Chapter 1
Prologo
Era passato un anno dalla conclusione del suo precedente romanzo “Incontri virtuali”, vizi e virtù nascosti dietro il monitor di un computer. Molti dei lettori, che Learco aveva incontrato in libreria, nel giorno del lancio della sua opera, gli avevano chiesto di narrare il seguito di alcune vicende contenute in quel suo fortunato romanzo.
«La trama era così avvincente che ho letto le pagine tutto di un fiato. È un vero peccato che non ci sia un seguito.» Così si era espressa un’avvenente signora, mentre gli porgeva una copia del volume perché vi apponesse una dedica.
Un’altra lettrice aveva comprato addirittura quattro esemplari del romanzo ed altrettante dei versi contenuti in“Pensieri liberi a rotta di collo”. Anch’essa attendeva di poter ricevere la dedica su tutte le copie e quando venne il suo turno gli disse:«Sa, tre copie le voglio regalare a delle amiche, ma questa la tengo per me…» aveva poi aggiunto, quasi a sottolineare il suo gradimento:«…perché non scrive un altro romanzo con gli stessi personaggi?» Learco aveva sorriso annuendo, mentre vergava con mano veloce una dedica molto particolare per quella simpatica ammiratrice, acquirente di ben otto volumi.
In altre occasioni la domanda era sempre stata la stessa: il suo pubblico reclamava un “bis” editoriale. Perfino al supermercato sottocasa, a Genova, gli era accaduta la stessa cosa.
«Ma che bella abbronzatura! L’ha presa in Brasile?» gli chiese la simpatica cassiera mentre passava, velocemente, i prodotti della sua spesa sul lettore ottico della cassa.
«Si! Proprio laggiù e non vedo l’ora di ritornarci» rispose Learco, un poco rinfreddolito dal rigido inverno italiano. Del Brasile e del suo sole già sentiva molta...“saudade”: il sottile piacere d’una nostalgia struggente che prende l’anima.
«La stavo aspettando! Me la scriverebbe una dedica?» gli chiese la cassiera, traendo da sotto il banco una copia del libro appena comprata.
«Con immenso piacere, mia cara Jolanda!» rispose Learco prendendo il volume per scrivere alcune parole sulla seconda pagina bianca.
«Grazie! Visto che il primo ha vinto un premio letterario, a quando il secondo romanzo?» chiese, impertinente, la Jolanda facendogli l’occhietto.
«Non saprei... ci devo pensare» rispose riponendo la spesa nel sacchettone verde. Ma subito dopo qualcuno gli sottopose un’altro volumetto per una dedica: si trattava di quello dei suoi versi, anche questi, da poco pubblicati.
«Anche tu Silvia?» chiese Learco, voltandosi di lato e riconoscendo la seconda giovane cassiera, appena ventenne, dallo sguardo dolce e romantico da sognatrice.
«Non mi sarei azzardata a chiederle una dedica ma la Jolanda mi ha dato coraggio, con la sua faccia tosta ed il suo esempio» disse, quasi giustificandosi, la bionda Silvia dagli occhi blu.
«Perché mai? Mi fa piacere averti tra le mie lettrici: giovane e bella come sei! Questo fatto mi inorgoglisce…» fu la volta dello scrittore a schiacciare l’occhietto in segno di complice intesa ma poi soggiunse: «… siccome ti piacciono i miei versi, a te la dedica la scriverò in rima.»
Già da tempo Learco stava pensando ad una rivisitazione della storia di taluni personaggi creati dalla sua fantasia. Era possibile riprendere il filo della narrazione, ma non per tutte le coppie che avevano affollato il precedente romanzo… avrebbe dovuto scegliere.
Era tornato a Natale per trascorrere un po’ di tempo con i suoi ma per il mese di maggio contava d’esser, nuovamente, a Campinas. Appena giunto in Brasile si sarebbe messo all’opera, anche se già il suo cervello stava macinando idee e pensieri. Nella nuova trama decise che il primo intervento spettava al Cielo come se il Presidente di quella complessa realtà celeste avesse voluto controllare cosa ne era stato degli umani del pianeta Terra un anno dopo. Non da meno poteva fare il Boss, capo delle schiere diaboliche, che con quelli di “Lassù” aveva un conto in sospeso dopo che un’anima dannata e già condannata gli era stata sottratta.
Gano Garagnone, infatti, aiutato da Natascia Reggiani, si stava riscattando agli occhi dell’Umanità ed il suo afrore puzzava d’acqua santa. Così diceva il nero satanasso, di lui.
Attilio Sannito si era accasato con Heloísa de Souza ed insieme abitavano a Bixiga, nel quartiere residenziale degli italiani ricchi di São Paulo, dove si conservano le tradizioni, le culture, la lingua ed il dialetto del paese di origine, da parte dei discendenti di terza o quarta - o addirittura - di quinta generazione. A São Paulo è possibile sentir parlare il dialetto veneto di fine ‘800 o quello calabrese della stessa epoca. Nonostante ciò, il caos della capitale, una delle più popolose del mondo, il traffico stradale, l’inquinamento acustico e quello atmosferico spingevano Attilio a ricercare una diversa e più salubre allocazione.
Quanto a Licia Moroni, si era unita in matrimonio con Giannetto Giannini, trasferendosi a Sorrento, dove lui aveva aperto una nuova palestra. Licia aveva trovato impiego, come contabile, presso un’agenzia di viaggi di Piazza Lauro. Ambedue i luoghi di lavoro si trovavano di fronte alla “Circonvesuviana”, nome moderno dell’antica linea ferroviaria borbonica: la prima ad essere costruita nella penisola italica, che univa Napoli a Portici. Stavano pensando di adottare un bimbo, ma volendolo molto piccolo, avevano deciso di rivolgersi all’estero e la loro ricerca li aveva portati in Sud-America.
Il protagonista principale, tuttavia, non sarebbe stato uno di quelli, bensì il “Brasile”. Di quel semicontinente aveva deciso di narrare - attraverso due indigeni del passato, un indio ed un n***o - gli avvenimenti antichi che si sarebbero intrecciati con quelli vissuti dal vivo. Una mistura di avvenimenti vissuti in parte nel tempo andato ed in parte nel presente.
I luoghi, permeati da cinquecento anni di storia, avevano il potere di sussurrare, la notte, alla mente d’ogni viandante, che sapesse ascoltare, la voce della natura raccontando le vicende degli indios di lingua Tupi-Guaraní e del Pau Brasil. Una storia complessa dallo sbarco dei portoghesi colonizzatori alle rivolte per l’indipendenza fino all’ultimo impero del “sovrano bambino”. Una realtà fatta anche di capoeira angolana , macumba e candomblé.