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Sbatté di proposito addosso all’uomo. Appena lo sconosciuto si fermò, cessò pure quel rumore di scarpe maschili.
Si trattava di un signore robusto e dall’aspetto gioviale, vestito con un completo grigio e la cravatta azzurra. Reggeva una ventiquattrore. Doveva essere un avvocato uscito dal carcere minorile.
«Mi scusi» disse bonariamente l’uomo, anche se non avrebbe potuto fare nulla per evitare quella tempesta che si era ritrovato addosso.
«Di nulla», balbettò Federica un po’ stordita. Per pudore girò la testa verso le donne. La fissavano ancora, il loro sguardo sembrava di disapprovazione.
«Tutto bene signorina?», domandò l’uomo.
Si notava tanto la sua agitazione?
Federica si allontanò senza rispondere. Grazie al Cielo il tizio non l’aveva riconosciuta: era fermo però, e la stava guardando con la tolleranza riservata ai poveri di spirito.
Continuò a provare vergogna e a osservare con scatti nervosi la strada attorno a sé.
Schifose lettere. Le avevano causato un’ansia incontrollabile. E schifosa la sua paura, la sua suggestionabilità, il suo scorgere fantasmi dappertutto.
Si disprezzava quando stava così male.
Ma perché, poi? Fino a quel momento non le era accaduto niente. L’angoscia era stata solo una cortina mefitica che l’aveva avvolta e intossicata, sconvolgendole la ragione. Nulla di più.
Una specie di ansia che anticipava… qualcosa che non accadeva.
Aveva messo in atto mille strategie per scoprire gli ipotetici sconosciuti che la seguivano. La minacciavano, tramavano alle sue spalle.
Non esistevano.
Ti osservo bambolina, sono SEMPRE con te. Era stata quella frase (scritta in quel modo), nella seconda lettera (la seconda di undici!), a incendiarle la ragione.
Sono nei guai, pensò. Ci si era messa da sola e da sola doveva uscirne.
Respirò a lungo, con lentezza.
A volte funzionava.
Va tutto bene Fede, va tutto bene.
Non andava bene niente, invece.
Arrivò all’edificio, lungo solo pochi metri, che rimaneva come schiacciato tra il civico precedente e quello successivo. Non era un vero e proprio palazzo, somigliava piuttosto a una sottiletta gialla in mezzo a due condomìni rosso bolognese.
Tre soli campanelli: un appartamento per piano. E una scala altrettanto strizzata che sembrava un tornante di montagna. I facchini impazzivano quando dovevano consegnare un mobile.
Il portone era marrone con un pomo dorato che rifletteva una Federica distorta e al contrario. Esattamente come si sentiva lei.
Sul muro c’era ancora la vecchia targa d’ottone: “dottoressa Elisa Tonelli, psichiatra, psicoterapeuta. Specialista in malattie nervose”.
Suonava arcaica e grottesca quella dicitura: malattie nervose (e le ricordava barbari tavoloni, cinghie ed elettroshock). Come se le patologie mentali si generassero dai nervi.
Federica si guardò intorno per un’ultima volta. La razionalità stava tornando e si sentì stupida per il modo in cui si era appena comportata. Era tesa e l’immaginazione continuava a giocarle strani scherzi.
Non doveva pensare a cose brutte. Era lì, in quel posto che era stato vitale in passato, e che sarebbe stato altrettanto importante nel suo futuro. Anche se non aveva idea con quanto orrore.
Adesso poteva permettersi uno studio in centro, e per di più in un luogo così evocativo. Il Peratello.
Arrivava ottobre, e come sempre le avrebbe portato idee e felicità.
Estrasse le chiavi dalla borsetta e aprì il portone.