Chapter 4

1245 Words
3. COLUMBIA G. Q. 7153 Aveva corso per le scale e ansava leggermente. Richiuse la porta dietro di sé e poi fece scattare l'interruttore della luce. Gettò il pastrano sulla panca e appese il cappello all'attaccapanni, quindi entrò nell'altra stanza e accese anche lì la luce. Guardò la pendola che segnava le 21 e 10 ed ebbe un gesto vago. "Adesso canterà", disse a voce alta in inglese. Ma nessuno che lo avesse ascoltato, avrebbe potuto dire quale fosse il suo sentimento, tanto l'accento di quelle parole era neutro. Forse, in lui non era alcun sentimento nell'enunciare a se stesso un fatto che stava per prodursi e che lui conosceva. Si guardò in giro. La stanza, ch'era nello stesso tempo salotto studio e camera da letto, alla luce dell'unica lampada alta al soffitto appariva piena di ombre. L'uomo dovette sentire il peso materiale, fisico, di quelle ombre, perché sostò a scrutarle, con attenzione. Quindi andò a mettersi davanti al canterano antico, sul quale era la pendola, e fissò le lancette. Soltanto per un istante la sua attenzione fu distolta e lui guardò la propria immagine riflessa nello specchio, dietro alla pendola. Un'immagine sbiadita e acquosa, ché anche lo specchio, come quasi ogni oggetto in quella camera, era antico e rifletteva le immagini in verde, al par di uno stagno ricco di erbe e di muschi. Ebbe un sogghigno amaro e tornò a guardar scorrere il tempo. Era pingue; aveva il volto olivastro; i capelli oramai radi sulle tempie; il naso aquilino e sottile; la bocca perennemente contratta. Ed era giovane, per quanto miriadi di brevissime rughe gli circondassero gli occhi. L'abito che indossava e la cravatta erano neri, opachi, da lutto. Quando la lancetta dei minuti fu sul quarto, si distaccò dal canterano e mosse verso l'angolo dove si trovava il mobile lucido della radio, a girarne il bottone. Di colpo la camera fu colma di suoni. Sembrò che le ombre, sulle pareti, oscillassero a quell'ondata vibrante. Ma fu breve. La musica si spense quasi subito e le succedette, dopo qualche istante di silenzio ansioso materiale voluminoso quasi, prima il cinguettio di uno strano usignolo metallico, poi qualche impetuoso scoppio, netto e lacerante come una conflagrazione di molecole elettriche. L'uomo si era seduto e ascoltava col volto tra le palme e i gomiti sulle ginocchia. Passò un altro minuto, ch'egli scandì, secondo per secondo. Poi una voce d'argento, piena di calore e pur lineare diede l'annuncio: "Radio Milano Torino Genova Trieste... La celebre soprano Sofia Milena Scimanova canterà adesso la romanza della Lucia: 'Quando rapita in estasi'." Di nuovo il silenzio e il trillo dell'usignolo. L'uomo aveva sollevato il volto e le mani gli erano ricadute sulle ginocchia. Si ebbero pochi accordi di pianoforte, l'accenno melodico, e quindi il miracolo di una voce d'intensità perfetta, d'altezza inusitata e di gradevolissimo timbro fiorì, sbocciò, si diffuse. "Quando rapita in estasi..." L'ascoltatore protese lentamente le mani aperte quasi avesse voluto percepire materialmente le vibrazioni. Ma era rimasto freddo, nessuna commozione lo agitava. Mormorò: "Ha preso il registro di mezzo..." Le parole della romanza si sgranarono leggere, aerate, sempre più sonore e vibranti. La voce passò dal registro di mezzo a quello di testa, evitando ogni sussulto e l'uomo che ascoltava approvò. "Unisce i registri alla perfezione!" E ne sembrò soddisfatto. Poi si volse a guardare la pendola. La lancetta era sul ventunesimo minuto dopo le nove. La voce saliva e teneva le note. La progressione era insensibile. Discese, sostò, riattaccò con dolcezza, per tornare all'accordo maggiore. La pronuncia della donna era manifestamente straniera, ma la maestria della cantante sopperiva anche al difetto. Adesso, la romanza stava raggiungendo l'acme. Il movimento si affrettava. Il do maggiore fu preso di slancio, con agilità e fu tenuto con sciolta franchezza. Una voce d'oro. L'uomo si alzò. Fece qualche passo. A un tratto la voce si spezzò. Fu istantaneo. Un silenzio di tomba seguì nella stanza. Sembrava che avessero infranta la macchina con un colpo solo, secco. Ma no! Il colpo si sarebbe udito. Fu peggio. Una spina che si toglie... Un contatto che cessa. Il contatto non era cessato. Il silenzio fu di nuovo rotto dai saltuari rumori sparsi per l'etere. E quasi subito scoppiò l'infernale battito d'una conflagrazione spaziale. Fu breve. Parlava la voce d'argento. "Radio Milano Torino Genova Trieste... Un'improvvisa leggera indisposizione ha costretto la signora Sofia Milena Scimanova a interrompere il suo pezzo... Per non privare i nostri ascoltatori dell'audizione promessa, faremo sentire la medesima romanza della Lucia nel disco Columbia G. Q. 7153..." L'uomo andò in fretta alla radio e girò il bottone. Guardò la pendola: le nove e trenta. Erano trascorsi sette minuti dal momento in cui la voce s'era spezzata proprio al do maggiore. "Un'indisposizione leggera..." sogghignò. Era in preda a una eccitazione evidente. Dopo aver pronunciato quelle parole con sarcasmo, la sua voce ebbe l'accento della soddisfazione più viva. "È riuscito! È riuscito a meraviglia!... E perché non avrebbe dovuto? Così, ella vedrà che avevo ragione di dirle che sono io il padrone della sua vita, come della sua carriera... Non può sfuggirmi! Non deve..." Si diresse alla porta, girò il commutatore. Nell'ingresso, indossò il pastrano, prese il cappello. Richiuse la porta dietro di sé e cominciò a scendere le scale lentamente, ché sempre la salita e la discesa l'affaticavano. Quando fu sul portone, si fermò di colpo. Le rughe gli si infittirono attorno agli occhi piccini e il naso stranamente mobile e sottile, ch'era un anacronismo in mezzo a quel suo volto rotondo, gli palpitò! Chi era quell'uomo fermo sul marciapiede, in attesa? Egli conosceva quel corpo tarchiato, stretto alla vita, con le spalle quadre e le anche sporgenti. Una leggera indisposizione! Ma certo! E che altro? Ma perché costui, ch'egli conosceva, che aveva dovuto conoscere in qualche luogo, si trovava fermo davanti al portone di casa sua? Abbassò sugli occhi la tesa del cappello — un cappello di feltro nero sproporzionatamente largo e rotondo per lui ch'era basso e pingue — e si mosse a passettini rapidi, quasi di corsa. Voleva passare senza esser veduto. A che scopo tirarsi dietro quell'uomo? Aveva da andare all'albergo, ora. Certo Sofia doveva esservi stata condotta. E voleva vederla subito. Lui soltanto avrebbe potuto trarla dallo stupore ipnotico in cui doveva esser caduta. Camminava nella nebbia, e fu costretto a rallentare. "Dottor Appleby!" Si voltò come morso da un aspide. "Chi è lei?... Perché? Perché?" L'uomo gli era corso dietro e adesso sorrideva timidamente. "Dottor Appleby! Ho bisogno di voi! Ho tanto bisogno di voi e sono pronto a pagare regalmente la vostra prestazione!..." Lo fissò a occhi sgranati, non comprendendo. "Regalmente", ripeté l'altro, scandendo. E gli si mise al fianco e gli passò la mano sotto il braccio. S'avviarono, così, in silenzio per la strada deserta e buia, tra la nebbia, fin quando si trovarono dentro la luce fumosa delle lampade ad arco del Corso e furono presi nel risucchio dell'ondata di gente, che usciva da un cinema. Il dottore si liberò, allora, dalla mano che lo teneva e sollevando il volto con ironia contenuta: "Che cosa, dunque, posso fare per voi, mister Coromillas? Questa sera sono molto occupato!..." "Duemila pesetas, dottor Appleby!... Sieno anche tremila le pesetas che vi darò!... Fate voi il conto in dollari..." "Vi ascolto, mister Coromillas." E, mentre erano avvolti dalla nebbia che li isolava, fermi all'angolo dei portici settentrionali, Appleby si sentì fare dallo spagnolo la più imprevedibile delle richieste. E la più facile da appagare per lui.
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