Ufficio del Questore

758 Words
Ufficio del Questore «Vedi caro Meucci, io non posso farci proprio nulla. Queste disposizioni provengono dal Ministero. D’altro canto qualcuno deve indagare su quanto successo quella notte al cimitero e non puoi certo essere tu. In realtà ho già fatto miracoli, credimi, per non fare allontanare anche gli altri componenti della squadra». Il Questore di Torino si trattiene dal continuare e sbuffa, come in cerca di maggiore concentrazione. Si è levato gli occhiali e si rivolge a Meucci come un padre, con voce rassicurante e pacata. «È una brutta storia, lo so. Ho il cuore infranto per Vivaldi e per tutti i guai che passerà, ma io devo garantire che le indagini siano condotte con trasparenza e professionalità, senza alcun coinvolgimento emotivo, nessun condizionamento, nessuna contaminazione. Su questo sono irremovibile». Meucci assiste muto alla paternale. Dentro di sé è furioso, ma si rende conto dell’inutilità di gesti estremi che potrebbero rivelarsi ancor più controproducenti. Ascolta le parole del Questore e le subisce come sassi lanciati addosso con violenza inaudita. Pensa al suo amico Vivaldi e si trattiene. E poi pensa a Loretta, a quella donna meravigliosa che stava per realizzare il sogno della sua vita: sposarsi. Ai suoi sorrisi, alla sua allegria, alla sua complicità. Frammenti di ricordi si frappongono prepotenti, rendendo il monologo del Questore sempre più lontano e ovattato dal tempo che passa. Pensa a quello sparo nella notte e allo sguardo perso di Vivaldi, al suo dolore, alle sue lacrime. Pensa a Marco Gobbi, alla sua scia di morti, anche lui vittima, forse, della fatalità. La vita è strana. Eccome se è strana. Un giorno sei in paradiso e quello successivo all’inferno. Meucci abbassa lo sguardo e osserva le scarpe del Questore che continua a parlare con parole vuote e piene di retorica. Sono scamosciate e pulitissime. Poi osserva le sue mani. Stanche e nervose. Un telefono squilla impertinente a interrompere lo stato soporifero in cui Meucci è precipitato. Il Questore parla a monosillabi. Guarda il video del computer, poi annuisce. Terminata la telefonata, torna su di lui con lo sguardo. «Caro Meucci, ad Asti troverai il dottor Baranello. Ora è Questore. Te lo ricordi, vero? Era il capo della squadra mobile di Torino anni fa. Vedrai, con lui starai bene». Si alza dalla poltrona e, avvicinandosi a lui, gli stringe la mano con forza. «Ti assicuro che non dovrai rimanere molto laggiù. Interverrò personalmente affinché tutto si svolga con serietà ma nel minor tempo possibile. Poi tornerai al tuo posto». «Si tratta di un trasferimento, però. Potevano aggregarmi solo per qualche mese…». Il Questore risponde con una smorfia e le mani unite. «Caro ragazzo, così hanno deciso», e alza lo sguardo verso l’alto come se a decretare il suo trasferimento fosse stato Dio in persona. Quando Meucci esce dall’ufficio del Questore si sente svuotato, privo di forza ed energia. Pensa che forse il sindacato potrà fare qualcosa. Forse. Torna in ufficio e si abbandona sulla poltrona, chiama il magistrato per sapere quando potrà vedere Vivaldi, ma per ora non se ne parla. Apre pigramente i cassetti e li svuota in una scatola di cartone. Si guarda intorno. I suoi libri, i suoi quadri, le sue cose. Non è la prima volta e forse non sarà l’ultima, tuttavia un trasferimento implica sempre una serie di condizionamenti emotivi. Quando anni prima era rientrato in servizio dopo mesi di ospedale a seguito di un conflitto a fuoco, era stato trasferito alla Questura di Alessandria. Ora tocca ad Asti. Se non altro più vicina. Scarica i contenuti personali del computer in un hard disk portatile e si avvicina alla piccola libreria. La osserva inclinando il capo e leggendo i dorsi di alcuni libri. Sorride pensando alle loro storie, ai loro viaggi. Li raccoglie con lentezza, scrutandoli uno a uno. Squilla il telefono. Risponde. È Laura, la sorella di Vivaldi. Chiede di vederlo con una certa urgenza. Lui sbircia l’orologio e risponde che la raggiungerà entro qualche ora, poi riaggancia la cornetta piano, quasi al rallentatore. Laura. La conosce bene. Cosa vorrà dirgli? Cosa vorrà domandargli? Meucci ha le lacrime agli occhi. Anche questa scelta implica condizionamenti emotivi. Lo sa. Si avvicina di nuovo alla finestra. I platani di corso Vinzaglio sembrano immobili al sole. Come in un dipinto ingiallito dal tempo, una fotocopia sbiadita. Si guarda intorno. Gli mancherà quell’ufficio. Eccome se gli mancherà. Inizia a togliere i quadri e alcune fotografie. In una, lui e Vivaldi si abbracciano sorridendo. È di qualche anno prima. Il suo sguardo si perde ancora nel vuoto. «Cos’hai combinato, Mauri. Cos’hai combinato!»
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