La torre dei condannati
Gli anni a cavallo della dominazione spagnola rappresentano una fra le pagine di maggior interesse storico per il bacino del Mediterraneo e per la Sardegna in particolare: in questi anni il quartiere di Castello vive un momento importante di ascesa, diventando fulcro e perno delle attività non solo governative ma anche economiche del regno. Precluso agli abitanti degli agglomerati che si estendevano alle pendici della rocca, Castello ha dato vita, anche grazie all’aura di invalicabilità, ad una teoria di storie e vicende fuori dal normale. Uno dei luoghi che ha, da sempre, alimentato dicerie e rinfocolato un tetro fascino, è la torre di San Pancrazio, antica sede delle carceri, confinante con il tribunale: in prossimità di questo luogo operò per breve tempo, prima del trasferimento nella località di Villanova chiamata “Is Stelladas” il Tribunale della Santa Inquisizione.
Seppur ancora lontano dalla cruenta repressione del libero pensiero, ma prossimo a perpetrare uno dei suoi più efferati crimini, la messa in stato d’accusa di Sigismondo Arquer, il Tribunale si occupò, nella sua breve attività cagliaritana, anche di alcuni episodi di presunta stregoneria. Uno dei più noti riguarda la consorte del viceré di Sardegna Antonio Folch de Cardona 1 , donna Maria de Cardona .
Nel 1543 Antonio Folch de Cardona viene nominato viceré di Sardegna dall’Imperatore Carlo V. Al suo arrivo lo scontento della nobiltà sarda, con in testa alcune tra le più illustri famiglie nobili di Sardegna come gli Zapata e gli Aymerich, monta con l’avallo del Santo Uffizio un coinvolgimento della viceregina Maria de Requesens in certe pratiche stregonesche scoperte da poco dall’Inquisizione. Ad arte viene creato un collegamento tra la viceregina e una “famosa” strega appena catturata dalla Santa Inquisizione, Domenica Figus e il suo amante Truisco Casula, “grande agrariu” di terra e di armenti. Domenica, più che adepta del “grande caprone notturno” contesta gli Zapata, ne denuncia i soprusi. Prende allora avvio un’indagine giudiziaria ben articolata e tesa a mettere in cattiva luce la donna e le persone che la circondano. Domenica finisce nei guai, è subito sospettata di “sortilegios, maleficios y invocaciones de demonios”. L’inchiesta cresce a macchia d’olio, pesca a piene mani negli ambienti popolari di Cagliari e del Campidano. Lo scandalo esplode quando viene messa all’indice addirittura la viceregina Maria de Requesens. Tra i suoi accusatori spunta senza troppe riserve proprio il nobile Zapata di Barumini, colui il quale si era reso colpevole di angherie e soprusi nei confronti delle genti che vivevano nei suoi possedimenti. Così come per Domenica Figus, contro la viceregina viene aperta un’indagine inquisitoriale per stregoneria.
Il viceré si appoggia allora al vescovo di Alghero, Pietro Vaquer che riconosce, dietro la messa in stato d’accusa, la volontà politica di levare di mezzo un viceré tanto scomodo.
È di questo periodo - siamo nel 1571 - la condanna al rogo a Toledo di Sigismondo Arquer. Attraverso l’Inquisizione i Castelvì , gli Aymerich e gli Zapata colpiscono i loro avversari, spesso puntando molto in alto e senza rinunciare a notizie piccanti.
L’obbiettivo sembra raggiunto quando si insedia il nuovo vescovo di Cagliari, Andrea Sanna, legato alla nobiltà dell’Isola.
In possesso di rare qualità di cultura e capacità di governo, Andrea Sanna aveva rappresentato il suo vescovo alla quinta sessione dei lavori del Concilio Lateranense, convocato da Leone X e apertosi il 6 febbraio del 1513, portando un considerevole contributo su questioni di dottrina e di apostolato.
Dopo la morte di suo fratello Giovanni, il vescovo Andrea ne prese il posto anche quale Inquisitore di Sardegna e svolse tale compito con tanto zelo che il suo nome è rimasto legato a diversi episodi che videro il Santo Uffizio in aperto contrasto con personaggi di primo piano della vita sarda, come il regio avvocato fiscale Giovanni Antonio Arquer, padre di Sigismondo.
Ma il caso più clamoroso fu certamente quello riguardante la moglie di don Antonio de Cardona. Ricevuta l’accusa nei confronti della viceregina, monsignor Andrea Sanna aprì subito un’inchiesta riservata sul caso e, forte di alcune testimonianze a carico, la trasformò presto in un formale procedimento inquisitorio davanti al Santo Uffizio .
Tuttavia per il viceré non fu difficile mostrare che si era trattato di un’accusa montata ad arte da alcuni gruppi della nobiltà che non condividevano certe sue posizioni, per danneggiarlo e farlo rimuovere dal posto. Una volta ottenuto il pieno riconoscimento dell’innocenza di sua moglie, il viceré passò al contrattacco e scatenò una violenta campagna nei confronti del vescovo Sanna e dei suoi collaboratori dell’Inquisizione, che furono costretti a rendere noti i nomi di alcuni fra gli accusatori e ad aprire nei loro confronti un procedimento d’accusa per falsa testimonianza che si concluse, peraltro, con condanne assai lievi.
I contrasti tra il viceré de Cardona e monsignor Sanna si trascinarono più o meno apertamente per alcuni anni, fino a quando lo stesso Cardona non rientrò in patria a conclusione del suo mandato. Tuttavia, data la delicatezza della questione e il rango delle persone coinvolte - oltre alla viceregina l’accusa travolse in qualche modo tutta la società cagliaritana legata al duca di Cardona – tutto il carteggio venne trasmesso al Supremo Consiglio dell’Inquisizione di Spagna perché si pronunciasse in merito.
L’inquisizione spagnola proscioglie tutti i nobili coinvolti, compresa Maria de Requesens e condanna gli accusatori per aver falsificato le testimonianze, in quanto rese sotto tortura.
Nonostante la sentenza favorevole agli imputati, la vicenda non mancò di suscitare una vasta eco nel popolo. Gatti neri, implacabili aggressori di bambini, furono visti in ogni angolo del quartiere e ancora oggi, nelle vie scure, qualche testimonianza parla della “surbile”, una sorta di vampiro nostrano impersonato dalla moglie del viceré. A lei sarebbero state addebitate le morti di alcuni neonati, deceduti con tutta probabilità più per malnutrizione che a causa del morso di questa donna-vampiro.
Storicamente, molte donne ritenute capaci di trasformarsi in surbili vennero rinchiuse nella torre di San Pancrazio, in attesa del verdetto. Le loro imprecazioni, le urla e le maledizioni lanciate contro gli aguzzini e i carcerieri sembrano ancora risuonare nelle vuote campate del mastio. Il vento, che intrufolandosi nelle feritoie della torre provoca un profondo senso di prostrazione in chi crede di udire urla e lamenti, non basta da solo a giustificare il timore, quasi reverenziale, che alcuni anziani hanno nel transitare in prossimità della costruzione. Uno dei tanti testimoni ha raccontato di aver chiaramente assistito alla trasformazione di una donna dallo stato animale (e quindi di gatto) allo stato umano. Il tutto è avvenuto non nel 1500, ma in questo ultimo decennio. Molte tra le pagine della storia cagliaritana hanno avuto come teatro questa torre, palcoscenico di quegli stessi avvenimenti del 28 aprile del 1794 culminati con la cacciata dei piemontesi da Cagliari: tanti e piccoli i fatti vissuti tra queste mura, luogo di detenzione e di tortura. Passando in prossimità della torre, magari entrando dalla Porta de S’Avanzada, si ha l’impressione di essere osservati, guardati da qualcuno che sta nascosto dietro le finestrelle del complesso difensivo della città fortificata. Un’impressione che in molti asseriscono di avvertire, soprattutto di notte, quando si ha più suggestione nel transitare per queste strade strette.
La casata dei de Cardona ha lasciato dietro di sé una lunga scia di leggende e racconti straordinari, come anche nel caso della giovane Adalés.
Secondo la narrazione Adalés, figlia del visconte Ramòn Folch y Enguncia nell’undicesimo secolo s’innamorò del nobile moro Abdalà, signore del castello di Maldà, che si trovava di fronte al castello del visconte. Un giorno che il moro era stato invitato presso Ramòn Folch per siglare una tregua tra i due castelli, fu visto e vide la bella Adalés e fu un colpo di fulmine. Abdalà si convertì per amore al cristianesimo, ma nonostante ciò il padre di Adalés, contrario al matrimonio con un moro, fece rinchiudere la figlia nella torre del castello di Cardona dove poteva avere contatti soltanto con un servo muto. Naturalmente la penitenza minò la salute della giovane Adalés che morì nella prigione paterna, nonostante il suo amante moro avesse costruito con le pietre del fiume una grande croce a dimostrazione della sua conversione.
Ancora oggi le guide turistiche del castello di Cardona parlano dello spirito inquieto della figlia del Visconte di Cardona che, come vuole la tradizione, pare che s’aggiri fra le mura del castello.
Altre vicende riguardanti la casata la ricollegano alla casa aragonese-catalana dei cavalieri Templari. Tra i suoi gran maestri si annoverano infatti due rappresentanti della famiglia dei Folch de Cardona: Guillelm de Cardona Gran Maestro dal gennaio 1224 al maggio 1252 e Berenguer de Cardona Gran Maestro dal giugno 1291 al gennaio 1307 .
Anche dopo lo scioglimento dell’Ordine, in Catalogna i Templari non furono perseguitati come nel resto d’Europa, e ancora nel 1592 Pedro de Cardona risulta iscritto nelle liste dei Maestri Templari aragonesi-catalani.
[1] Antonio Folch de Cardona, che fu viceré di Sardegna dal 1534 al 1549. Era figlio di Giovanni Folch de Cardona, quinto conte di Cardona e primo duca, e di donna Aldonça Enriquez, zia di Ferdinando il Cattolico. Don Antonio Folch de Cardona sposò donna Maria de Requesens y Enriquez, figlia di don Bernardo de Requesens e di donna Beatrice Enriquez, conti di Trivento.