Senza testa

1795 Words
Senza testa Racchiusa tra le strade principali del quartiere di Castello, piazza Carlo Alberto ha avuto, nel corso dei secoli, un ruolo importante come luogo di aggregazione sociale: più che una piazza, nel senso moderno del termine, questo spazio urbano ai piedi della Cattedrale di Cagliari e l’antico Palazzo di Città divenne un salotto, il salotto delle chiacchiere, luogo di corteggiamenti e accordi, d’inganni e sotterfugi, di dicerie e pettegolezzi consumati all’ombra dell’edificio sacro. Durante la dominazione pisana prima, aragonese poi, quindi spagnola e infine sabauda, la “piazzetta” è stata il centro e il fulcro delle attività decisionali e istituzionali. Tornei, attività ludiche e sportive; nella piazza, scelta come simbolo del potere, avevano anche luogo le esecuzioni capitali dei nobili, per un privilegio che tanto si discostava dalle esecuzioni degli umili abitanti delle pendici cagliaritane. Il rango elevato del condannato esigeva la giusta, macabra scenografia, la più idonea a trasmettere agli spettatori il significato dell’esecuzione dettata dal censo. Piazza Carlo Alberto non poteva, vista anche la sua infausta destinazione pubblica, essere immune dalla presenza d’anime dannate, che vi si aggirano ancora oggi in cerca di pace. Tramandata dalla voce popolare e nelle pagine di storia è la cronaca che riguarda l’attentato al viceré di Sardegna, il marchese di Camarassa. La situazione politica in cui versava la Sardegna, nella seconda metà del 1600, era costellata da malcontento e forti contraddizioni interne: in questo scenario di lotte e di intrighi, nella primavera del 1665 viene nominato viceré di Sardegna Emanuele de Los Cobos di Camarassa. Il mandato conferito al viceré il 24 maggio di quell’anno aveva messo fuori dai giochi di potere il governatore di Cagliari e Gallura don Bernardino Mattia di Cervellon, giudicato dalla Corte uomo violento e pericoloso, la cui candidatura trovava invece l’appoggio e il sostegno di gran parte della classe nobiliare sarda: questa nomina aveva indispettito fortemente gli animi di numerosi fautori di una candidatura tutta isolana alla carica di viceré. Nel mese di luglio del 1668 un gruppo di notabili sardi mette a punto un piano per l’uccisione del rappresentante reale, resosi colpevole - stando alla cronaca del tempo - dell’uccisione del marchese di Laconi. I fatti raccontano che nella notte del 20 giugno del 1668, di rientro a casa, don Agustín de Castelvì venne assassinato da un gruppo di sicari. A Cagliari l’uccisione cruenta di quell’importante personaggio, “prima voce” dello Stamento Militare 1 , ebbe un’enorme risonanza sia per la fama del signore poderoso che per il ruolo di primo piano della sua casata nella società sarda. Il vasto cordoglio viene amplificato – quasi a trarne beneficio – dagli stretti collaboratori e dagli amici più vicini. Manipolando un’opinione pubblica sconcertata, la consorteria dei Castelvì convince molti cagliaritani che l’assassinio sia ispirato dal viceré in persona. Il tanto famigerato e osteggiato marchese di Camarassa. Anche la vicenda umana di don Agustín viene strumentalizzata, nei giorni seguenti, fino all’esaltazione di una sua presunta dedizione, in parlamento, alla causa del riscatto dei connazionali sardi, specialmente dei poveri. Nella plateale azione propagandistica, mirata a trarre vantaggio politico dal delitto, si distinguono i nobili cagliaritani vicini a Laconi (il marchese di Cea, il conte di Montalvo, i marchesi di Albis e di Monteleon, il conte di Villamar e suo fratello don Silvestro Aymerich che si rivelerà più tardi essere il vero mandante dell’assassinio). L’intenzione è quella di dare il massimo risalto alla morte del capo per suscitare allarme a corte e cordoglio a Cagliari, per alimentare sentimenti di paura e insicurezza nella popolazione, per trarne insomma ogni possibile vantaggio politico. È così che diviene di dominio pubblico – a Madrid, come nell’Isola – la voce che il bando di Laconi e il vasto seguito dei suoi fiancheggiatori non siano alieni dal muovere il popolo alla sedizione per vendicare la morte del marchese. Il piano segreto sarebbe quello d’assassinare il viceré, ritenuto il responsabile della morte di don Agustín, e di provocare una sommossa a Cagliari, in modo da precostituire il clima favorevole per un confronto radicale col potere regio. A coordinare la consorteria avversa al viceré è lo stesso arcivescovo di Cagliari. Dopo essersi invano proposto al vicecancelliere d’Aragona come mediatore fra le due posizioni parlamentari, nell’intento di ripetere l’esperienza del 1656 col conte di Lemos, Pedro Vico raccoglie le voci di dissenso, sotterraneamente rinfocola e amplifica i sentimenti popolari di rimpianto verso il marchese assassinato. Per alimentare il mito di don Agustín “padre della patria” pare sufficiente convincere l’opinione pubblica che egli sia caduto vittima dell’autoritarismo del viceré nella sua veste di capo dell’opposizione antigovernativa in parlamento. Ecco allora delinearsi nell’immaginario popolare la nobile figura di un signore, Castelvì, sollecito protettore delle popolazioni sarde, contrapposto ad un viceré, Camarassa, responsabile delle decisioni avverse ai sardi assunte nelle cortes e mandante dell’omicidio del marchese di Laconi. Ma si tratta dell’immaginario popolare o di quello dell’arcivescovo Vico e dei sodali di Castelvì? Nelle sue complicate orditure antigovernative, è sempre Vico a soffiare sul fuoco, a cimentarsi in calunniose insinuazioni contro funzionari pubblici vicini al viceré, ad accreditare il bando Castelvì come parte lesa, costretta sulla difensiva dall’aggressione sempre più esplicita e violenta del potere vicereale che protegge la fazione avversa dei Villasor: Il disegno di Vico, frutto di un’artificiosa mescolanza di simulazione e di mezze verità, è rivolto a far precipitare nella capitale la situazione dell’ordine pubblico nella speranza che la popolazione insorga contro il viceré spagnolo e il suo entourage di corte. Ormai la congiura dei nobili legati alla casa Castelvì pare matura e non può che puntare alla vendetta, alla soppressione fisica del viceré responsabile morale della morte di don Agustín. Il 21 di luglio del 1668, mentre il viceré in carrozza rientrava a casa con la famiglia dalla festa del Carmine cui era stato invitato dalla marchesa di Villasor, all’altezza di via dei Cavalieri (oggi via Canelles) dalla casa del mercante Antioco Brondo partirono delle schioppettate che lo freddarono dandogli appena il tempo di invocare la Madonna del Carmelo. I paggi e i gentiluomini di scorta corsero a chiudere le porte della città; ma giunti presso la torre dell’Aquila da un balcone dell’adiacente casa del marchese di Villacidro (oggi casa Zapata) partirono altri 5 colpi d’archibugio che ferirono un gentiluomo e un domestico del viceré. Altri colpi partirono dalla casa di Francesco Cao junior. Nella casa del marchese di Villacidro si trovava Jacopo Artaldo de Castelvì, marchese di Cea e cugino dell’estinto, lo stesso marchese don Antonio Brondo, don Francesco Cao, don Francesco Portogues, e pochi altri che per mettersi in salvo dalle ire dei familiari del viceré che volevano dar fuoco alla casa si rifugiarono nel convento di San Francesco di Stampace. La reazione delle autorità fu immediata e fulminea: tutti i congiurati, sebbene datisi alla macchia, furono dapprima rintracciati e poi trucidati nel continente, dove avevano trovato rifugio. L’unico superstite dell’azione fu il marchese Castelvì, anziano e stimato nobile cagliaritano che riuscì a sfuggire all’arresto per alcuni mesi. La lunga mano governativa non tardò tuttavia ad individuare il nascondiglio del notabile che, catturato grazie al tradimento di un profugo prezzolato, e condotto in catene in città, subì il processo con la conseguente condanna a morte per lesa maestà. Le cronache storiche narrano della la cattura nella penisola di Jacopo Artaldo de Castelvì: il prigioniero, giunto in vascello in Sardegna, ad Alghero, venne condotto sotto scorta fino al quartiere di Sant’Avendrace. Qui il 9 giugno sostò per attendere gli ordini del viceré. Venne ordinato che l’ingresso in città avvenisse con grande spiegamento di forze e si diede l’incarico al giudice Cavassa di coordinare ogni dettaglio del corteo. La cavalleria precedeva il carnefice a cavallo con un tridente in cui erano infilzate le teste dei congiurati uccisi nella penisola. Seguiva il vecchio marchese avvilito e stanco, a piedi, con gli abiti logori e il servo Francesco Cappai che venne poi arruotato vivo. Il corteo percorse le principali strade della città a suon di tamburi e poi i due prigionieri furono chiusi nella torre dell’Elefante. Nel pomeriggio, perché la cerimonia fosse completa, una schiera di militi preceduti da tamburi e trombe e seguiti dal boia, da ministri della giustizia e da sbirri, percorse le vie di Cagliari per mostrare le tre teste, esposte poi su una tavola nel luogo ove fu consumato l’omicidio. Sotto la scorta di cinquanta soldati furono portate alla torre dell’Elefante. Appese in seguito alla torre di San Pancrazio furono di nuovo trasportate alla prima torre, dove restarono per ben 17 anni. Le macabre reliquie furono rimosse solo nel 1688 per grazia sovrana su petizione del parlamento. Per alcuni giorni il nobile Jacopo Artaldo de Castelvì fu rinchiuso nelle carceri cittadine, situate nella torre di San Pancrazio, in attesa dell’esecuzione della condanna. Correva l’anno 1671. Il rintocco sordo delle campane accompagnò l’ultimo viaggio del marchese che, condotto in catene dall’attuale piazza Indipendenza alla Piazzetta, venne scortato lungo la via Dritta , strada principale di quartiere, l’attuale via La Marmora. L’esecuzione avvenne alla presenza di pochi notabili e di un nutrito spiegamento di forza pubblica che, vista la notorietà del condannato, fu dislocata a difesa della rocca. La mannaia del boia calò sul capo del congiurato e, per rendere ancora più scenografica la vendetta governativa, la casa teatro dell’attentato fu rasa al suolo e coperta di calce. Il corpo di Jacopo Artaldo, lasciato sul palco, fu sepolto dai nobili confratelli del Monte di Pietà e tumulato nella loro chiesa di Santa Maria del Monte situata in via Corte D’Appello. A ricordo della vicenda, nella stretta via del quartiere, è ancora presente la lapide con la cronistoria degli avvenimenti. L’indignazione popolare e la considerazione verso la posizione del nobile dettero vita ben presto a una serie racconti di fatti e avvenimenti strani che hanno come protagonista il nobile decapitato. Durante le notti più fonde, in prossimità della data della condanna a morte del marchese, una figura vestita riccamente si aggira per le vie di Castello, trascinando un pesante catenaccio. Il nobile spettro compie sempre lo stesso tragitto, ripercorrendo la strada calpestata nel giorno dell’esecuzione. Dal luogo della carcerazione, la torre di San Pancrazio, la figura si sposta tenendo in mano la propria testa, fino a raggiungere il luogo della decapitazione. Quindi con un urlo disumano sparisce, inghiottita dalle viscere di una vicina grotta. Questo cunicolo, oggi interrotto all’altezza del Palazzo Viceregio, conduceva con tutta probabilità in prossimità delle fondamenta della torre dove, a detta di qualche anziano che ha avuto modo di avventurarsi al suo interno, confluiscono numerosi camminamenti sotterranei di Castello. A dare man forte alla soprannaturalità di molti avvenimenti c’è chi racconta che durante l’ultima guerra mondiale il rifugio ricavato nella galleria sottostante la cattedrale - camminamento tutt’ora visitabile con il benestare dei legittimi proprietari - fosse il meno utilizzato di Castello. Questo perché la fama di luogo infestato da strane presenze era diffusa e avvalorata da rumori che sembra risuonino ancora durante la notte. [1] Lo stamento, o braccio, rappresentava ciascuna delle componenti del parlamento di vari regni medievali e moderni, fra cui quello del Regno di Sardegna sino alla fusione perfetta (1847), quando con l’emanazione dello Statuto albertino fu istituito il parlamento subalpino. Quando il parlamento si riuniva in sessione plenaria le sue componenti assumevano la denominazione di bracci, mentre quando si riunivano separatamente si chiamavano, appunto, stamenti.
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