SANAA
Non ho più il senso del tempo.
Né delle ore, né dei limiti.
Nello spazio tra le nostre pelli.
Siamo incollati. Annodati. Senza fiato e affamati.
Sono sdraiata su di lui, la guancia appoggiata sul suo petto ancora umido della nostra ultima tempesta.
Il suo odore mi avvolge, un miscuglio di sudore, pelle, sesso e notte.
Le sue dita disegnano cerchi sul mio fianco, gesti lenti, quasi assenti.
Ma il suo sesso, lui, riposa contro la mia coscia, ancora duro, vivo, palpitante.
Dovrei dormire, sprofondare in questo torpore delizioso.
Ma il mio corpo non conosce più il riposo. Ne reclama ancora e ancora.
Si solleva di colpo, strappandomi alla mia divagazione.
Le sue mani scivolano sotto le mie cosce, mi sollevano con una facilità che mi scuote.
Mi ritrovo a cavalcioni su di lui, nuda, offerta, la pelle già umida di desiderio.
— Guardami, sussurra.
Voglio vederti quando ti apri.
Lo fisso. E mi abbasso lentamente.
Lo sento affondare in me, centimetro dopo centimetro.
La mia bocca si apre in un sospiro rauco, incontrollabile.
Non è più una penetrazione.
È un possesso.
Mi ancoro a lui, le mani sulle sue spalle, i miei seni che sfiorano il suo petto ad ogni va e vieni.
Mi guarda come se volesse aspirarmi, bevermi, comprendermi fino all'osso.
— Sei bellissima, Sanaa, soffia.
Gli stritolo le labbra tra le mie.
— Zitto… e prendimi.
Le sue mani affondano nei miei fianchi.
Mi guida più velocemente, più forte.
Ogni urto è un'onda, ogni schiocco di pelle contro pelle mi fa vibrare dentro.
Mi inarco, la testa gettata all'indietro, ubriaca.
Il mio corpo gocciola, la sua bocca trova la mia gola, vi lascia una scia di baci feroci.
Mi fa cadere con un gesto secco, mi sdraia a pancia in giù.
Le sue mani mi aprono con un'assicurazione grezza.
Mi prende di colpo, senza preavviso.
Un grido mi sfugge, soffocato nel lenzuolo.
I suoi fianchi sbattono contro le mie natiche, le sue mani si aggrappano alla mia vita.
Mi penetra profondamente, senza remore, come se volesse riprendere tutto di me, tutto incidere.
La mia schiena si tende, le mie gambe tremano, mi aggrappo alla testiera del letto, al materasso, a ciò che mi resta di lucidità.
Non so più se godo o se mi spezzo.
Forse entrambe le cose insieme.
Forse è la stessa cosa.
Grugnisce, si ritrae di colpo, mi afferra, mi gira ancora.
La sua bocca si impossessa della mia. Un bacio selvaggio, umido, senza pause, senza ossigeno.
E all'improvviso, la sua tenerezza:
Mi sdraia sul fianco, scivola in me lentamente, questa volta.
I suoi occhi non lasciano i miei.
I suoi movimenti sono più lenti, più profondi, come se volesse che ogni spinta lasciasse una traccia, un'impronta, un ricordo.
— È troppo… ansimo.
— Lo so, anche a me è piaciuto molto.
Ma lui continua.
Mi stringo attorno a lui, mi apro ancora di più, mi abbandono totalmente.
Lo lascio esplorare, prendere, portarmi via.
Godo di nuovo, più dolcemente, come un'onda calda, sensuale, che si spande lentamente nelle mie membra.
Il mio corpo si inarca un'ultima volta.
Viene in me con un rantolo grave, la testa china sul mio collo, le sue braccia che mi stringono come se fossi il suo unico rifugio.
E questa volta, non si muove più.
Resta lì, intero, reale.
Ancorato in me.
Il silenzio ricade, denso, bruciante, dolce.
La sua mano mi accarezza i capelli umidi, lentamente.
Non dice niente.
Non ne ha bisogno.
Appoggio la testa sul suo petto, ascolto il suo cuore rallentare.
E mi sorprendo a non volermi più muovere.
A voler restare lì. Incollata. Immersa.
Qualcosa mi stringe la gola.
Non è la stanchezza.
Né la paura.
È più strano. Più pericoloso.
Non era solo sesso.
Lo so. Lo sento.
E nella mia testa, una frase gira come un'evidenza proibita.
Sono fottuta.