Base Aerea Lakatamia (Cipro), ore 23:44

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Base Aerea Lakatamia (Cipro), ore 23:44 Passò il badge all’interno della fessura. Una luce verde accompagnò lo scatto della serratura. Il soldato spinse avanti la porta con una mano perché l’altra era impegnata a tenere due bicchieri di plastica che contenevano del caffè. La sala di sorveglianza era il cuore della sicurezza dell’intera struttura, sede del Comando Generale dell’Aeronautica Militare Cipriota. Tutte le immagini provenienti dalle videocamere potevano essere consultate e visualizzate su alcuni computer sistemati sopra una lunga scrivania. Le riprese delle videocamere più importanti erano proiettate su un grande schermo, a sua volta diviso in una serie di piccoli rettangoli di uguali dimensioni, ognuno dei quali mostrava immagini di aree diverse della base. «Era ora che arrivassi, Nestor! Stavo quasi per addormentarmi!» esclamò uno dei due addetti alla sorveglianza seduti alla scrivania. «Già! Ma dove diavolo eri finito?» rincarò il collega. Fino a quel momento la serata si era rivelata tranquilla, come sempre. «Quella dannata macchinetta mi ha di nuovo mangiato i soldi. Sono dovuto andare nello spogliatoio a prendere altre monete per ricaricare la chiavetta.» «Ah, chissà quando l’aggiusteranno, quel ferrovecchio. Dai, dammi un po’ di caffeina, che ne ho proprio bisogno.» «Non riesci a dormire la notte?» «Colpa di quel dannato cane che ha preso mia moglie. Sta tutta la notte sveglio e poi di giorno si mette a dormire.» «La soluzione potrebbe essere farti assegnare al turno di notte fisso» ribatté Nestor appoggiando i caffè sulla scrivania. Il piacevole aroma era una delizia per l’olfatto. «Te lo dico io qual è la soluzione. Uno di questi giorni lo ammazzo, quel cane.» «Non dire così, Paulos. Lo sai che io adoro i cani.» Paulos afferrò il bicchiere e bevve con avidità un generoso sorso di caffè. «Se ti piacciono tanto i cani vieni a prenderti quella bestiaccia o uno di questi giorni l’ammazzo davvero.» «Oh, no. Tu non ammazzerai nessuno.» L’espressione seria comparsa sul volto del collega incuriosì Paulos. «Ma che ti prende? Guarda che scherzavo.» Nestor portò una mano dietro la schiena e tirò fuori una pistola dotata di silenziatore. Sparò due colpi nel petto di Paulos. Il bicchiere si rovesciò macchiandogli la camicia. Lo stesso trattamento fu riservato all’altro collega, che si era riparato il volto con le mani nell’istintivo ma stupido tentativo di proteggersi dalle pallottole. Il suo corpo si riversò all’indietro sulla sedia. Senza perdere tempo, Nestor raggiunse uno dei computer. Appoggiò la pistola sulla scrivania e iniziò a picchiettare sulla tastiera. Mezzo minuto dopo era disattivato l’intero sistema di sorveglianza. A una a una, tutte le finestrelle sul grande schermo si spensero. Tutti gli allarmi che avrebbero potuto essere lanciati a breve sarebbero stati invece silenziosi. Afferrò il suo smartphone dalla tasca della camicia e digitò un breve messaggio. Un commando di dodici soldati era appostato a pochi metri dalla recinzione che circondava la base. Dopo aver ricevuto il messaggio di Nestor, il comandante fece cenno ai suoi uomini di avanzare verso la recinzione. Strisciarono insieme sul terreno sabbioso, sicuri del sabotaggio riuscito di tutti i sistemi di difesa e sorveglianza. Un soldato impugnava un paio di spesse cesoie con le quali iniziò a tagliare la rete metallica. In breve riuscì a rimuovere una porzione di rete sufficiente a far passare tutta la squadra. Il membri del commando strisciarono all’interno del perimetro rimanendo lontani dalla zona illuminata intorno alla pista di decollo. A un centinaio di metri da loro una coppia di sentinelle perlustrava l’area passeggiando con tranquillità. Davano le spalle al gruppo e non mostravano nessun segno di essere in allarme. Il comandante rivolse ai suoi uomini alcuni semplici gesti. Ognuno sapeva già cosa fare. Il commando si divise in tre squadre con obiettivi diversi: la palazzina di comando, gli alloggi dei piloti e gli hangar che ospitavano gli elicotteri controcarro del 449° Squadrone Mira. Questi ultimi avrebbero potuto rappresentare una seria minaccia ai carri armati turchi. Il comandante si passò la lingua sulle labbra screpolate orientandosi verso il suo obiettivo. Tra poco gli elicotteri sarebbero stati solo un ricordo.
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