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853 Words
3Il commissario Federico, arrivato sul posto, scruta la villetta dal marciapiede. Le mani affondate nelle tasche del giubbotto e il bavero alzato. Fa un freddo terribile e proprio non aveva voglia di uscire a quest’ora. Guarda l’ispettore La Porta inginocchiato a terra di fronte al cancello dell’ingresso. Lo vede discutere con l’assistente Vecchi e con i ragazzi della volante. Hanno ucciso il cane, pensa, forse è suo il sangue delle impronte. Lo hanno sicuramente trascinato sotto il cespuglio per occultarlo alla vista. Quindi saranno entrati veramente? Si volta verso il carabiniere in pensione. Si rivolge a lui dandogli del tu, forse per metterlo a suo agio, per riconoscere e condividere quel ruolo di appartenenza, cameratismo, solidarietà. Per renderlo parte della storia, non solo un semplice testimone oculare. «Come ti chiami?» chiede. «Nicola, Nicola Carratello. Ero un maresciallo dei carabinieri, per anni ho lavorato al ROS2 qui a Torino.» «Che idea ti sei fatto?» «L’ho già detto all’agente prima. Li ho visti uscire con una sorta di piglio militare. In coda indiana, tutti vestiti di scuro, con delle tute da lavoro tipo quelli dell’Enel, degli zaini in spalla, a mio avviso pesanti, e persino un trolley. Sono saliti su di un furgone scuro che era posteggiato più in là. Forse un Bedford ma non ci giurerei. Era già buio.» «E poi?» «E poi se ne sono andati ma nella direzione opposta, non sono passati qui sotto, altrimenti almeno la targa forse sarei riuscito a prenderla. Ma, sai, è stato tutto piuttosto veloce. Il tempo di insospettirmi e già avevano attraversato la strada.» Federico lo osserva. Poi continua. «Grassi, magri, alti, bassi…» «Su questo non so proprio cosa dirti. Normali direi, però è un dettaglio che non riesco purtroppo a fornirti.» «Chi abita nella villetta? Li conosci?» «No, non li conosco. Una famiglia comunque, penso gente per bene. Cinesi, hanno un paio di figli, due ragazzini giovani, non saprei dirti, dieci anni, forse qualcosa di più. Mai avuto modo di parlare con loro però. Mi spiace.» Federico nota con lo guardo arrivare la scientifica. «Ci avete messo un pochino…» dice al collega mentre questo scende dall’auto. «Lascia perdere, c’è appena stato un attentato dinamitardo in Val di Susa, in un cantiere. Metà di noi è andata là. In ufficio non c’è più nessuno.» Federico rimane immobile mentre racconta al collega le poche cose che è riuscito a sapere. «Intanto, per cortesia, hai un kit veloce per identificare tracce ematiche? Così almeno ci leviamo il dubbio.» «Certo che sì.» Tutti si avvicinano alle flebili tracce sul marciapiede. Il collega apre una valigetta, estrae un tampone e poi lo strofina leggermente su quel che resta dell’impronta. Apre una boccetta di reagente, mentre La Porta osserva con una smorfia dipinta sul volto. Pochi secondi, veramente, e il verdetto è sangue. Federico prende il cellulare e chiama il capo della squadra mobile, il dottor Meucci. «Dimmi tutto…» risponde lui. «Stallo. Sangue sul marciapiede e ovviamente nel resto delle impronte sul vialetto. Però tutto è chiuso, che dobbiamo fare? Sappiamo nulla dei proprietari?» «Sì, Guiotto se ne sta occupando in questo momento. Lì risiede una famiglia di cinesi, Wu Tian di anni quarantotto e sua moglie Gao Bi, di anni quarantadue. Entrambi gestiscono un ristorantino in via Verolengo angolo via Giosuè Borsi, nella zona di Lucento. Hanno due figli, Cui e Hua, rispettivamente di anni undici e nove.» «Non riusciamo a rintracciarli? Numeri di telefono?» «Fede, ci sentiamo tra poco, rimani lì. Ci stiamo lavorando ti ho detto» e chiude. Meucci dà un’occhiata a Guiotto. È al telefono, mentre l’assistente Orrù, al computer, cerca ulteriori notizie. «Che dici?» gli chiede Meucci. Orrù alza lo sguardo. «Hanno un allarme con combinatore telefonico. Non è scattato però. Ad ogni buon fine hanno lasciato quattro recapiti da chiamare in caso di attivazione. Due sono i cellulari dei residenti, marito e moglie, poi abbiamo altri due nominativi che corrispondono a parenti. Una deve essere la sorella perché ha lo stesso cognome, si chiama Fang, e poi un quarto, non so, un parente, amico, o il marito stesso della Fang, tale An.» «Chiama, dai!» Orrù non perde tempo. Inizia con il numero della sorella. Risponde qualcuno. Orrù inizia a parlare, chiedere, cercare di capire. Meucci lo guarda con attenzione, poi si alza dalla scrivania e si avvicina a lui. «Va bene, ma lei, signora Fang, ha per caso un mazzo di chiavi?» chiede ora Orrù. Evidentemente la risposta è positiva perché lui la invita a portarsi in via Servais 138 appena possibile. «Quindi?» chiede Meucci. «Lei asserisce che a quest’ora dovrebbero essere tutti a casa. Anche perché siamo in piena zona arancione, non è che si può fare quel che si vuole.» «Ma il ristorante era aperto oggi?» «No, la sorella ha detto di no. Riaprirà dopo tutto questo casino dei colori, dopo la befana presumibilmente. Posto che il Covid 19 non aumenti di intensità.» «Ok, avvisa Federico allora.» Meucci guarda l’ora, le sette e un quarto. Non c’è dubbio alcuno che questo 2020 sia stato un anno di merda, pensa avvicinandosi alla finestra. Speriamo che nessuno si sia fatto male, almeno questa volta.
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