire.» Raffaella frugò in un tascone della divisa e gli mostrò il biglietto stropicciato, dove era riportato un numero: 150101.
Giorgio prese il foglietto. La carta era sottile, fragile, forse termica o carta velina; un lato presentava una mezzaluna intagliata dal contorno pulito. Non era una forma originata da uno strappo.
«Secondo te, George? Che cosa può essere?»
Giorgio scrollò le spalle e si accarezzò il mento scurito dalla barba. «Qualunque cosa.» Passò le dita tra i capelli. «Un prefisso, parte di un numero di telefono, un indirizzo, un progressivo d’archivio, una combinazione o un PIN...»
«Magari ti ho trovato lavoro, George,» suggerì lei convinta.
Giorgio le sorrise. «Magari... posso tenerlo?»
«Certo.» In quel mentre, Giacomo Rasero li raggiunse. Era accaldato, il volto rosso come l’uniforme; si era tolto la giacca e la polo sotto era scurita da ampie chiazze di sudore. «Dobbiamo andare, abbiamo un codice giallo respiratorio.»
Raffaella si batté le mani sulle cosce e si alzò con uno scatto atletico. «Il dovere chiama. Ci vediamo caro George.» E come l’infermiera lasciò il Pronto Soccorso, Piero arrivò con quella sua camminata nervosa e vagamente isterica. «Hai compilato?»
«Or ora,» rispose pronto Giorgio, mostrandogli la cartella.
«Dobbiamo ripartire. Avevo ragione...»
«Cioè?»
«Un neurologico. La donna che avevamo visto all’APES.»
L’MSB ripartì sostenuta. Piero aggredì la rampa con un fischio di pneumatici e la sirena di nuovo a pieni polmoni. Vittorio sedeva davanti perché non reggeva la guida di Piero, Giorgio di dietro, la testa infilata nel finestrino comunicante con l’abitacolo.
«Il capo servizio ha cercato di calmarla e soprattutto allontanarla dall’incendio. La donna sembrava gestibile poi ha avuto un’altra crisi e un ispettore dell’ARPA si è deciso a chiamare il 118.» Piero spiegava con la sua consueta dovizia di particolari e pestava sull’acceleratore con un’eccitazione controllata. Giorgio vedeva il team leader come una specie di Joker sempre in bilico tra esaltazione e professionalità. Sospirò e si sedette sulla panca posteriore, tra collari cervicali ondeggianti, cigolii e manometri.
Un’idea lo solleticò in quei momenti forsennati e quel solletico lo stuzzicava e incuriosiva sempre più. Pescò il cellulare dalla tasca della giacca e chiamò Paolo Marchese. Marchese era un chimico e un amico fraterno. Dopo esser stato titolare, per anni, di un laboratorio privato di analisi e perizie, una combinazione contrastante di difficoltà economiche e lieti eventi l’aveva portato alla chiusura del laboratorio. Aveva vinto un concorso presso l’ARPA Piemonte come chimico di ruolo poi sua moglie gli aveva annunciato la terza gravidanza. Famiglia aumentata, spese in conseguenza, un laboratorio che non riusciva più ad assicurare una rendita degna e la possibilità di un impiego stabile presso un’Agenzia pubblica nei confronti della quale aveva sempre nutrito stima e ammirazione, aveva segnato il nuovo corso della sua vita.
Paolo rispose dopo otto squilli. Parlava a bassa voce e cercava di essere breve: «Ciao Giorgio. Perdonami ma sono incasinato...»
«Va bene. Ci vediamo all’APES.» E chiuse la telefonata.