Capitolo tre

3370 Words
CAPITOLO TRE Tortona sta provando a risvegliarsi, perfusa nel pallore di un sole dicembrino che si affaccia con fatica all’orizzonte. Tra poco, senza che nessuno se ne accorga, si leverà alto per incastonarsi come una compressa di aspirina in un cielo di cartone. Un’aspirina che proverà a sciogliere la galaverna fumigando in aria quell’umido che penetra le ossa facendoti rimpiangere una crociera ai Caraibi. Già! I Caraibi... pensa tra sé Ferrero Dove sognava di andarsene il Gaeta assieme alla sua dolce metà... quando invece neppure in mezza pensione ad Arenzano se la porta, quel pitocco! Fa un freddo tale che, se non fosse per la vescica incontinente del Cinese, avrebbe nicchiato ancora un paio d’ore sotto il piumone... e magari, con la Mercy accanto, si sarebbe divertito a stropicciare le lenzuola fino a sera. Invece lì fuori fa talmente freddo ed è talmente buio che neppure i compari del Bull Terrier si fanno vivi. Manco i randagi. A spasso c’è solo il tracagnotto dagli occhi a mandorla accompagnato da un padrone insonnolito che barcolla fino a trascinarsi all’edicola di fronte all’ospedale, proprio mentre alzano la serranda con un clangore d’inferno. Il tempo di acquistare una copia de “La Stampa” e scambiar due parole, prima di cedere alle insistenze del Cinese e incamminarsi lungo via Emilia, con la fascite che gli perseguita il calcagno e i brividi di chi cova un’influenza. Ancora non s’è schiarito, come mostrano lampioni e luminarie, quando mancano venti minuti alle sette. Lo strusciare con le suole in para, echeggia sinistro sotto i portici, senza infastidire nessuno. Forse perché i cittadini di questa località hanno la francescana abitudine di lasciare ai pirla con bullterrier al guinzaglio, la passerella per le vie del centro nelle ore antelucane. Passi strascicati che non sembrano disturbare neppure il Cinese, impegnato ad annusare gli spigoli dei pilastri, per poi arrestarsi sulle quattro zampe come se l’avessero inchiodato. Fortuna che al bar del Senegal servono un cappuccio da delizia, e Africa è il primo nella lista delle consegne di cornetti freschi. Croissant con scagliette al cioccolato, spremuta d’arancia e lettura svogliata del quotidiano, prima di partire alla volta della redazione. E poi Steliana è uno spettacolo che già a quest’ora ti invoglia a far fila alla cassa per restarci sino all’ora di chiusura. Roba che gli altri bar si sognano... una cassiera dalle curve che sembrano soffiate da un artista di Murano. Meglio rituffarsi su “La Stampa”. Un’occhiata alla mezza colonna sul suicida di via Baxilio e... Ancora quel pallino del suicida. E ancora a non spiegarsi come il Gaeta stavolta se ne freghi. Forse sarà malato... oppure innamorato perso! riflette tra sé sfogliando le pagine dello sport ... o sarà che si sente troppo vecchio e senza più voglia di frantumarsi i maroni con Ferrero. Alè Toro! Domenica c’è il derby con i gobbi e il cuore granata tifa dalla Maratona, ora che con il “Gallo’ si è tornati grandi, vincenti, e speranzosi di fare ai cugini il culo a strisce come le loro maglie. «Comunque, Senegal...» dice rivolto al gestore che gli sta levando la tazzina di sotto al naso «il Gaeta lo vedo parecchio male... più scorbutico del solito, che a guardar bene, è sempre stato gentile come un mazzo di ortiche... ma adesso non so, non capisco... mi piace poco... questo suo isolarsi...» «Che vò dire tu con mazzoortiche?» lo interpella il barista. «Vuol direee... ma niente. Niente!» si schermisce Ferrero «Vuol dire che c’ha i cazzi suoi... e se gli va di starsene da solo...» «E tu telefona!» ribatte, col vassoio a mezz’aria e l’espressione solare «Tra poco è Natale... e magari ha solo bisogno di sentire una voce amica...» Poi si volta verso la cassiera rumena dalle iridi mare di Olbia, e le strizza l’occhio. Ferrero si domanda se esiste una ragione, prima che lo sguardo cada sbadatamente sulle ginocchia che spuntano dalla gonna amaranto. Anche lei tifosa del Grande Toro sorride tra sé apprezzandone l’eleganza. Poi afferra il cellulare e scivola col dito nella rubrica sul nome in codice “Capitano Ipsilon”, e chiama, nonostante l’orologio al polso sconsigli l’operazione. *** Gaeta impiega un po’ a rispondere. Un po’ per colpa delle giunture arrugginite che rendono laborioso levarsi dal letto e un po’ perché non ha sentito il telefono ronzare al minimo sul tavolo in cucina. Il tempo di infilarsi le pantofole modello antartide e imprecare al riscaldamento. Una maledizione biascicata tra le labbra che fortunatamente non viaggia sulla dorsale Vodafone. Poi avanza sbadigliando in direzione del Nokia 1280 che sta ballando il samba sul centrino. «Sììì...?» allunga impastato al microfono. «Giuseppe Mazzini.» Gaeta che ha riconosciuto la voce, si domanda quanta idiozia possa concentrarsi in un solo uomo. Perché deve assillarlo all’alba con la tenacia di un kapò nazista? Perché farlo con una sortita così meschina?! Poi, passato il primo attimo di sorpresa, il secondo di esitazione e un terzo di compassione, prova a rispondere. «Sì. Merdaccia! Evviva la Giovane Italia!» «Ci avrei scommesso, giurassico!» ridacchia quell’altro «almeno in storia hai strappato un sei.» «Non rallegrarti tanto! Ricordati che chi chiama alle sette del mattino può ricevere ben altre risposte... visto che il mio vaffanculo ha appena passato la revisione.» «Non mi chiedi chi è?» «Chi?» «Mazzini.» «Ho appena preso sei in storia del Risorgimento!» «È il tizio precipitato dal balcone di via Baxilio... particolari in cronaca...» «Ancora con questa menata!» «Era solo per tenerti informato... visto che il quotidiano lo sfogli solo alla pagina del Sudoku.» «So ancora leggere. E se volevi farti bello parlando dello strepitoso articolo sul suicida, cambia soggetto... e, soprattutto cambia orario.» «Strafatto di cocaina e ubriaco.» «E allora? Ti sembra questa l’ora di confessarmi i tuoi problemi?» «Sto parlando del tizio... magari ti interessava...» gli lancia un’esca. «Tra poco più di un’ora parto per Voghera. Ho un appuntamento con Elena.» «E gli amici?» gnaola Dante, fingendosi sconsolato. «Si fottano! Visto che mi sono stancato di salvargli il culo. Ora me la godo.» «Allora, diciamo addio ai vecchi tempi? Ai viaggi in scooter? Alle sparatorie?» «Alle sparatorie no. Mi piacerebbe vederne una dove ti colpiscono in fronte.» «Stronzo!» sghignazza Ferrero «Ma ho come la sensazione che tu sia come i Landini Testa Calda... ti ci vuole del tempo per metterti in moto, ma poi...» «Nel frattempo vedi di non metterti nei casini...» «Vedrò di seguire il consiglio, papi. Intanto farò un’intervista ai coniugi del secondo piano e poi ti relaziono.» «Ecco bravo! Parla con quei due sbalestrati della Bovisa e poi relaziona!» sbuffa «Però relaziona a Lodetti se proprio insisti. Vedrai che un’incriminazione per sbatterti dentro la trova... magari anche solo una multa per divieto di sosta. Festeggeremo quel giorno come il Tenksghivin Dei!» Ferrero ridacchia: «È dialetto delle tue parti eh? Calolziocorte!» «Ti devo salutare, Ferrero. Mi faccio bello e parto.» «Hai provato con l’acido?» «Mettitelo nel collirio l’acido!» taglia brusco prima di riattaccare. Non c’è che dire. Gaetano Monticelli, nonostante l’età è sempre in splendida forma. O perlomeno, la lingua è sempre quella velenosa di un varano. Un duellante nato. Ci fosse stata qui Mercedes si sarebbe divertita mica poco. Paga e ritira volentieri il resto, indugiando sul décolleté di Steliana che gli ispira paesaggi del Monferrato, ed esce. Con il tarlo che gli rode come a bei tempi, e l’assillo di dover ripassare il dizionario italianomilanese dai Cazzaniga. Nel pomeriggio, però, perché stamane è consigliabile materializzarsi in redazione. Tanto per vedere se il caporedattore ha come sempre la stessa faccia da Basset hound tonto e respirare il tabacco da pipa alla mandorla del Bialetti. Magari calibrare ad occhio la pressione atmosferica alle poppe della Perinelli complimentandosi con lei mentalmente, perché, nonostante il giro boa del cinquantesimo, le stanno ancora su come Led Zeppelin. E tentare una sistemata alla scrivania riscoprendo che è fatta di legno. Ride tra sé, pensando che tra il culo a mandolino della Mercy, le gambe di Steliana e i palloni aerostatici della Perinelli, prima o poi qualcuno finirà per scambiarlo per un maniaco. Il Cinese lo guarda dal basso in alto e sembra capirlo. O meglio, sembra compatirlo, mentre cerca invano un albero dove marcare il territorio. *** Sarà per via del poster in bianco e nero che fa tanto operazione nostalgia, con quel Vittorio Emanuele a cavallo in piazza Duomo e la pubblicità luminosa del Cynar sullo sfondo. O forse è il Piergi, che con quegli occhi tiroidei e il sorriso da paresi, ricorda vagamente il Gianni Magni dei Gufi. Però l’idea che a casa Cazzaniga manchi soltanto la palla in vetro con la neve finta che fiocca sulla Madunina a rendere pienamente il quadro meneghino, non gliela toglie nessuno. Ché cazzo sono emigrati a Tortona queste due pantegane del Lorenteggio? Gli verrebbe anche da ridere, se non fosse che Liliana ha l’aria contrita di chi il Mazzini lo conosceva dall’infanzia, quando invece c’è da scommettere che l’ultima volta che si sono scambiati un abbraccio era il giorno della finale dei mondiali al Bernabéu. Questi due sono complementari, seduti uno di fianco all’altro sul basso divanetto color crema del salotto. Lei in modalità giorno dei morti e lui con la faccia dell’interista che ha appena vinto il derby quattro a zero. Se aggiungesse al quadro, la lince che ronfa raggomitolata dentro il cesto, gli scatterebbe la voglia di mollare tutto per andare ad intristirsi a casa del Monticelli davanti ad un cicchetto di Nocino. «Poverino il Mazzini. Che cosa gli sarà saltato in mente... stellina?!» commenta sbigottita tirando su col naso. «Stellina, stellina... ma se neanche ricordi se portava i baffi o gli occhiali!» ribatte cinico il marito, stiracchiando le gambe sul tappeto peruviano. «Quindi sapete poco o nulla di lui...» interviene Dante. «Lui non sa mai niente di nessuno!» lo indica con l’aria di chi vuole spellarlo vivo «Sèmper lì a guardà föra dei vè-der! Io almeno c’ho una vita sociale!» Il Piergi incassa senza un plissé. «Mentre tu?!» «El cunusevi! Lo conoscevo» conferma lei «di vista, neh! Due o tre paroline sul pianerottolo, le volte che ci si incrociava... brava persona...» «Non era sposato vero?» «Macché sposato! Secondo me gli piaceva la bella vita!» «Donnine allegre?» «Si chiamano escort, adesso! Provinciale!» lo corregge il Piergi. «Adès che ghe pensi...» si ferma a riflettere Liliana, lo sguardo serioso all’insu «Niente. Mai visto in compagnia femminile. El vör minga dì! Piuttosto uno da amici. Uomini. Penso un poker il sabato sera. Buontemponi a far casino per le scale. A volte l’era vün sul. Uno solo.» «De gustibus...» sogghigna Piergi. «A voi era parso che avesse dei problemi? Che so... soldi, debiti... qualcosa che possa giustificare il gesto...?» «Ma nooo! Gli Ieranò che abitano qui sopra» punta il dito al soffitto «han sempre detto che c’erano festini... casino sino a tardi, risate! Qualcuno andava via che era mattino.» «Beh... la vita da single offre i suoi vantaggi» chiosa Ferrero. «Aveva una bella macchina. Una Audi A4 grigio padella. Lui sempre in ordine, bei vestiti, elegante sullo sportivo.» «Sai altro?» «Del tipo?» «Cosa faceva? Come si manteneva... che lavoro, insomma!» «La signora Assunta...» lo guarda. «Chi sarebbe?» «La moglie del Ieranò» ritorna a puntare lo sguardo al lampadario. «Che c’entra?» «Mi diceva che il Mazzini stava bene di portafoglio! Con il lavoro che pensavano facesse...» «Che pensavano? Proprio non si riesce a sapere cosa faceva? Mica era uno spacciatore, per la malora!» «Macché. Macchina di lusso, bei vestiti. La ventiquattrore... e le volte che gli hanno sentito dire che partiva per Valenza.» «Nel giro dell’oro quindi. Un orafo, un gioielliere» deduce «magari con il suo bel laboratorio...» «Ma a mò te sé lì con questa storia?» sbotta il Piergi «Con questa mania di fare il segugio a tutti i costi? Quando anche quelli dell’Arma, si son sbrigati a chiudere baracca e burattini.» «Sarà che non vanno a cercarsi rogne, quelli!» «Sarà che di rogne ne hanno già abbastanza di quelle vere, e non stanno a cercarle dove non ce ne sono!» conclude con l’aria di chi ha fatto il questore una vita intera e sa di cosa parla. «Che ne sapete?» «Non si sono più fatti vivi dalla sera in cui ci hanno interrogati come testimoni» dice «tre parole, un paio di appunti presi in fretta da una pertica di carabiniere con i brufoli e sono spariti... se voglio sapere novità su quel poveretto mi tocca leggere le tue menate sul giornale.» «Non hanno nemmeno messo i sigilli alla porta come si vede nei telegiornali!» interviene Lily «s’em andà sü a véd! Siamo andati a vedere.» «Nel suo appartamento?» «Mica dentro, testina! Sul pianerottolo!» sorride indulgente «Niente nastri e timbri sulla porta, zerbino in ordine e pianta di Sansevieria che presto o tardi morirà di sete se non se la porta via la portinaia...» «O il vicino attiguo...» sibila Ferrero. «È sfitto» precisa Liliana «l’appartamento a fianco del Mazzini è vuoto che sarà un anno!» «Quindi nessun altro che possa raccontarmi delle avventure di questo misterioso personaggio.» «Misterioso solo per te che ancora pensi non si sia suicidato... che vedi omicidi dietro gli angoli come se abitassimo a Scampia.» Dante ragiona come, in fondo in fondo, possano aver ragione. Magari la sua gioielleria andava male, debiti su debiti e qualche creditore a far pressione, l’idea di non potercela più fare vista la crisi e... oplà! Un salto dal balcone e fine dei problemi, lasciando i creditori a rosicchiarsi unghie e fegato dietro la bara. Doveva essere andata così e tutto il resto è frutto della fervida mente degli investigatori da strapazzo e del loro desiderio di cercare nuovi guai. Ma stavolta l’aveva data buca. Mazzini era solo un povero cristo (anche nella postura della morte), che aveva scelto il modo più sbrigativo per togliersi dai guai. Un tuffo e fine delle trasmissioni, lasciando ai soli cronisti del piffero l’idea di trovarci del marcio sotto. Al diavolo l’atterraggio di schiena e l’idea che fosse mezzo nudo, perché in fin dei conti uno si ammazza come vuole. Poi improvvisamente lo assale quell’idea maligna sulla portinaia. L’essere mitologico che nei condomini conosce tutto di tutti, per definizione. Vita, morte, come in questo caso, e miracoli. In lei vede la luce che gli segnerà il cammino rivelandogli quanto scritto nel libro nero del Mazzini. Peccato non ci abbiano pensato né il capitano Lodetti né quella volpe di Perrotta, troppo presi a chiudere il faldone di questo suicida. «Dicevi della portinaia...» glissa Ferrero con nonchalance «l’avrà ben conosciuto?!» «Ma chi?!!!! L’Adele?» sbotta sbigottita Liliana «Ma se c’ha l’età di Cheope! Ossignore! La ghà setantacinq an e rotti!» «Ma no!» interviene Piergiorgio tirandosi in piedi «l’Adele cosa vuoi mai... è vecchia, fatica a deambulare che non si muove più dall’appartamento. Non fa più nemmeno le scale da chissà quanti anni!» «Ci pensa l’ucraina alle pulizie delle parti comuni... scale, pianerottoli, l’atrio!» precisa Lily dietro di lui. «Quindi magari neanche lo conosceva?» «Magari lo conosceva, certo. A quella non gli scappa niente, ma a settantacinque anni, come si dice? È già un po’ rintronata... l’è un cicinin “sunada’’ cuma disen a Milàn...» Ferrero godrebbe nel vederli morire per dissanguamento ogni volta che ascolta quell’intercalare un po’ nasale da primi della classe. Poi si alza a sua volta, prende il giaccone dall’attaccapanni e se lo infila. Ha voglia di una fumata disintossicante, è stanco dei bauscia e del loro gatto, e gli è balenata in testa un’idea di quelle che solo agli alienati possono venire. Di quelle che se ci fosse lì il Gaeta, gliele farebbe passare in fretta a calci in culo. Ride tra sé mentre saluta i coniugi sulla soglia. Si volta e prende le scale, con le mani infilate in tasca e il sorriso ebete sul volto. Però! La bella vita. Il pokerino, gli amici, l’Audi A4 e l’eleganza... uno che ride e si diverte mica può essere che un minuto dopo gli gira e... pensa tra sé che non vuol mica dire! Uno può avere un sacco di problemi e non darlo a vedere, poi un bel giorno decide di farla finita. A volte si vive di apparenze e si muore di circostanze! È sceso al piano sotto, il primo. Studio di un avvocato sulla destra e la targa di un agenzia assicurativa sulla porta a fronte. Entrambe attività che chiudono in orario di ufficio. Gli viene così da domandarsi chi altri mai avrebbe potuto conoscere il Mazzini. Magari in portineria. Le dita che ticchettano sul corrimano mentre organizza la scena. Sulla porta blindata al piano terra campeggia una targhetta in acrilico con incisa la scritta “portineria’’. A lato il campanello col nome in bella grafia. Cavenaghi Adele. Ferrero mette mano al portafogli ed estrae una tessera pensando tra sé come pure nelle due avventure precedenti tutto era cominciato così. Con una cretinata! Che del resto è la cosa che gli riesce meglio. Così quando capiterà di ritrovarsi nel letame fino al collo ci penseranno il Gaeta o la Mercy a tirarlo fuori. O magari saranno il capitano Lodetti o il tenente Perrotta a farlo. Ma poi cosa c’è mai da temere nel suonare alla porta di una ultra settantenne un cicinin “sunada’’... solo per tentare di ficcare il naso nell’appartamento della buonanima. Il trillo del campanello rimbomba squillante a testimoniare che la signora Adele dev’essere un pochino sorda. «Arrivoooo» sente fiatare dall’interno «Abbia pazienza che non trovo il bastone!» Il Tolex al polso di Ferrero vede trascorrere due minuti buoni prima che il meccanismo della blindata si schiuda di pochi centimetri lasciando comparire la mezza figura della vecchietta. Il volto è una carta geografica di rughe con un bellissimo occhio furbetto che lo interroga dal basso in alto, prima che la porta si spalanchi per intero. Fasciata in una vestaglia di ciniglia verde foresta, ha i capelli raccolti a crocchia di un argento brillante e la dentiera dello stesso colore della perla sulla catenina che porta al collo. «Lei sarebbe?» chiede ansimando, con il viso proteso in avanti. «Ferrari! Marco Ferrari» gli è venuto da mentire spudoratamente, pensando quanto sia importante non lasciare tracce di sé utili a farsi scassare le scatole da amici, parenti e carabinieri (e non necessariamente nell’ordine). «Ferrari» ripete esibendo tra le mani la carta della ricarica telefonica appena estratta dal portafogli. Tenendo ben nascosto col pollice il logo della Tim, gliela scorre davanti al naso alla velocità di un Frecciarossa. «Sezione Investigativa Nucleo Operativo Dipartimentale di Polizia, Squadra Narcotici. Permette?» accenna tutto d’un fiato, avanzando di un passo come a voler entrare. Adele lo misura da capo a piedi. «Mi hanno incaricato di svolgere indagini più approfondite sulla morte del signor Mazzini» le spiega, indicando con gli occhi ai piani superiori. L’Adele che si è chiusa la porta alle spalle lo invita ad accomodarsi trascinando i piedi sulla passatoia del corridoio. «È già stato qui quel gran bell’uomo del... come si chiama?» si interroga pensierosa «Che aveva le stelline sulle spalle...» Ferrero realizza: «Parla del capitano Lodetti, signora? Del comandante la stazione dei carabinieri...» Annuisce e conferma: «Lodetti! Proprio Lodetti, ecco! Un gran bell’uomo! Lei cos’altro vuole?» «Un’ispezione. Accurata. Indizi da rilevare... sa, noi della scientifica...» precisa, con una faccia di bronzo ai limiti della decenza. L’anziana lo esamina con l’aria di chi nel corso di una lunga vita ha avuto modo di incontrare parecchi ciarlatani finendo con il realizzare che quello che ha ora di fronte di sicuro è il più sfrontato di tutti, con quell’espressione da bambinone sciocco e il tono impudente. Poi decide diversamente e a fatica, piroetta su se stessa voltandogli le spalle. «Lei aspetti qui... che vado a prenderle la copia delle chiavi dell’appartamento. Io non posso venire, capisce bene il perché! E non posso neppure farla accompagnare da Larysa che è fuori servizio». «Larysa?» «La donna delle pulizie» chiarisce, prima di scomparire nella stanza a fianco, lasciandolo in piedi nel nel mezzo del salotto. Ferrero si guarda attorno meravigliato nel ritrovarsi in un ambiente anni Cinquanta arredato con mobili rivestiti in formica color verde acqua e un divano carta zucchero. Alle pareti acquerelli senza pretese con scorci di scogli, ombre di pini marittimi, e quei viottoli stretti che in Liguria chiamano crêuze. Un airone dipinto su carta di riso in stile giapponese con quadretto di bambù, e sulla credenza una raccolta disordinata di foto in bianco e nero dalla cornice in metallo. Dante si china a guardarne una, nella quale una giovane Adele è ritratta in spiaggia con un costume intero a braccetto di un signore e due ragazzini intorno ai quindici anni. «Rimini!» si sente dire alle spalle. «Come?» la guarda sorpreso, voltandosi di scatto. «Sono io quella. Circa trenta e rotti anni fa... vedo che guarda con curiosità!» «Suo marito?» «Buonanima. Mi ha lasciato nel 2001. Appena fatto in tempo a vedere il millennio... poi un infarto». «Amen!» mormora tra sé Ferrero senza farsi sentire. «I suoi figli?» domanda, mentre l’anziana avanza esibendo le chiavi di casa del Mazzini. «Alberto quindici e Lorenzo undici anni...» accenna un sì con la testa «ormai sono due signori, sa... ognuno ha la propria vita...» «Carriera, famiglia... nipoti per lei» accenna lusingatore. «L’Alberto ha moglie e due figli...» dice «l’altro, Lorenzo, non sembra volerne sapere... a volte mi chiedo se per caso appartiene all’altra parrocchia... non l’ho mai visto in compagnia di una donna. Lui e lavoro, lavoro e lui.» Adele trattiene una smorfia, si lascia andare a un sospiro e gli allunga le chiavi: «Niente che la interessi. Ecco, tenga! Quarto piano a destra. Ci rimanga il tempo necessario. Però... finita la sua indagine le chiavi me le riporta. Qui. Anche se farà tardi, non si preoccupi, ormai dormo poco. Suoni e le vengo ad aprire.» Ferrero afferra il portachiavi e si congeda: «Vedo di fare in fretta!». «Comunque secondo me Mazzini non si drogava!» chiarisce la nonnina «Vizi ne aveva, questo sì, ma secondo me non si drogava!» Dante la osserva attonito. «Ha mica detto di essere della Squadra Narcotici?!» lo gela. «Sì... beh... le saprò dire!» indugia imbarazzato «Il tempo di un’occhiata e le do conferma». Poi esce, pensando che artrosi e cali di testa da senescenza non vanno di pari passo e che l’Adele è svelta di comprendonio. Forse al punto da aver intuito che quello davanti a lei era soltanto un furbo di tre cotte. Quello che sale svelto le scale... da solo... quando lo sanno tutti che qualsiasi indagine la si segue in squadra, come insegnano i telefilm.
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