21 - Stephan

1440 Words
"Non voglio e non posso dirglielo.” Disse la zia. “Anche se avremo dovuto dirglielo quando divenne maggiorenne o ancora quattro anni fa, così da fargli capire perché non poteva riconoscere pubblicamente i gemelli. Non adesso, quel ragazzo è fin troppo distrutto per avere una notizia del genere." Affermò. "Inoltre lui con noi ha qualcosa che con te non avrebbe mai. Semmai gli dicessi una cosa del genere sai che perderebbe i suoi fratelli..." "Ma smettila, quei ragazzi sono così uniti che neanche una notizia simile potrebbe distruggere il rapporto che hanno." Concluse la zia Mette. "Ma dovete dire a Stephan dei gemelli. Abbiate pietà del mio ragazzo." Disse. Avvertii mamma sospirare. "Comunque hai ragione. Fai portare i bambini qui da Alice." Le disse mamma. "Non intendevo questo Luise." Disse la zia. "Stephan non vedrà i bambini fino a quando la sua famiglia non sarà di nuovo unita. Quindi vi conviene chiedere scusa a Marina e farla ritornare a casa. Quando ci saranno entrambi i genitori, io li farò ricongiungere con i gemelli." Disse la zia Mette, non voleva farmeli vedere. Era quindi o tutto o niente? "Appartengono al gran ducato, facci portare i gemelli qui Mette e facciamola finita." Disse papà. Permettimi di dissentire Emanuel. Quasi cinque anni fa voi mi chiamaste dal Kelderdorp d'urgenza. Mi diceste che Stephan aveva avuto dei figli illegittimi, che come me aveva portato scandalo alla famiglia e quindi io dovevo rimediare. Mi dicesti che la mela non cade lontano dall'albero e che i bambini erano responsabilità mia." "Le cose sono cambiate." Intervenne mamma. "Assolutamente no! Due giorni fa mi hai chiamato raccontando della gravidanza di Mirelle. Mi dicesti anche che con la presunta nascita, i gemelli non erano necessari per la successione al gran ducato, anche perché, testuali parole: Lo stesso Stephan non è gran duca. Quindi se permetti, non voglio che i miei nipoti adorati vengano umiliati da voi. Vi farò vedere i gemelli quando Stephan avrà fatto pace con Marina." Concluse la zia Mette. Scossi la testa. Ora più che mai, con un tumore che mi cresceva dentro non mi sentivo di tornare da Marina. Feci un passo avanti e poi uno ancora. Avrei parlato io con tutti e tre. Tuttavia mi sentii afferrare per le spalle. Mi voltai, Jean era alle mie spalle. Sconvolto tanto quanto me. Aveva sentito tutto? Inerme lo fissai. Lui in risposta mi prese la mano e mi portò in camera nostra. Quando fummo soli l'uno di fronte all'altro Jean mi afferrò le braccia con gli occhi lucidi. "Tu sei mio fratello!" Mi disse con la voce incrinata. "Sei mio fratello è questo ciò che conta. Non immaginavo tutto questo casino. Ma giuro Stephan farò di tutto perché tu sia felice, tanto quanto me." Mi disse abbracciandomi. "Ma ti prego! Fatti curare Stephan. Non so come potrei vivere senza di te fratellino." Quella fu la peggiore delle pugnalate. Il mio Jean piangeva e non andava bene. "Mi farò curare, lo sai. Ho l'intervento tra qualche settimana." Sussurrai. "Sappi che per me non ci sono differenze tra di noi. Nonostante ciò che hanno detto di la." Mi disse ancora. "Tu sei mio fratello." Affermò. "Come tu lo sei per me fratellone." Gli dissi emozionato. Ci riscuotemmo solo perché bussarono alla porta. "Sveglia poltroni, dobbiamo partire se vogliamo arrivare a casa per pranzo." Ci disse Pierre entrando in stanza. "Cosa succede qui? Fate i sentimentali senza di me?" Chiese. Scossi la testa. "Ma no!" Gli dissi. "Verrà anche Elene con noi?" Chiesi cambiando argomento imbarazzato. "Lei resta qui. Ha una specializzazione da prendere." Ci disse. "Ci vestiamo e vi raggiungiamo." Disse Jean. Pierre annuì entrando in stanza e chiudendosi la porta alle spalle. Prese la mia valigia e la aprì passandomi un maglione e un jeans. Poi iniziò a metterci dentro i vestiti del giorno prima. "Cosa sai del ramo materno della nostra famiglia?" Gli chiesi iniziando a spogliarmi. Lui assentì. "Sono i baroni danesi di Shuber, anzi no, Keller - Shuber. Da che io ne sappia, dopo la morte dei suoi genitori, nonna integrò nel titolo anche il nome del marito. Come ben sai il principato di Danimarca è molto rivoluzionario ed hanno quindi accettato la richiesta." Ci informò intanto che infilavo i jeans. "Nonno a che casata apparteneva?" Chiese Jean curioso quanto me. "Nessuna." Disse Pierre. "Da piccolo la zia Mette mi raccontava sempre che il nonno era un giovane tedesco trasferito in Danimarca durante il terzo Reich. La sua famiglia era ebrea, nonno e suo fratello erano entrambi contabili e il nonno andava a tenere anche la contabilità degli Shuber. La nonna iniziò ad interessarsi a lui, amandolo in segreto essendo Stefan sposato...." "Si chiamava Stephan?" Chiesi sorpreso. "Si ma scritto in tedesco, senza la h, non in francese." Mi rispose Pierre. "Comunque lui era sposato, ma rimase vedevo quando la moglie morì di parto mettendo alla luce la seconda figlia, Alice." Raccontò Pierre. "Per non mettere in pericolo i loro figli troppo piccoli, Stefan e sua sorella decisero di scappare in sordina raggiungendo i cugini Edgar e Jacobin America. La nonna Sofia non si fece scrupoli, lasciando una lettera ai genitori seguì Stefan in America. Si sposarono nel quarantaquattro ad Augusta e l'anno successivo nacquero loro due. A guerra finita, con la liberazione della Danimarca avrebbero potuto far ritorno. Ma la nonna Sofia nel frattempo aveva deciso di prendere la laurea in medicina, così restarono in America dove crebbero e si istruirono le gemelle. Mamma e papà si conobbero alla Columbia university, dove entrambi studiavano, subito si innamorarono. Poiché la nonna voleva seguire il matrimonio di mamma, rientrarono e con loro Mette. Ovviamente la prima tappa fu la Danimarca, mamma era rimasta l'unica figlia in vita dei baroni di Shuber, per cui era importante per la nonna ricongiungersi con loro. Accolsero sia nonna, che nonno con piacere. Ancora di più approvarono il matrimonio di mamma con papà, i nonni erano ancora della vecchia scuola e avevano perdonato la scappatella della nonna, non solo perché fosse rimasta l'unica loro figlia in vita. Ma anche perché il nonno e la sua famiglia in America erano cresciuti economicamente parlando. Non li si poteva chiamare più contabili." "Poi cosa successe?" Gli chiesi affascinato posando il pigiama nella valigia. "Successe che nonna tornò definitivamente a Copenaghen, il nonno morì e fu seppellito nella tomba di famiglia, i bisnonni accolsero non solo mamma e zia Mette, ma anche Alice, la figlia di primo letto di nonno, e Wiggo anche a se quest'ultimo ripartì per l'America dove aveva i suoi affari." Concluse. "Il resto è storia, la conoscete tutti." Giustamente. "Ne sai molto più di noi." Si lagnò Jean. Lui rise. "Solo perché la zia Mette mi raccontava sempre la storia dei nonni da piccolo. Ragazzi parlammo della seconda guerra mondiale." Ci disse. Al che annuii. "Perché la zia Mette e lo zio Hans non hanno mai avuto figli?" Chiesi. "Forse perché lui era più vecchio di dieci anni rispetto a lei." Affermò Jean. "Ma no! Elene parla di avere un figlio almeno con Joanne." Risposi divertito. "Credo dipenda dal fatto che fosse un matrimonio di copertura." Ci disse Pierre. "Tra i corridoi si racconta che la zia Mette e Alice Keller ci sia più di un rapporto fraterno." "Adesso non essere ridicolo." Dissi. "Non lo sono. Anche Alice ebbe un figlio in contemporanea con... mamma. Ma non si è mai sposata, la zia Mette ha cresciuto Eliah proprio come fosse suo. Si sono sempre affidate le une alle altre. Probabilmente Mette si era sposata con lo zio Hans per avere un altro bambino. Ma non è andata bene." Spiegò Pierre. Feci spallucce verso Jean. Pierre era realmente bene informato! Possibile che zia Mette fosse lesbica? Eppure mi aveva avuto, la sua amica Alice aveva un figlio coetaneo di Pierre. "Ragazzi! La colazione è pronta." Oltre l'uscio la voce di mamma o della zia Mette ci disturbò. "Arriviamo." Urlammo all'unisono e nel farlo uscimmo, Pierre trascinandosi dietro la mia valigia. Non ero inerme, avrei potuto fare da me. Ma non volle sentire obiezioni. Dopo colazione zia Mette ci salutò tutti baciando con affetto me e i miei fratelli. "Ci rivediamo qui per l'intervento. Mi raccomando non stancarti troppo Stephan." Mi disse premurosa come sempre. Ovvio che lo fosse, ero suo figlio. "Farò il bravo, grazie di tutto zia Mette." Le dissi. Tornammo a casa e ad accogliermi trovai Armand già pronto al suo posto. Appena ci ricongiungemmo mi disse che i miei genitori lo avevano subito chiamato il giorno precedente per fargli riprendere servizio. Toccò a me dirgli che non stavo bene. Avevo un tumore, fortunatamente operabile, e dovevo riguardarmi.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD