3Laura ha il viso tirato e pallido, i capelli raccolti da un cerchietto e fuma nervosa. È stanca, si vede. I suoi occhi sembrano spenti e osservano Meucci da dietro le lenti degli occhiali. Sono seduti nel dehors di un bar di Lucento, in via Bernardino Luini. Il caldo non molla la presa e l’aria pare africana.
Meucci ordina una granita all’orzata, mentre Laura beve un the alla menta. Dopo un breve silenzio, lei comincia.
«Cos’è successo, Ale? Cos’è successo veramente?»
Meucci si slaccia la cravatta, l’arrotola e se la infila in tasca. Si guarda intorno in cerca di parole, ma sa che a lei non può mentire, non deve mentire.
«Una brutta storia, Laura. Che ti devo dire. Avevamo individuato il killer dopo tutte quelle strane morti, e siamo andati a prenderlo. Non c’era. Sparito, volatilizzato. Sapevamo che era molto malato, una recidiva di tumore, aveva i giorni contati, condannato a morte insomma».
«E poi?»
«E poi Maurizio ha avuto l’intuizione fatale. Che lui avesse raggiunto la madre al cimitero per morire sulla sua tomba e farla finita per sempre. Mauri è sgattaiolato dalla Questura qualche minuto prima di noi e lo ha raggiunto. Aveva ragione. Lo ha trovato. E quando anche noi siamo sopraggiunti, li abbiamo ritrovati là in una scena surreale, al buio, tra le luci tremolanti dei lumini delle tombe. Mauri gli puntava la pistola alla testa, mentre Marco Gobbi, il killer, era accovacciato a terra sopra la lapide della madre».
Meucci aspira con rabbia dalla cannuccia la sua granita mentre un groppo alla gola si impadronisce di lui. I suoi occhi si gonfiano di lacrime. Se li asciuga con un fazzoletto di stoffa.
«Sai, poco prima avevamo rinvenuto il cadavere di Loretta. Era vestita da sposa. Una scena devastante, credimi. Io non sapevo più che fare, mentre Mauri era letteralmente fuori di sé».
Laura accende un’altra sigaretta e l’aspira lentamente, osservando Meucci. È immobile come una statua e non mostra alcun segno di emozione. Socchiude gli occhi come un’iguana al sole.
Meucci continua a raccontare.
«Abbiamo implorato Mauri di non sparargli, tutto inutile. Marco era un morto che camminava. Era quello che voleva. Ma lui era davvero sconvolto. Continuava a piangere mentre l’altro lo sfidava. Io l’ho guardato negli occhi, Laura. Ho visto un dolore e un’angoscia indescrivibili. Poi un gesto improvviso. Marco ha alzato la mano verso la pistola, non so se per afferrarla o per allontanarla da sé. So solo che è partito un colpo. Un colpo mortale. Poi Mauri si è inginocchiato a terra e ha alzato le braccia, arrendendosi. Da quel momento non ha più parlato e si è chiuso in un mondo tutto suo. Tutto qui. Non so altro. È in isolamento, lo sai».
Laura si guarda intorno cercando di scrollarsi di dosso una tensione insopportabile. Il suo volto pare ancor più scavato e pallido.
«Quella mano l’avete aggiunta voi, vero?»
Meucci chiude gli occhi, poi si volta verso il cameriere. Ordina una seconda granita. Non risponde, ma guarda Laura in modo inequivocabile.
«Conosco bene mio fratello. E sai cosa ti dico? Che ha fatto bene! Sono orgogliosa di lui. Gli hanno rovinato la vita. Per una volta che mi pareva di vederlo finalmente felice e realizzato».
Il silenzio compare come un fantasma a coprire gli umori e le parole. Tutto intorno il nulla, immerso nella calura.
Meucci si stropiccia nervosamente le mani mentre lei riprende a parlargli lentamente, fino a una richiesta. Lo prega di occuparsi di Jago, il pastore tedesco di Maurizio. In questi giorni è andata avanti e indietro fino ad Asti per dargli da mangiare, ma, vivendo a Torino in un alloggio con la famiglia e un altro cane, non può sostenere ancora a lungo quella situazione. Il figlio di Vivaldi vive in Brasile ormai da tempo.
Jago, già, il povero Jago. Un’altra vittima di questa assurda vicenda, pensa Meucci scuotendo il capo.
«Laura, non so come dirtelo, ma forse potremmo risolvere la situazione. Mi hanno appena trasferito ad Asti. Per loro sono troppo coinvolto. Potrei traslocare in via provvisoria a casa di Mauri, così Jago non starà solo. L’ironia della sorte mi pone in una condizione molto particolare. Ho bisogno di una casa e non posso certo chiederla a lui. Che ne pensi?»
«Alessandro, sarebbe meraviglioso. Per tutto, voglio dire. Jago in primis. Lui ti conosce ed è per questo che ti ho chiamato. Ma anche per la casa e le cose di Mauri. Tu sei come un fratello per lui. Figurati se non è felice. Ti metto in contatto con Renata, la proprietaria, e così potremo continuare a mantenerla in vita. Sì, questa è proprio una bella notizia!»
«Quanto alla casa nuova?»
«Quello era il sogno di Loretta e Maurizio. Dovevano trasferirsi a breve entrambi, poco prima del matrimonio. Non so. Deciderà Mauri quando vorrà».
Laura apre il portafoglio e prende dei soldi, fa per allungarli a Meucci.
«Per il mantenimento di Jago. Ti prego».
Meucci le blocca la mano e la guarda con gli occhi gonfi.
«Laura, è il minimo che io possa fare. Povera bestia. Gli starò vicino. So quanto è importante per Mauri».
I due si salutano, poi Laura si volta all’improvviso.
«Come andrà a finire?»
Meucci la guarda, poi allarga le braccia in segno di resa. Non risponde. Non può rispondere. Si volta e si allontana un po’ ingobbito, con la giacca poggiata sulle spalle. Come un vecchio. Sotto un sole che cuoce.