La casa dello spettro

545 Words
La casa dello spettro Nei racconti di quanti hanno vissuto la propria giovinezza durante il dopoguerra, la casa che fu di proprietà di Giaime Pintor conserva un ricordo da brivido. Demolita negli anni ‘50, questa palazzina divenne, a torto o ragione, uno dei luoghi nei quali gli abitanti del centro storico provavano il proprio coraggio. L’abitazione era circondata da un fitto alone di mistero non solamente per le dicerie e i racconti che si tramandavano, legati ad alcuni avvenimenti luttuosi che avevano avuto come teatro il terreno ove sorgeva l’abitazione del Pintor, ma anche per i misteriosi rumori che s’avvertivano nottetempo, la cui origine rimaneva senza spiegazione. Non a caso era chiamata “la casa dello spettro”, nome conferito con tutta probabilità da genitori apprensivi e desiderosi di tenere i propri figli lontani da quelle mura pericolanti. Fra i racconti delle vicende accadute a chi ebbe il coraggio di avventurarsi nella palazzina, spicca quello dei tre baldanzosi giovani stampacini, incuranti del pericolo e desiderosi di mettere in mostra il proprio coraggio al cospetto degli avversari di sempre, i vicini “castellani”. Durante una serata invernale i tre ragazzi raccolsero la sfida lanciata dai rivali di gioco. Dopo essere entrati negli appartamenti della palazzina abbandonata, il più indomito dei tre ragazzi iniziò a salire le scale della costruzione. Parlando con voce stentorea, più per infondersi coraggio che per motivi di lontananza, iniziò l’esplorazione del terzo e ultimo piano. Dopo pochi attimi dai gradini si sollevarono una serie di suoni indistinti, un misto di cigolii e rumori metallici. Nel volgere di qualche istante il primo tratto della scala franò con un frastuono assordante, accompagnato da sibili leggeri. Con il polverone suscitato dalla caduta dei gradini la visibilità, già scarsa, diminuì notevolmente, mentre dal terzo piano provenivano rumori sempre più precisi. I due ragazzi rimasti al pian terreno iniziarono a chiamare il loro compagno, invitandolo a scendere, in qualche modo, nel timore di un nuovo crollo. Nessuno però rispondeva. In quel momento si udì chiaramente una voce, profonda e cupa, che iniziò a ridere mentre in sottofondo i lamenti del ragazzo rimasto al terzo piano si facevano sempre più chiari. I ragazzi iniziarono allora a salire, con qualche difficoltà, destreggiandosi sui pochi spuntoni di legno rimasti in piedi, incitando allo stesso tempo l’amico a raggiungerli. Solo dopo diversi minuti i due riuscirono a raggiungere il loro compagno: lo trovarono completamente immobilizzato e legato ad una sedia. Dal racconto del malcapitato capirono che dopo il crollo era stato afferrato da qualcosa o qualcuno. Una morsa di ferro lo aveva cinto con fermezza tanto da bloccargli anche il respiro. Ci vollero diversi tentativi per liberarlo e portarlo, così sconvolto, fino alla propria abitazione. Il protagonista del racconto, oggi non più ragazzino, assicura che nella casa, in quel terzo piano, non c’era nessuno al di fuori di lui: solo quella voce e le mani, fredde e ossute, che lo legavano alla sedia. I giovani avversari di Castello avevano avuto un aiuto soprannaturale o – più terrenamente - erano riusciti a legare come un salame il loro contendente, beffandosi della credulità dello stampacino? Un fatto è certo. Nessuno dei ragazzi che componeva i due gruppi osò avventurarsi più tra le mura di quella casa, che di lì a pochi anni sarebbe stata demolita. Oggi, a memoria dell’abitazione e del suo insigne inquilino, resta solo una lapide ingiallita.
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