Sezione omicidi
Sezione omicidi
«Incompatibilità cosa?»
Il commissario Meucci si alza di soprassalto dalla poltrona e comincia a urlare come un ossesso. Continua ostinatamente a rileggere quelle poche righe di comunicazione del Ministero dell’Interno.
Favaro entra nel suo ufficio e si ferma all’improvviso con un’espressione di stupore stampata in viso.
«Che succede, capo?»
Meucci gli allunga il foglio di carta stropicciato e si avvicina alla finestra.
Favaro legge con attenzione e poi conclude con un «Cazzo!»
Meucci ansima osservando i platani di corso Vinzaglio. Sono immobili come la smorfia che gli modifica il volto. Ha la fronte sudata e le bretelle allentate.
Favaro gli si avvicina con finta calma.
«Questa è una vera porcata!», esclama quasi sottovoce, osservandolo serio.
«Non gliela darò vinta. Ora mi rivolgerò ai sindacati. Sono molto amico del segretario del SIULP, vediamo che dice».
«Sì, i sindacati, tutti uguali. Ancora credi alla befana. Una volta, forse! Sono passati i bei tempi», continua Favaro passeggiando nervosamente nell’ufficio.
«E cosa dovrei fare? Obbedire muto e riconoscente?»
Anche La Porta e Federico, sentite le voci concitate, entrano nell’ufficio. Favaro, guardandoli indignato, sporge loro il foglio.
La Porta lo legge ad alta voce e poi, sdegnato, esplode.
«Ti trasferiscono da Torino? Dalla squadra mobile? Dalla sezione omicidi? Ma questi sono dei veri bastardi! Ma lo sanno che cosa hai fatto in tutti questi anni?»
Nessuno replica. Un silenzio nervoso si è impadronito un po’ di tutti.
La Porta, furibondo, riprende a inveire contro il mondo.
«Incompatibilità ambientale? Con chi? Con che cosa? Tu e tutti noi abbiamo seguito correttamente le procedure. Cazzo! Lo so che si riferiscono alla vicenda di Vivaldi. Lo so. Ma tu che cosa ci potevi fare? Eri il suo migliore amico, eppure lo hai arrestato lo stesso. Hai fatto quello che dovevi fare, sei stato corretto. Vivaldi era e rimane un nostro amico, ma non ci siamo tirati indietro, anche se con il cuore spezzato».
«Povero Mauri. Chissà come starà ora», esclama Federico abbassando lo sguardo.
Meucci si volta e osserva tutti serio. Il suo viso è tirato e sembra non cedere alle emozioni.
«Pare io sia troppo coinvolto in questa storia».
Riprende la lettera del Ministero dell’Interno dalle mani di La Porta e si allontana in silenzio.
Federico guarda gli altri, poi esplode.
«Non si può far nulla?»
«Ora andrà dal Questore e poi al sindacato. Mi sa, però, che la situazione è critica», risponde La Porta con le braccia incrociate.
«Dove lo vogliono trasferire?»
«Ad Asti. Questura».
«Porca troia, Meucci ad Asti ci lascia le penne. Per inedia».
«C’entra qualcosa il rapporto?», continua Federico strofinandosi nervosamente le mani.
«Non so. Ora il Questore chiarirà meglio. Almeno spero. Resta comunque una porcata».
La Porta si siede sulla poltrona di Meucci e sfoglia un quotidiano. La vicenda è ancora agli onori della cronaca e i giornalisti non fanno sconti a nessuno, come al solito. Il titolo della prima di cronaca de La Stampa è inequivocabile: Caso Vivaldi. Esecuzione o tragica fatalità?
La pagina è fitta di teoremi e congetture, di testimonianze di cittadini che difendono l’operato di Vivaldi, di altri che, invece, lo accusano esplicitamente di omicidio.
Ancora bufera sulla omicidi di Torino. Maurizio Vivaldi, noto investigatore privato ed ex poliziotto, la scorsa settimana ha ucciso a sangue freddo Marco Gobbi, killer seriale inseguito da mesi dalle forze dell’ordine e colpevole di orribili omicidi. L’ultima vittima del killer, Loretta Pandiani, era in procinto di sposare l’ex poliziotto. Questo pare essere il movente che ha scatenato la furia di Vivaldi che aveva collaborato fattivamente alle indagini del dottor Meucci e della sua squadra. Con uno stratagemma l’uomo è riuscito ad anticipare i colleghi e, dopo aver scovato Gobbi, l’ha ucciso con un colpo alla testa. Esecuzione od omicidio? E se sì, di quale tipo? Il rapporto ufficiale stilato dal dottor Meucci, presente al tragico evento, ha escluso l’intenzionalità del Vivaldi. Di altro avviso sembrerebbe parte dell’opinione pubblica, che parla di esecuzione sommaria, se non addirittura di vendetta premeditata. Le indagini sono in corso, ma è chiaro che questa vicenda apre una ferita insidiosa tra le forze dell’ordine. Nel frattempo il dottor Maurizio Vivaldi è trattenuto in isolamento nel carcere delle Vallette sotto stretta sorveglianza.
La Porta batte un pugno sul tavolo. Chiuso il giornale, si alza e si avvicina alla finestra.
«È passata solo una settimana. Mi sembra una vita fa», esclama accendendosi una sigaretta.
Favaro gli si avvicina.
«Secchio, hai ripreso a fumare?»
«È il minimo che si possa fare di questi tempi».
«Ma è vero che Bellavista se ne va?»
«Sì, non l’ho più visto. Dopo quella notte d’inferno si è messo in ferie. Mi hanno detto che ha inoltrato domanda di pensionamento. Forse non ha retto alla pressione. In fondo lo capisco. Questo è un duro colpo per tutti. E purtroppo non finirà qui».
Favaro si gira verso Federico e, dopo qualche attimo di esitazione, esclama, «forse lo ha scosso quel ritocco al rapporto, non so. Ma chi non l’avrebbe fatto, per Dio! Vivaldi è un fratello per noi. Chi non avrebbe sparato a quella merda che ha ucciso Loretta? Chi?»
«Hai ragione. Ma non c’è motivo di temere. C’eravamo solo noi della omicidi vicino a lui. I colleghi in divisa erano alcuni metri più indietro ed era buio. Speriamo che questo possa aiutarlo a non beccarsi un ergastolo. Era il minimo che potevamo fare».
Favaro si tormenta il labbro inferiore con la mano e poi replica.
«Qualche anno se lo dovrà fare di certo. Poi un po’ di buona condotta, qualche indulto, che ne so. Magari una pena alternativa come gli arresti domiciliari. Vedrete che, se tutto filerà liscio, se la caverà con poco».
«Sempre galera è. E poi a Loretta non ci pensate? Lui è devastato. Chi non lo sarebbe? Se ti uccidessero la moglie, come ti sentiresti?», ringhia Federico alzandosi dal divano.
«È una situazione di merda per tutti. Ma Mauri è quello messo peggio. Non vi è ombra di dubbio».
Fuori il sole non dà tregua e l’aria calda si insinua ovunque, a turbare ancor più gli animi già irrequieti.
«Tutto è così paradossale», commenta Favaro. «Cazzo, un pezzo di merda di killer, che ha continuato indisturbato a uccidere e mutilare la gente, viene ammazzato da un investigatore privato che non è uno qualsiasi, ma è l’ex capo della omicidi, un poliziotto con due coglioni così! E cosa succede? Che quest’ultimo finisce in galera. Ma vi sembra giusto? È incredibile. Ha fatto bene, io gli darei una medaglia, porca puttana. Al diavolo! Vado a farmi una birra».
«A quest’ora? Un po’ prestino, forse. Meglio un caffè», risponde laconico La Porta.
Favaro non replica, ma in cuor suo ha già mandato a fanculo tutti quanti.
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