Il Brasile è la terra delle feste, dei balli sensuali, ma è anche un paese povero, che ha bisogno di aiuti; dove si sta già facendo tanto, soprattutto da parte del popolo, ma dove si potrebbe fare di più. L’allegria si manifesta nella musica, nel caldo delle spiagge, nelle famose notti carioca e da questo spirito caloroso e festoso, prendono vita manifestazioni popolari come il Carnevale, il Reveillon (Capodanno) e le feste Juninas (feste folcloristiche celebrate a giugno).
Ogni stella sulla bandiera del Brasile corrisponde ad uno Stato e vi è una vera disposizione astronomica, con cinque grandezze differenti, mentre i colori hanno un significato, il verde per ricordare la foresta amazzonica, il giallo le riserve auree e le miniere d’oro del paese.
Facendo attenzione a varcare la soglia prima con il piede destro, non appena entro nel locale che frequento solitamente l’Histoire d’O, sull’avenida Atlantica di Copacabana, subito Beatriz mi si fa addosso, deve avermi seguito con la coda dell’occhio sin da quando sono sceso dal taxi.
– Come stai Conte, è un po’ che non ti si vede in giro. – Beatriz, gli occhi carezzevoli come le parole.
– Sto lavorando molto. – io, stringendo gli occhi, osservando l’accolita dei presenti.
– Stai scolpendo una nuova statua, o una nuova ragazza? – Beatriz, con la mano a sfiorare i bottoni bassi della mia camicia bianca appena ritirata dalla tintoria.
Mani elementari le sue, dove il palmo tende ad essere quadrato, mentre le dita danno l’impressione di essere delle stesse dimensioni, con il pollice più lungo del normale, che denota una persona che può cambiare idea velocemente. Praticità, intraprendenza e pragmatismo. E quanta sensualità in quelle dita che si fanno strada sulla mia pelle, sulla corazza della tartaruga dei miei addominali lisci, depilati prima di un piatto di spaghetti in solitaria fra le mie mura, e via i peli dal pube e dalle palle e sul petto, ma le gambe no, fa troppo gay per un imminente cinquantenne e nemmeno le ascelle. Beatriz, la lingua ad umettarsi labbra asimmetriche con il labbro superiore più sottile rispetto a quello inferiore. Personalità duplice, dove nel labbro carnoso risiede generosità e disponibilità nei confronti degli altri, che è poi smentita da quello più sottile con le sue esagerate esigenze e nervosismo; e te ne stavi sempre attaccata al tuo cellulare, fumata dura di erba, che ti portavi dalla favela, comprata ad una boca de foco, banchetti del commercio di droga esposta in bella vista. Tu venivi dalla Rocinha.
Al centro di una montagna verde ricoperta dalla foresta, si trova una grande macchia di cemento e mattoni rossi, è la Rocinha che giace nella zona sud di Rio de Janeiro. Precisamente è collocata all’uscita di due lunghe gallerie che collegano i due quartieri ricchi di Gàvea e Barra de Tijuca alla conca di Sao Conrado. La favela si è sviluppata lungo l’intera fiancata di un monte, per cui appartiene a quel genere particolare di favelas chiamate morros, che si differenziano molto da quelle nate su territori pianeggianti. È la favela più grande, estesa e popolosa non solo di Rio e del Brasile ma di tutta l’America Latina. Rocinha costituisce una regione amministrativa a se stante, la ventisettesima, è formata da un unico quartiere immenso dove vivono più di 350.000 persone. Di fronte si trova il quartiere di Sao Conrado, che è abitato da ceti medio alti, che vivono in grandi palazzi situati tra la favela ed il mare.
In pochi metri la situazione cambia radicalmente: mentre da un lato della strada si deve lottare tutti i giorni per sopravvivere, dall’altro si vive con tutte le comodità. Questi sono i paradossi della città tropicale. Alla vista appare un enorme conglomerato di casupole, che avvolge l’intera montagna su tre lati diversi. La foresta tropicale del parco nazionale della Tijuca riesce a resistere a stento agli attacchi delle nuove costruzioni che continuano ad espandersi su tutti i fronti, al punto che è diventato impossibile riuscire a vedere l’intera favela da un unico punto. Le costruzioni, che nella parte più bassa sono più alte e somigliano a piccoli palazzi, tendono a diventare più piccole, fino ad assumere le caratteristiche di catapecchie, mano a mano che ci si reca nella parte alta. Allo stesso modo allontanandosi dalle tre arterie principali che percorrono la favela, le strade tendono a trasformarsi prima in vicoli, poi in minuscoli passaggi formati da ripide scale tra una casa e l’altra, dove a malapena si riesce a passare. Eppure questi vicoli che la gente del posto chiama becos, sono rigogliosi di umanità. Quando la visitai con Beatriz non mi aspettavo una città così grande; mi ricordo che per l’occasione mi bucherellò una maglietta, mi sporcò volutamente un paio di pantaloncini corti e mi spettinò a dovere, per non apparire, almeno da lontano, un facoltoso turista da rapinare. Eh, la Rocinha mi impressionò, troppe brutte facce. E per i percorsi ardui e labirintici faticavo a partire, per ogni rampa di scale, con il piede destro e questo mi metteva ansia.
Rocinha, come altre favelas carioca, nasconde al suo interno una moltitudine di attività. Si trova di tutto: dai semplici esercizi commerciali, come i bar, le macellerie, i barbieri, i banchi di verdura, ai venditori ambulanti di qualsiasi cosa si possa immaginare, dai gelati alle chiavi, dai churrascos, ai vestiti contraffatti. È il trionfo dell’economia informale, sulle quali si reggono le sorti di centinaia di migliaia di persone a Rio. Una fetta importante di ciò che viene prodotto nella metropoli carioca, deriva da attività informale, sommerse, non riconosciute ufficialmente. Ci sono anche attività di un certo livello, il Banco do Brasil ha aperto una filiale ed anche le catene di fast-food hanno inaugurato dei ristoranti. Gli operatori locali hanno capito che molti turisti stranieri sono attratti dalla realtà delle favela perché vi sono delle agenzie che organizzano visite guidate a Rocinha. La presenza dei trafficanti di droga, che tengono in scacco la popolazione e dettano legge a tutti gli abitanti, è allarmante. L’ordine reale qui non è della prefeitura, ma quello del narcotraffico, i cui capi somigliano a monarchi, che distribuiscono privilegi ai propri collaboratori, e protezione alla popolazione. In cambio chiedono il silenzio, l’obbedienza e la sottomissione al loro ordine. La polizia militare non gode di buona fama qui, a causa delle frequenti sparatorie dei tiroteios, con le bande criminali in cui, spesso restano coinvolti dei passanti. Però, c’è anche la casa della cultura per i giovani artisti, la scuola di samba, biblioteca, televisione e radio locali e molti progetti condotti da ONG esterne ed autoctone.
Cerco di fare qualche foto, ma ho paura di incrociare gli occhi di uno di qualche gang; le più famose e pericolose, sempre in lotta fra loro sono i Comando Vermelho e gli Amigos dos Amigos. Il quartiere è uno dei focolai di tubercolosi del paese. L’alta concentrazione di malattia nel quartiere ha diverse cause, come ad esempio strade strette, che ostacolano la penetrazione della radiazione solare e la ventilazione delle case, l’alta densità di popolazione, la povertà e la mancanza di servizi igienico sanitari. Tutti questi elementi stimolano la proliferazione dei batteri che causano la malattia.
Il 13 novembre 2011 Rocinha è stata teatro di una grande operazione condotta dalle forze armate del Brasile e dalle forze dell’ordine brasiliane. L’obbiettivo era la ripresa del territorio dalle mani dei trafficanti di droga, al fine di preparare il terreno per la futura installazione della ventottesima Unità di Polizia di Pacificazione della città. In data 20 settembre 2012, la comunità ha cominciato ad essere frequentata dalla 28° UPP con un effettivo di 700 agenti di polizia. La comunità dispone di 80 telecamere di sorveglianza; ma poi si riprende a sparare, la tranquillità qui non esiste. A Rocinha tutto è off-limits appena si scende dall’omnibus, gli autobus del luogo, ti senti addosso gli sguardi diffidenti, supponenti ed indagatori dei gruppi di uomini seduti nei bar, intenti a bere birra e a guardare una partita di calcio. Anche se è quasi notte i bambini se ne stanno in strada a giocare con una bottiglia di plastica, scalzi ed in calzoncini corti, alcune donne sono pigramente appoggiate all’angolo della via, mentre da una casa vicina la TV sta trasmettendo l’ennesima telenovella della giornata. Gente che arriva, gente che va. Sembrano inghiottiti da quei vicoli bui e maleodoranti, che portano ad altrettanti vicoli fino a salire in cima alla favela, dove si vede il tramonto più bello di Rio e il Cristo di Corcovado sembra vegliare su questa fiumana di gente. Qui vive l’anarchia più totale, ognuno fa esattamente ciò che vuole. Vedo uomini fare i bisogni per strada, carrelli del supermercato abbandonati in uno spiazzo, uomini con la parrucca e donne con minigonne inguinali. Le donne che a quarant’anni sono sfatte, per aver sfornato troppi figli e per lo stile di vita. Molte fanno i lavori più umili giù a Rio, come le inservienti negli ospedali o negli hotel per circa 100 euro al mese, 300 reais. Altre si occupano di trasportare la coca dall’aeroporto e poi la preparano per i mariti che vanno a spacciare. Però anche qui ci sono regole da rispettare: non si può rubare all’interno della favela, né nelle case, né nei negozi. Vietato molestare la donna d’altri, stuprare, chi non rispetta muore ammazzato. E per i figli un percorso già tracciato dal quale è difficile uscirne, se non impossibile. E si impara a scalare le strade invase dai rifiuti, dentro al fetore, dove i gatti fuggono davanti ai topi.
Siamo stati circa un mese insieme, Beatriz ed io; ma tu spesso fuggivi per tornare a casa o magari, avevi da fare qualche marchetta con qualcuno più facoltoso di me, o semplicemente per arrotondare. E poi tornavi all’improvviso, senza avvertire e non facevi troppe storie se al mio fianco dormiva un’altra, ti limitavi a buttarla fuori di casa lanciandole gli indumenti, che nel risveglio sovversivo non era riuscita ad indossare. Senza parole infilavi la tua pelle mulatta sotto la doccia e per prima cosa ti lavavi la fichetta ed il culetto, come a dire “non hai appena scopato solo tu”. Con nonchalance ti impossessavi del mio corpo, fino a cadere in un profondo sonno, mantenendo per molte ore il cuscino sopra la testa, chiudendo fuori dalla tua vita la sofferenza, come uno struzzo che mette la testa sotto la sabbia, ignorando la realtà, tenendo lontane le richieste dell’esistenza. Ti dovevo svegliare con una pacca sul sedere per destarti, perché fingevi di non sentire la mia voce di buongiorno. Prima di schiaffeggiartelo però, il tuo culo a forma di A, dai fianchi stretti, lo riempivo di piccoli morsi. Poi fra uno sbadiglio e l’altro cominciavi ad accarezzarmi il cazzo, perché appena risorta lo volevi subito dentro alla tua burger-p***y, fichetta dove le grandi labbra assumono l’accomodante forma del pane, mentre le piccole labbra sbucano timidamente, ricordando due gustose fettine di pancetta. E mi stimolavi i 5 sensi. La tua posizione preferita è quella dell’Amazzone. Tu stai sopra in ginocchio, con le gambe piegate, con il busto eretto o in avanti. Una delle più amate dalle donne, la penetrazione è efficace nello stimolare il punto G, permette di controllare a proprio piacimento i movimenti, di condurre l’amplesso secondo il proprio ritmo, inoltre permette a lui o a lei di stimolare il clitoride e i capezzoli. E muovevi il bacino avanti e indietro per goderti ancora di più il paradiso e andavi un po’ indietro con la schiena. A volte ti adoperavi in movimenti circolari, sfregandoti con il corpo su di me per masturbarti maggiormente il clitoride, oppure ti muovevi a forma di otto, toccavamo l’infinito insieme. E quando ballavi la samba su di me, con quei colpetti secchi e decisi del culetto. Sei una dea che cavalca il piacere e hai un perfetto controllo sul tuo corpo. Amavi essere l’Amazzone per giocare e stare sulla soglia dell’orgasmo, rendendolo ancora più forte. Ottima cuoca, sapevi prendermi per la gola ed io avevo sempre la salsa appropriata, pronta per te.