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427 Words
7 Chiuse gli occhi e annusò l’odore del piccolo atrio, sapeva di detersivo e torta di mele. Era rimasto immutato negli anni. Nonostante tutto, che bello stare lì! Salì le scale. Ogni passo era un incantesimo che spalancava con una ventata i coperchi di vecchi bauli. Sotto la polvere, brillavano ricordi emozionanti. Quello era il luogo al mondo nel quale si sentiva più al sicuro. Perfino l’ammiratore, lì dentro, era opaco e lontano, e sparì in fretta. Tornò la nostalgia. Primo piano. Undici anni prima ci abitava l’architetto Orsini. Il vecchio zio Remo, lo chiamava affettuosamente così, anche se loro due non erano parenti. Zio Remo era vedovo e senza figli. Roversi-Nuti c’era scritto adesso sul campanello. Con la memoria, Federica era in grado di fare un buco nella porta e guardare dentro l’appartamento. Ricordava l’odore del tabacco al mentolo e della cera per pavimenti. Il coloratissimo e bizzarro arredamento di plastica, anni settanta. Sembrava di stare dentro a un’astronave. E i libri fotografici di mostre d’arte moderna sul tavolino del salotto. Quanto l’avevano intrigata! Era stato in quel luogo che Federica era entrata in contatto con la body-art di Gina Pane. Un corpo crudo, sofferente per i tagli e le bruciature, in disfacimento simbolico ricoperto dai vermi. Sangue e dolore quali rappresentazione artistica. L’attraeva e la spaventava allo stesso tempo, come il sesso. La porta si aprì. Sulla soglia comparve una donna pallida, dagli splendidi occhi azzurri. Filiforme, alta almeno un metro e settantacinque. A Federica ricordò uno di quei germogli quasi trasparenti che spuntano dal terreno. Non poteva avere più di venticinque anni, eppure il suo sguardo e il suo portamento erano maturi, come se avesse vissuto centinaia di stagioni. Capelli castani, raccolti; tailleur panna sotto il ginocchio e scarpe inglesi maschili. La borsetta nera di pelle lucida infilata al braccio, il sacco della spazzatura nell’altra mano. Entrambe sobbalzarono. «Desidera?», domandò la donna, indagando al contempo dentro casa con lo sguardo, come se fosse alla ricerca di un sostegno. Accanto a lei comparve un uomo che superava abbondantemente la quarantina, pure lui quasi un gigante. Moro, dai capelli mossi come serpi. Vestiva jeans sbiaditi e una lunga camicia bianca di lino. Al collo – si era appena rasato, aveva una crosticina – quattro o cinque collane etniche, alcune molto lunghe e vistose. Aveva gli incisivi accavallati, che gli disegnavano sotto le labbra un muso un po’ troppo stretto. Il suo sguardo, fisso e scuro, non era per niente rassicurante. Trasmetteva una bramosia esplicita che Federica trovò fastidiosa a pelle. E poi, era convinta di averlo già visto quel tizio. E di avere già provato, nei suoi confronti, quella stessa sensazione di ripugnanza.
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