4Guardo l’ora mentre cammino a passo spedito sotto i portici di via Cernaia. Le sette e un quarto, di già. Come corre il tempo, due commissioni veloci e via, il pomeriggio è già volato in un battibaleno.
Pensavo di riuscire a prendere un aperitivo fuori dal bar Stella con Meucci. Provo a chiamarlo.
«Riusciamo a fare un brindisi sul marciapiede almeno? Veloce…» chiedo.
«Mauri, lascia perdere, non è il momento, siamo veramente incasinati. Tanto comunque è da asporto, pertanto prendine un po’ e vieni sopra.»
«Un po’ quanti? Una decina? Chi c’è lì?» domando.
«Mauri, fai un po’ tu, dai, che tira una brutta aria. Vieni su che ti racconto.»
Tira una brutta aria? Che diavolo sarà successo, mi chiedo.
Imbocco corso Vinzaglio e raggiungo il Bar Stella. Con questa dannata pandemia sono messi piuttosto male. Aperti per miracolo e con servizio esclusivamente da asporto. Dalla porta d’ingresso chiedo di prepararmi una decina di aperitivi da portare alla squadra mobile. Ma la ragazza mi risponde che dieci sono forse un po’ troppi da portare. Scomodi quanto meno.
«Senta dottor Vivaldi, facciamo così, le do una bottiglia di Campari, una di Gin e una di Vodka. In un sacchetto le metto del ghiaccio e delle arance, i bicchieri di plastica, e poi ve la vedete voi, ok?»
Annuisco con il portafogli in mano. Prendo la busta e mi dirigo verso la Questura. Il piantone si ricorda di me e mi saluta, salgo al primo piano.
Seguo il lungo corridoio che porta nell’ufficio di Meucci e intanto saluto chi incrocio. C’è fermento, agitazione. Busso allo stipite della porta di Alessandro e lui, con la mano, mi fa il segno di entrare. Orrù e Guiotto mi salutano. Poi vedo entrare l’agente Morra.
«Che diavolo succede?» esclamo appoggiando la busta su di un tavolino.
«Lascia perdere Mauri, una giornataccia, tanto per cominciare un bell’attentato a Chiomonte…»
«TAV?»
«Già, in un cantiere, due morti per ora. Un’esplosione.»
Resto come paralizzato dalla notizia. Non è mai successo in passato, come mai proprio ora, mi chiedo.
«Poi una strana segnalazione» continua.
«Ha chiamato un ex collega dell’arma, pertanto affidabile. Beh, costui ha visto uscire degli uomini, a suo dire sospetti, da una villetta, che poi si sono dileguati a bordo di un furgone scuro. Apparentemente ladri.»
«E quindi?» chiedo.
«Innanzi tutto la dinamica, questi sono usciti in fila indiana con degli zaini carichi e pure un trolley, come se fossero militari, hanno lasciato tracce sul vialetto di casa, per ora inaccessibile, ma anche sul marciapiede. Bene, la scientifica ha già appurato che si tratta di sangue. Infine, l’equipaggio della volante cinque ha trovato il cane da guardia morto sotto un cespuglio nel giardino della villetta. Un pastore tedesco.»
«È del cane il sangue?»
«Non ne ho la più pallida idea. Federico è sul posto. Abbiamo rintracciato un parente che con un doppione delle chiavi di casa si sta portando sul posto. E speriamo che nessuno si sia fatto male.»
«Cazzo, che fine d’anno interessante» esclamo tirando fuori dalla busta le bottiglie.
Meucci mi guarda di sottecchi mentre mi aiuta con il ghiaccio. Lo vedo oltremodo teso. Gli chiedo se ci sia dell’altro ma lui risponde di no. Forse è questa storia dell’attentato la notizia più destabilizzante.
Intanto la Morra accende la televisione. La notizia sull’esplosione appare ovunque. I comitati No TAV escludono con forza e determinazione la loro responsabilità, i politici di turno si fiondano a gamba tesa sul fatto con dichiarazioni avventate e poco consone. Il solito giochetto di ruolo tra le parti. Passano in rassegna le fotografie dei due operai deceduti e le prime interviste alle autorità locali.
Orrù miscela gli aperitivi poi ci allunga i bicchieri. Noi restiamo impalati davanti allo schermo senza parole. Increduli e imbarazzati.
Siamo entrambi consci che un atto del genere può originare una serie incredibile di reazioni a catena da ambo le parti. Una guerra che proprio non ci voleva in questo periodo così disgraziato.
«Nessuna rivendicazione dunque» dico.
«Già, almeno per ora» risponde Meucci.
«Ma siamo sicuri che si tratti di un attentato?» chiedo perplesso.
«E cosa vuoi che sia? È esploso un ordigno. Dentro il cantiere per giunta, ben isolato da quegli scalmanati di antagonisti.»
Non la penso come lui ma non intendo entrare in polemica in un momento delicato come questo. Fatto sta che l’evento mi sembra veramente sopra le righe, inaccettabile per certi versi.
«Potrebbe anche trattarsi di un vecchio ricordo della grande guerra. Ogni tanto capita. Bombe di aerei» suggerisco.
Meucci si volta e muove il capo come a dissentire.
«Impossibile. C’era una casa prima, una baita o qualcosa del genere in quel punto. Così almeno mi hanno riferito.»
«Dove scusa, fammi capire.»
«Mi hanno detto che quel terreno è stato confiscato da poco. Si tratta di due ettari se non sbaglio. Bene c’erano delle baite, tre o quattro, all’interno, due abbandonate da tempo, altre due abitate. Sono state abbattute in questi giorni prima di scavare per gli altri lavori.»
Resto muto pensando a quei poveracci che hanno dovuto andarsene da casa propria. Magari ci avevano vissuto intere generazioni, vai a sapere.
Bevo il mio aperitivo e guardo nuovamente le notizie sullo schermo.
Il telecronista asserisce che un convoglio militare degli alpini è appena partito da Torino. Non un gesto distensivo, penso. Ma a mali estremi, estremi rimedi.
Così si dice, no?