Il mondo nascosto
Cunicoli e sotterranei del centro storico sono stati e continuano ad essere al centro di racconti che riguardano presunti tesori nascosti nelle viscere dei quartieri. I guardiani di queste ricchezze sono quasi sempre gli antichi proprietari dei tesori, entità che guidano il predestinato al ritrovamento di una piccola fortuna. Ma non sempre i sotterranei nascondono fortune e ricchezze. L’episodio narrato da un giovane artigiano di Castello sembra nascondere uno scherzo ben congegnato. Idraulico di professione, sul finire degli anni ottanta del Novecento aveva affittato un piccolo locale nella parte alta di via La Marmora, adibendolo a magazzino e laboratorio. Un locale non vasto ma che, durante i pochi mesi nei quali l’artigiano riuscì a lavorare, fu al centro di alcuni sconcertanti episodi. In questo breve periodo, al ritorno in bottega, il giovane depositava i propri attrezzi sul banco da lavoro: tenaglie, martelli e ogni arnese in uso. La mattina successiva, scopriva regolarmente che gli attrezzi erano spariti, al ritmo di uno alla settimana. In un primo momento il giovane pensò di essere vittima di un ladro particolarmente attratto dagli attrezzi da lavoro ma, in assenza di segni di scasso sul portone di ingresso, la sua tesi iniziò a vacillare. Durante i primi mesi dell’inverno, all’interno del laboratorio, oltre alla sparizione progressiva degli oggetti il giovane iniziò ad avvertire uno strano senso di angoscia e di insofferenza. Piccoli rumori e cigolii provenienti dal retro del magazzino, in un’atmosfera permeata di umidità. Sembrava che da lì qualcuno osservasse le mosse dell’artigiano e ne spiasse ogni movimento. Seppure allarmato e preoccupato, il ragazzo decise di rinnovare il locale: un piccolo riammodernamento che forse sarebbe servito a dare un tocco meno lugubre al laboratorio. Nei giorni seguenti alla sua decisione i “furti” continuarono in maniera incessante. Un sabato pomeriggio, aiutato da un conoscente, il giovane iniziò a smantellare la vecchia pavimentazione del retrobottega per sistemare una nuova tubatura. Nel primo tratto del magazzino venne alla luce, nascosta dal pavimento, una botola sigillata con malta e, vista la presenza di molte cisterne all’interno del quartiere, i due decisero di ispezionarla. Chiusero il portoncino d’ingresso del laboratorio e, armati di una pesante sbarra in ferro, dovettero lavorare diversi minuti per poter scalzare il tombino. All’interno della vasta camera sotterranea, che nell’antichità era stata adibita a cisterna per la raccolta di acqua piovana, i due ebbero non poche difficoltà ad orientarsi. Durante l’apertura del condotto si era verificato un altro dei tanti piccoli fatti strani: dalla camera sottostante, appena dischiusa la lastra in pietra, era venuto fuori un forte profumo femminile, un’essenza concentrata di mughetto in voga nel secolo precedente. Armati di una piccola lampada, i due osservarono la pavimentazione della stanza: uno strato di polvere sul quale erano impresse solamente le loro orme. Sul fondo del locale, ben accatastati, erano stati depositati tutti gli arnesi e gli oggetti spariti dal laboratorio. La stanza non aveva comunicazioni con l’esterno e l’unico accesso era la piccola botola rimasta chiusa per decenni. I due, seppure titubanti, si misero a raccogliere gli oggetti all’interno di un contenitore, assicurato al bancone del laboratorio con una corda. Mentre ultimavano l’operazione iniziarono a sentire un rumore sordo, un passo leggero che si avvicinava a loro. Le poche decine di metri che li separavano dall’imboccatura della botola risuonavano di questi passi: all’improvviso sentirono la lastra di chiusura che scivolava sul pavimento, lentamente.
La fuga, come ha raccontato l’artigiano, fu velocissima, mentre qualcuno tentava di serrare l’unica via d’uscita. Spinti dalla disperazione i due riuscirono a risalire la scaletta e a fermare la pietra, mentre nella stanza echeggiavano diverse risate femminili che gelarono loro il sangue.
Il giorno dopo l’artigiano aveva trasferito attività, arnesi e armamentari in una zona più tranquilla della città, facendo a se stesso la solenne promessa di non avvicinarsi mai più al piccolo magazzino (tuttora sfitto) di via La Marmora.
I fantasmi burloni e petulanti hanno grande facoltà di movimento: i tenui confini di quartiere non sembrano spaventare chi, per nomea, è deputato a spaventare gli altri. Una tesi di cui sono sostenitrici due anziane signore che, all’epoca dei fatti verificatisi a Stampace, avevano da poco oltrepassato il ventesimo anno d’età. Con i genitori dividevano un’ampia casa situata alla fine di via Santa Restituta, dove conducevano una vita tranquilla, segnata dall’uscita domenicale e da brevi tappe presso una vicina rivendita di generi alimentari. Era questa una delle rare occasioni durante le quali alle due ragazze era permesso uscire senza la scorta paterna. Gli strani fenomeni raccontati dalle due sorelle presero avvio nel mese di novembre. Era un pomeriggio autunnale, quando le luci iniziano già ad affievolirsi e, di ritorno dalla bottega, le giovani intente a salire gli ultimi gradini che portavano alla loro abitazione sentirono un distinto pizzicotto su quella parte dove abitualmente è sconveniente appoggiare indice e pollice: colte alla sprovvista, l’una pensò ad uno scherzo dell’altra, in un reciproco malinteso. Non pensarono neppure di volgere lo sguardo alle loro spalle e vedere quello che poi, durante le successive uscite, apparve loro come un elegante signore vestito con abiti “antichi”. Quando l’episodio del pizzicotto si verificò nuovamente fu un fortuito caso a gettare nel terrore le due: mentre percorrevano le scale, impegnate a reggere le buste con gli acquisti, le ragazze subirono nuovamente l’aggressione poco galante. Voltatesi di scatto videro una figura indistinta, poco più di un’ombra, che sorrideva loro nel tentativo di ripetere l’approccio. Dopo aver raccontato l’episodio ai genitori e scartata l’eventualità che qualche ragazzo in vena di scherzi si fosse introdotto nel pianerottolo, il padre decise di seguire, il giorno dopo, la risalita delle sue ragazze. Il pizzicotto sulle natiche si ripeté, e al padre accorso in aiuto fu riservato uno schiaffo sonoro. Quel giorno la famiglia decise di cambiare appartamento, lasciando ad altre signorine l’eredità del fantasma burlone.