Sofia
Il vestito è blu navy. Lungo fino alle caviglie. Collo alto. Maniche lunghe. Mio fratello l'ha scelto personalmente. Me l'ha fatto consegnare stamattina con un biglietto: «Per stasera. Mi ringrazierai».
Non lo ringrazio. Lo guardo nella sua confezione di seta, e penso al vestito rosso di ieri sera. A come Lucas Alves mi ha guardata dentro. A come ha detto che non dovrei mai lasciare che siano gli altri a decidere al posto mio.
— Sei pronta? Mio fratello bussa alla mia porta.
— Quasi.
Infilo il vestito blu navy. Mi sta bene. Fin troppo bene. Avvolge le mie forme senza mostrarle. Elegante. Classico. Rasoio.
— Sei bella, dice mio fratello quando apro la porta.
— Sono un regalo impacchettato.
— Sei mia sorella. E stasera incontrerai un brav'uomo. Dagli una possibilità.
Non rispondo. Lo seguo in macchina. La notte è calata su Rio. Le colline brillano di mille fuochi, le favelas e le ville convivono in una promiscuità che sfida la ragione. Il tragitto fino alla residenza dei Monteiro dura venti minuti. Venti minuti di silenzio. Venti minuti a pensare a occhi neri e a un sorriso arrogante.
---
La casa dei Monteiro è una follia architettonica. Colonne greche, vasche di marmo, giardini alla francese. Sembra un museo, non una dimora familiare. Un maggiordomo ci accoglie, ci toglie i cappotti, ci guida verso una sala da pranzo dove un tavolo da venti coperti brilla sotto un lampadario di cristallo.
— Siete i primi, annuncia il maggiordomo. Vi prego, accomodatevi.
Mio fratello mi tira una sedia. Mi siedo, schiena dritta, le mani sulle ginocchia. Una cameriera depone un calice di champagne davanti a me. Bevo un sorso. La stessa effervescenza di ieri. Lo stesso sapore di miele. Ma tutto è diverso.
Gli invitati arrivano uno a uno. Volti noti. Nomi che pesano miliardi. Sorrisi che nascondono calcoli. I genitori Monteiro, per primi. Lui, alto, brizzolato, un pugno di ferro in un guanto di velluto. Lei, bionda, immobile, lo sguardo vuoto di una donna che ha imparato a non vedere nulla.
— Lei deve essere Sofia, dice signora Monteiro avvicinandosi. Ricardo ci ha parlato così tanto di lei.
— Non mi ha mai incontrata, rispondo.
— L'ha vista in fotografia. Ed è rimasto… impressionato.
So cosa vuol dire. Impressionato dal mio fisico. Dal mio nome. Dalla cifra sul mio conto in banca.
— Dov'è Ricardo? chiede mio fratello.
— Sta arrivando. È stato trattenuto da una riunione.
Una riunione. Venerdì sera. A casa dei suoi genitori. Trattengo un sorriso.
Bevo un altro sorso di champagne. Ed è in quel momento che lo vedo.
In fondo alla stanza. Appoggiato a una colonna di marmo. Un bicchiere di whisky in mano. Lo stesso abito nero. La stessa noncuranza. Gli stessi occhi neri posati su di me.
Lucas Alves.
Il mio cuore fa un balzo. Cosa ci fa qui? Perché nessuno mi ha detto che sarebbe stato presente?
— Ah, vedo che ha notato il nostro altro ospite, dice signora Monteiro seguendo il mio sguardo. Lucas Alves. Un amico di famiglia. Insomma, piuttosto un socio. Suo padre e mio marito lavoravano insieme.
— Non sapevo che sarebbe stato qui.
— È una sorpresa. È raro che accetti i nostri inviti. Stasera ha fatto un'eccezione.
I suoi occhi neri sono sempre fissi su di me. Non sorride. Non fa nessun gesto. Mi guarda. Tutto qui. E quello sguardo basta a farmi perdere tutti i miei mezzi.
— Vado a salutarlo, dico alzandomi.
— Sofia, attenzione, mi avverte mio fratello. Quell'uomo non è…
— So chi è.
— Amo le sorprese.
Alza il suo bicchiere verso il mio. Brindo. Il cristallo canta.
— Sei ancora più bella in questo vestito, dice. Peccato che nasconda tutto.
— Tu credi?
— Credo che sia un crimine nascondere un corpo come il tuo. Ma tuo fratello non è della mia opinione, immagino.
— Mio fratello pensa che la bellezza debba essere discreta.
— Tuo fratello è un idiota.
Rido. Troppo forte. Degli sguardi si voltano verso di noi. Lucas non batte ciglio. È abituato a essere guardato. È abituato a essere giudicato. Non gli importa.
— Perché sei qui? domando.
— Potrei farti la stessa domanda.
— Mio fratello mi ha costretta.
— La famiglia. Sempre la famiglia.
— Anche tu subisci pressioni?
Lui alza le spalle.
— La mia famiglia vuole che mi sposi. Che abbia figli. Che perpetui il nome. La solita tiritera.
— E tu non ne vuoi?
— Non ne voglio.
Attraverso la stanza. I miei tacchi scattano sul marmo. Ogni passo è una dichiarazione. Ogni battito del mio cuore è una domanda.
— Mi avevi detto che ci saremmo rivisti, dico fermandomi davanti a lui.
— Non mento mai.
— Avresti potuto avvertirmi che sarebbe stato così presto.