Chapter 3

1002 Words
2. NEBBIAAlle 21, Sofia Milena Scimanova era pronta. Miss Jane la fissava, ritta in mezzo alla stanza. Elena la aiutò a indossare la pelliccia, le porse i guanti, la borsetta d'oro gemmata. Sofia, dopo due ore di toletta, poteva anche cantare. Sul petto le pendeva un solo smeraldo, che ardeva tra i risvolti della pelliccia aperta, come da uno scrigno soffice. Ma non era quella pietra a emanare il calore di vita, che si sprigionava da lei. Il fuoco covava nel profondo, nascosto, più pericoloso per ciò. La donna era una formidabile creatura di carne. E aveva la facoltà di rendere fragili, inconsistenti, tutte le altre donne che l'avvicinavano. Guardò alla finestra. Si strinse nella pelliccia. "Freddo!" mormorò con quel tono lamentoso, da bimba imbizzita. Elena andò alla finestra, sollevò la tenda, non vide nulla se non un'opaca cortina fumosa. "C'è molta nebbia, signora." Miss Jane alzò leggermente le spalle. "Prendete Cip con voi, Mistress Sofia?" Il diversivo fu miracoloso. "Cip... Cip!..." Sofia chiamava con tanta tenerezza. Lentamente Cip si scosse. Qualcosa di argenteo, di morbido, si agitò sulla poltrona, accanto al letto. "Cip!..." Gli occhietti di porcellana del pechinese brillarono, come due piccoli specchi, di luce riflessa. Elena si avvicinò a prenderlo. Dietro le spalle di miss Jane, la porta si aprì. "Le auto vanno a passo d'uomo... La nebbia è spessa come il mantello del diavolo... Occorre far presto, Sofia Scimanova... Occorre far presto!..." L'uomo entrò, ravvolto nella pelliccia nera. Sembrava una palla con due piedi minuscoli e un cranio a pan di zucchero, appuntito. Una trottola. Cip fu dimenticato. "Oh! voi!... Perché mi avete fatto accettare questo impegno?... E quanti 'pezzi' debbo cantare? Uno, vero? Uno solo!... Non potrei cantarne più di uno! La romanza della Lucia e basta. Non mi chiedano altro!" Prese fiato. "Elena, la giarrettiera è lenta..." Si tirò su di colpo, con le mani guantate, la pelliccia e la sottana, scoprendo due gambe dal disegno perfetto, armoniche, sebbene un poco arcuate, a cui la seta carnicina delle calze dava un rilievo impudico. Elena depose in terra il pechinese e corse a inginocchiarsi davanti a quelle gambe. L'ometto batté le ciglia, s'imporporò nel volto grassoccio. Fece qualche passo per la stanza e si trovò di fronte a miss Jane. Sorrise. Miss Jane sussurrò, senza quasi muovere le labbra: "Avete fatto?" L'altro annuì. Ma si volse subito, perché Sofia lo chiamava: "Alessandro Alessandrovich!" "Che cosa debbo fare per voi, Sofia Scimanova?" "Venite qui!" Lo trasse in fondo alla stanza e cominciò a parlargli in russo, fittamente. L'uomo ascoltava. Poi parlò alla sua volta, con grandi gesti, quasi si difendesse. L'avvocato Alessandro Alessandrovich era il segretario e l'uomo d'affari della diva. Da quando entrambi avevano dovuto abbandonare la Russia, dopo la rivoluzione, Alessandro Alessandrovich aveva legato la propria sorte a quella di Sofia Scimanova. E la cantante, ch'era stata favorita alla corte degli Zar, divenne celebre in America prima che in Europa, dove era giunta da due anni. Questo almeno sapevano e dicevano gli agenti teatrali e i giornalisti. Il colloquio durava da qualche minuto. Miss Jane Clark guardò l'orologio di platino, che aveva al polso. "Sono le nove e cinque minuti, Sofia Scimanova! Se non ci affrettiamo, mancherete l'ora! Non abbiamo che tredici minuti per arrivare in corso Italia e la nebbia impedirà all'auto di correre..." Sofia tacque di colpo. Fissò la governante, come se non avesse compreso. Poi si volse di nuovo ad Alessandro Alessandrovich. "Ma perché mi ha interrotto quella lì?", disse con voce glaciale. Appariva diversa. Nulla più di infantile o di futile era in lei. Aveva aggrottate le ciglia e una ruga profonda le segnava la fronte bianca, sotto il cappello e il casco dei capelli d'oro bianco. Guardava sempre l'uomo, che le stava dinanzi e che le arrivava col cranio lucido appena al collo. "Alessandro Alessandrovich, termineremo il discorso questa notte." Con un rapido mutamento, rise. "Non sperate di sfuggirmi, vecchio mio!..." Gli diede un buffetto sulla guancia con la mano guantata di nero e il braccio sollevato fece scintillare il cerchio di brillanti sopra il polso. "Andiamo! Miss Jane, prendete Cip. Lo voglio con me, mentre canto." Elena porse il pechinese alla governante e la giovane lo accolse fra le braccia. Sofia uscì per la prima, seguita da Jane e da Alessandro Alessandrovich. Quando fu nel corridoio, la cantante si fece il segno della croce. Poi, come a un pensiero improvviso, si volse. "Il dottor Appleby ci aspetterà? Lo avete avvertito, miss Jane?" "Sicuro, Mistress Sofia, l'ho avvertito." Un'ombra passò sul volto della donna. "È peccato mortale il mio!" mormorò. Riprese a camminare. Il segretario saltellò per raggiungerla e le passò davanti. Quando fu dinanzi alla porta dell'ascensore premette il bottone. Ma Sofia non si fermò. "Vado a piedi." E discese lo scalone. Tutti coloro che salivano, si ritrassero e la fissarono. Qualcuno mormorò il suo nome, dopo che fu passata. Nella hall, quando apparve, il movimento di curiosità fu irresistibile. Il portiere si precipitò verso la bussola a vetri dell'ingresso, pronto a farla girare, e il direttore in redingote nera andò incontro alla donna per ossequiarla. Gli uomini che la videro — come sempre — ricevettero una sferzata, tanto era vittoriosamente femmina Sofia Scimanova. Un giovanetto, che s'era alzato dalla poltrona per fissarla, mormorò: "Bella come la vita!" Miss Tane udì quell'ingenua frase arsa dalla passione della pubertà, sorrise ambigua e passò dinanzi al giovinetto, nera e funerea, nonostante il fuoco dei capelli e la macchia di neve, che le metteva sulla pelliccia grigia il pechinese dagli occhi di porcellana. Fuori, la donna traversò il marciapiede per entrare nell'auto che l'attendeva, e al primo contatto della nebbia ebbe un brivido lungo. Quando Alessandro Alessandrovich, salito per ultimo, le fu seduto di fronte, si accorse che tremava, ravvolta nella pelliccia e tutta cacciata nell'angolo del sedile. L'auto si mosse, scendendo via Manzoni, e un uomo erculeo, una specie di colosso, dal volto largo e duro, accennò un gesto ed entrò nell'albergo, facendo girare la bussola di vetro con una pedata.
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