Capitolo 2: Il Ballo delle Ombre

1205 Words
Le campane di San Marco battevano mezzanotte quando Alessio attraversò il ponte di legno che conduceva a Ca' Rezzonico. Il palazzo barocco si ergeva maestoso sulle acque del Canal Grande, le sue finestre illuminate come occhi dorati nella notte. La musica filtrava attraverso le mura secolari, un valzer ipnotico che sembrava chiamarlo verso un destino inevitabile. Aveva impiegato ore a decidere se indossare o meno la maschera dorata. Alla fine, la tentazione era stata troppo forte. Ora la sentiva sul viso come una seconda pelle, e stranamente non gli sembrava per niente estranea. Era come se fosse sempre appartenuta a lui, come se lo stesse aspettando da una vita intera. L'ingresso del palazzo era un tripudio di seta, velluto e piume. Maschere elaborate si muovevano come fantasmi eleganti attraverso saloni affrescati, e l'aria era densa di profumi inebrianti e risate cristalline. Alessio si fece strada tra la folla, il cuore che batteva forte nel petto. Ogni passo lo avvicinava a qualcosa di sconosciuto e pericoloso, eppure non riusciva a fermarsi. Nel salone principale, centinaia di candele creavano un'atmosfera dorata e tremula. Coppie in costume d'epoca danzavano al centro della sala, i loro movimenti così fluidi da sembrare soprannaturali. E lì, appoggiato con eleganza a una colonna di marmo, lo vide. Domenico indossava una maschera d'argento che copriva metà del suo volto, ma i suoi occhi verdi erano inconfondibili. Vestito di velluto nero con ricami d'argento, sembrava un principe delle tenebre emerso da un sogno proibito. Quando i loro sguardi si incontrarono attraverso la sala, Alessio sentì il mondo fermarsi intorno a loro. Senza una parola, Domenico si staccò dalla colonna e si avvicinò con passi misurati. La folla sembrava aprirsi davanti a lui come le acque del Mar Rosso, e Alessio si rese conto che tutti gli altri invitati lo guardavano con una strana deferenza, quasi con timore reverenziale. "È venuto," disse Domenico, la sua voce ancora più seducente dietro la maschera d'argento. "E ha indossato la maschera dorata." "Non so perché l'ho fatto," confessò Alessio, sorpreso dalla propria sincerità. "È come se... mi chiamasse." Gli occhi verdi di Domenico si intensificarono, e per un momento Alessio giurò di aver visto scintille dorate nelle loro profondità. "Perché la chiama davvero. Lei non è qui per caso, signor Martelli. Il destino ha i suoi modi per riunire chi è destinato a incontrarsi." Prima che Alessio potesse chiedere cosa intendesse, Domenico gli tese la mano. "Mi concede questo ballo?" La mano di Domenico era calda e forte, e quando si posarono sulla pista da ballo, Alessio si sentì trascinare in una danza che conosceva senza averla mai imparata. I loro corpi si muovevano in perfetta sincronia, come se avessero ballato insieme per secoli. La musica sembrava provenire non dall'orchestra, ma da qualche luogo più profondo, più antico. "Lei è diverso dagli altri," mormorò Domenico, mentre roteavano attraverso la sala. La sua mano sulla schiena di Alessio bruciava attraverso la seta del costume. "C'è qualcosa in lei... qualcosa che riconosco." "Cosa riconosce?" chiese Alessio, la voce roca per l'emozione. Era così vicino a Domenico che poteva sentire il suo profumo inebriante, poteva vedere le curve perfette delle sue labbra sotto il bordo della maschera. "Un'anima antica," sussurrò Domenico, i loro volti ora a pochi centimetri l'uno dall'altro. "Un'anima che ha aspettato molto tempo per tornare a casa." Intorno a loro, qualcosa di strano stava accadendo. Gli altri ballerini sembravano muoversi al rallentatore, le loro voci si facevano ovattate e distanti. Le candele brillavano di una luce più intensa, e le ombre sulle pareti iniziarono a danzare indipendentemente da chi le proiettava. "Cosa sta succedendo?" sussurrò Alessio, ma non era spaventato. Si sentiva in pace, come se finalmente fosse dove doveva essere. "Il risveglio," rispose Domenico, i suoi occhi che ora brillavano di una luce propria. "Lei sta iniziando a ricordare chi è veramente." La musica raggiunse un crescendo impossibile, e improvvisamente si fermò. Il silenzio che seguì fu assordante. Tutti i ballerini si erano fermati e li stavano guardando, le loro maschere elaborate rivolte verso di loro come fiori verso il sole. "Vieni," disse Domenico, prendendolo per mano. "È tempo che lei veda la vera Venezia." Lo condusse fuori dal salone principale, attraverso corridoi che sembravano allungarsi all'infinito. I loro passi echeggiavano sui pavimenti di marmo, ma era l'unico suono che riusciva a sentire. Era come se il palazzo si fosse svuotato di tutti gli altri ospiti. Si fermarono davanti a una finestra che si affacciava sul Canal Grande. Ma quello che vide Alessio non era la Venezia che conosceva. L'acqua brillava di una luce argentea che non poteva provenire dalla luna, e strane figure fluttuavano sopra la superficie. Palazzi che non aveva mai visto prima si ergevano dalle acque, e creature alate volavano tra i campanili. "Questa è Venezia come la vedo io," disse Domenico, la sua mano che si posava delicatamente sulla spalla di Alessio. "Come la vedono coloro che appartengono davvero alla notte." "Non capisco," mormorò Alessio, ma sapeva che stava mentendo. Una parte di lui capiva perfettamente, una parte che era stata sopita per troppo tempo e che ora si stava risvegliando. Domenico si voltò verso di lui, e lentamente si tolse la maschera d'argento. Il volto che si rivelò era ancora più bello di quanto Alessio avesse immaginato, ma c'era qualcosa di diverso. La sua pelle aveva una luminosità perlacea, e i suoi occhi... i suoi occhi contenevano l'eternità. "Lei sa cosa sono," disse Domenico, e non era una domanda. Alessio deglutì, la bocca improvvisamente secca. "Lo so," sussurrò. "E so che dovrei avere paura." "Ma non ce l'ha." "No," confessò Alessio. "Non ho paura. Dovrei, ma... mi sento come se stessi tornando a casa dopo un lungo viaggio." Domenico sorrise, e quel sorriso fu come l'alba dopo una notte infinita. "Perché è esattamente quello che sta facendo." Si avvicinò, e Alessio sentì il suo respiro fresco contro la pelle. "Domani notte," sussurrò Domenico, "le mostrerò i segreti che si nascondono sotto le fondamenta di questa città. Ma prima, lei deve decidere se è davvero pronto a lasciare indietro la vita che ha conosciuto finora." "E se non fossi pronto?" chiese Alessio, anche se sapeva già quale sarebbe stata la sua risposta. "Allora tutto questo sarà solo un sogno che dimenticherà al suo risveglio," disse Domenico, i suoi occhi verdi che sembravano vedere direttamente nella sua anima. "Ma se è pronto... il Carnevale eterno lo sta aspettando." Poi, prima che Alessio potesse rispondere, Domenico si chinò e sfiorò le sue labbra con un bacio leggero come una piuma, ma che bruciò come fuoco liquido. Quando alzò gli occhi, era di nuovo solo nella sala da ballo, circondato da invitati normali che danzavano al suono di una normale orchestra. Ma sulle sue labbra c'era ancora il sapore dell'eternità, e nella sua mano stringeva un biglietto scritto con inchiostro dorato: "Domani all'imbrunire, al ponte dei Sospiri. Venga solo se è pronto a scoprire chi è veramente. - D" Alessio uscì nel freddo della notte veneziana, il cuore che batteva come un tamburo di guerra. Sapeva che il giorno successivo avrebbe cambiato tutto, ma per la prima volta nella sua vita, non aveva paura del cambiamento. Aveva paura solo di non essere abbastanza coraggioso per abbracciarlo.
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