Palazzo presidenziale, Ankara (Turchia), ore 17:00
Le lucide scarpe calpestavano la striscia di moquette rossa appoggiata sul pavimento di marmo, sotto le luci al neon che illuminavano a giorno l’ambiente. I passi risuonavano morbidi e attutiti dal tessuto, spezzando il silenzio quasi spettrale. Il presidente Bahadir percorreva il corridoio camminando con le mani raccolte dietro la schiena, la postura lievemente curva in avanti. Appena dietro di lui, c’erano due giovani membri della sua scorta personale. I completi neri d’ordinanza calzavano a pennello sui fisici atletici. L’ambiente, nei sotterranei del palazzo presidenziale, era fresco e profumato grazie a una serie di portaincenso posizionati lungo il percorso.
Il gruppo giunse a una porta blindata sorvegliata da un paio di soldati che imbracciavano dei fucili d’assalto HK-416. All’arrivo del presidente scattarono sull’attenti. Bahadir rispose con un cenno del capo. Uno dei due soldati picchiettò con un dito su una tastiera elettronica incastonata nel muro. La serratura scattò dopo pochi istanti e la porta si spalancò in modo automatico. Il presidente ebbe l’accesso libero a una stanza che misurava una cinquantina di metri quadri. Il centro era occupato da un lungo tavolo in ebano, dalle gambe robuste e massicce. Una mezza dozzina di alti ufficiali delle forze armate avevano già preso posto sulle sedie rivestite di pelle bianca e disposte intorno al tavolo. Una poltrona posizionata a capotavola, anch’essa di pelle, era riservata al presidente. Nemmeno una frase poteva essere intercettata da quella stanza, grazie all’accurata schermatura delle pareti.
Bahadir fece il suo ingresso facendo attenzione a mettere avanti per primo il piede destro, come aveva l’abitudine di fare quando varcava la soglia di una porta. Gli ufficiali si alzarono in piedi e rimasero immobili mentre il presidente si accomodava sulla poltrona e le guardie del corpo prendevano posizione alle sue spalle. Bahadir fece cenno ai presenti di tornare a sedersi. Appoggiò i palmi delle mani sulla superficie liscia e fresca del tavolo. Rimase un attimo in silenzio per riordinare le idee, osservando i suoi sottoposti uno per uno. Notò che il grande schermo appeso a una delle pareti mostrava una mappa di Cipro.
«Generali» esordì il presidente quando fu pronto «come ben sapete, il giorno che verrà sarà storico per la nostra amata Patria. Un anno fa, quando ho deciso l’uscita della Turchia dalla NATO, ho gettato le basi per la creazione di una nazione forte e indipendente. Sono sicuro che ricorderete come gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto di tutto per continuare a tenerci al guinzaglio. Hanno provato con adulazione e minacce a farci cambiare idea, ma non ha funzionato. La posizione geografica del nostro paese fa troppo gola per i loro sporchi interessi. Per troppi anni abbiamo fatto il loro gioco, facendo la parte del fedele cagnolino. Ma ora è il momento di dire basta!»
Bahadir prese una pausa a effetto, e ne approfittò per sfiorare il suo kalpak. I suoi generali erano attenti e silenziosi, sembrava di assistere a uno dei suoi comizi.
«Sei mesi fa siamo riusciti a liberare il nostro suolo dai soldati della NATO. La loro presenza si era rivelata da tempo niente più che un costoso baraccone. Se ne sono andati con la coda tra le gambe. Ormai, le nostre forze armate hanno raggiunto un elevato stato di efficienza e autonomia. Non abbiamo più bisogno degli aiuti americani. Siamo in grado di seguire da soli la nostra strada e, costi quel che costi, lo faremo!» L’ultima frase la accompagnò alzando il dito indice della mano destra verso l’alto. Alcuni generali assentirono con un accenno di sorriso.
«La Turchia deve tornare a essere una protagonista dell’ordine mondiale. Il primo passo da compiere sarà la riconquista di Cipro. L’isola appartiene di diritto alla nostra Patria e per troppi anni è stata separata. Americani ed europei hanno intenzione di sfruttare i nuovi giacimenti di gas sottomarini alle nostre spalle, ma noi non lo permetteremo. Quel gas è turco!»
Il presidente indicò la cartina di Cipro. «Alle 23:30 di questa sera scatterà l’operazione Solimano. Il comando sarà affidato al generale Heker.»
L’ufficiale annuì in silenzio.
«Prego, generale, vuole proseguire?»
«Con piacere, signor presidente.»
Heker si alzò in piedi e camminò verso lo schermo appeso alla parete. Si schiarì la voce prima di iniziare a parlare.
«Le fasi iniziali dell’attacco saranno sostenute dalle nostre forze di stanza a Cipro Nord. L’attacco terrestre sarà preceduto da raid aerei mentre le navi da battaglia usciranno dai porti per creare un cordone intorno all’isola. Subito dopo alcuni reggimenti di paracadutisti verranno lanciati oltre le linee nemiche. Inoltre team delle forze speciali, che abbiamo infiltrato nelle ultime settimane, si occuperanno di assaltare obiettivi chiave. Sarà imperativo conquistare l’isola e consolidare le posizioni entro un massimo di 72 ore. Poco prima dell’attacco, le forze ONU che presidiano la Green Line saranno avvisate. In quel modo dovrebbero convincersi a non opporre resistenza. In caso contrario, dovranno essere spazzate via. Una volta superata la linea occorrerà colpire duro e veloce. Le forze greco-cipriote sono inferiori sia per numero che per qualità rispetto alle nostre. Non crediamo che riceveranno soccorsi in tempi brevi, come sapete la burocrazia non è famosa per essere rapida nelle decisioni. In ogni caso, la Grecia sarà probabilmente la prima a intervenire. Quindi, aspettiamoci azioni di disturbo, specialmente da parte della loro aviazione.»
Heker fece una pausa per osservare Bahadir. Il presidente ascoltava attento, i gomiti appoggiati sulla scrivania e le mani raccolte sotto il mento.
«Rimangono le basi inglesi di Akrotiri e Dhekelia» continuò il generale. «Secondo le previsioni, i militari di guarnigione eviteranno di essere coinvolti, come nel 1974. È imperativo non provocarli. Quindi, dovremo tenerci ben alla larga dai territori che controllano, in modo da non farli sentire minacciati.»
Heker parlò per quasi un’ora, esponendo i punti principali dell’operazione. Alla fine, Bahadir riprese la parola per congedare gli alti ufficiali.
«Bene signori, avete i vostri ordini. Mi aspetto che ognuno di voi svolga il proprio lavoro al meglio. Siete liberi di andare.»
I militari si alzarono dalle sedie e uscirono dalla stanza dopo aver salutato il presidente. Anche le guardie del corpo ricevettero l’ordine di uscire. Bahadir rimase solo. Nonostante le ventole di areazione attive, l’ambiente odorava di sudore. Tolse il kalpak e lo appoggiò sul tavolo. Con una mano ravviò i pochi capelli che aveva in testa. In quel momento la porta blindata si aprì nuovamente per lasciar entrare un uomo dal fisico asciutto, di altezza media, che indossava un completo di lino senza cravatta. Sotto il naso aquilino partivano un paio di neri baffi a manubrio che arrivavano fino al mento. Nera era anche la massa confusa di capelli che si trovava sulla sua testa. L’età prossima ai sessant’anni suggeriva che il colore fosse merito di una tinta. Senza salutare, l’uomo proseguì fino alla poltrona più vicina al presidente e vi si lasciò cadere con l’atteggiamento di un uomo sfinito.
«Allora, siamo pronti?» chiese al suo presidente.
Bahadir si appoggiò contro lo schienale della poltrona. Non accennò a rimettersi il kalpak perché l’uomo che aveva a fianco era l’unico con cui avesse intimità. Lo conosceva dai tempi del servizio nell’esercito, quasi trent’anni.
«A quanto pare sì, mio caro Olcay. Tra poche ore scriveremo una nuova pagina nella storia della Turchia.»
«Sei teso?»
«Impossibile non esserlo. Anche se abbiamo preparato il piano in ogni dettaglio, sai benissimo che ci sono troppe incognite.»
Olcay Zafer infilò una mano nella giacca e tirò fuori un portasigarette d’argento. Da dieci anni era a capo del MIT, i servizi segreti turchi. Bahadir si consultava molto spesso con lui.
«Abbiamo fatto le cose per bene, nessuno si aspetta un nostro attacco a Cipro. Anche nelle basi inglesi di Akrotiri e Dhekelia tutto sembra tranquillo. L’attentato alla parata ha giustificato il livello di allerta delle forze armate.»
Il volto di Bahadir si rabbuiò. «Peccato per tutti quei morti.»
Zafer aprì il contenitore e afferrò una sottile sigaretta senza filtro. «Non devi sentirti in colpa. Inscenare quell’attentato è stato necessario per depistare americani ed europei. Una cinquantina di vittime contribuirà al benessere di milioni di turchi.»
Il presidente sospirò. Con il suo amico poteva permettersi di togliere la maschera di uomo sicuro e risoluto. «Sei convinto che nessuno potrà mai risalire a noi?»
«Ti ho già detto che devi stare tranquillo.» La sigaretta finì tra le labbra. «Posso»?
«Ormai ce l’hai già in bocca.»
«Grazie.» Il direttore del MIT trasse di tasca uno zippo, accese e aspirò una profonda boccata di fumo. «Comunque tutte le prove portano ai curdi, come da programma.»
«Va bene, scusami. Non te lo chiederò più.»
«Vedrai che sarà un successo. Cipro cadrà nel giro di qualche giorno.»
«Speriamo solo che Europa e Stati Uniti reagiscano come abbiamo previsto.»
«Cipro è una zona strategica per tutti ma ci penseranno due volte prima di lanciare azioni contro di noi. Conoscono le nostre forze armate e sanno bene che attaccandoci dovrebbero mettersi contro l’esercito più numeroso di tutta l’Europa. Senza contare gli ammodernamenti che abbiamo fatto negli ultimi anni. Non rischieranno un bagno di sangue. Gli Stati Uniti sono governati da una presidentessa pacifista che non cambierà di certo la sua linea a pochi mesi dalla fine del suo mandato. L’Europa è invece più disunita che mai, sempre alle prese con le beghe interne. Gli inglesi se ne staranno tranquilli perché non toccheremo le loro basi. L’ONU non delibererà per un intervento armato e se anche lo farà la Russia opporrà il suo veto. Sono questi gli accordi, no? Si limiteranno a sanzioni che però riusciremo a sopportare. Basterà non escludere del tutto dagli affari le multinazionali interessate al gas. Nel giro di qualche anno ricuciremo i rapporti e tutto tornerà come prima. L’affare di Cipro sarà presto dimenticato, e potremo passare alla fase successiva.»
Terminato il monologo, Bahadir tolse gli occhiali e li appoggiò sul tavolo. Si stropicciò gli occhi per qualche istante. «Certo che tu sei sempre sicuro di tutto, eh? A volte mi chiedo se non dovresti essere tu il presidente.»
«No, ci vuole una faccia da culo per fare il politico e la tua è decisamente più adatta.»
Un ghigno divertito si disegnò sul volto del presidente. «Se non fossi mio amico, ti avrei già fatto uccidere.»
Il direttore sbuffò una grigia nuvola di fumo. «Allora, meno male che siamo amici.»