5Quando arriva la signora Gao Fang, sorella di Bi, appare piuttosto preoccupata. Dice di aver chiamato entrambi i coniugi al cellulare ma senza esito, e di avere un brutto presentimento. Federico la accompagna insieme a La Porta e un collega della scientifica. Tutti stanno attenti a non calpestare le orme che sul vialetto sono rimaste ben definite. I colleghi della volante cinque si avvicinano invece al cane.
Federico chiede alla signora di stare dietro di lui. Le chiede il mazzo di chiavi e le inserisce lentamente nella toppa.
«C’è un sistema di antifurto. Conosce il codice?» chiede.
«Sì, appena entrati a sinistra troverete la centralina. Se il Led è verde è disattivato, se è rosso è allarmato. In tal caso il numero è dodici-dodici.»
Federico apre lentamente la porta, fa un mezzo passo in avanti osservando alla sua sinistra. Il Led è verde, come si aspettava. Cerca l’interruttore della luce con la mano sinistra ma nel contempo si accorge di aver calpestato qualcosa di liquido, appiccicoso.
Invita tutti a restare indietro, poi accende la luce.
Una scarica elettrica sembra avvolgerlo improvvisamente mentre con occhi increduli fissa la sua immagine riflessa in un lago di sangue. Trattiene a stento un conato di vomito, riesce solo a urlare di non far entrare la signora Fang.
«Non fatela entrare!» urla mentre il collega della scientifica, infilato il capo all’interno e capito al volo la situazione urla a tutti di stare fermi, di non muoversi. È necessario non inquinare la scena del delitto e, presa la signora Fang sottobraccio, cerca di portarla insieme al collega La Porta verso l’esterno affidandola agli agenti della volante.
«Chiamate subito un’ambulanza, urgente» esclama nervoso.
Gao Fang inizia a urlare e a dimenarsi, vuole entrare in quella maledetta casa, vuole sapere cosa sia successo a sua sorella, inizia a piangere. Poi chiama il marito al cellulare.
L’ispettore Fadda della scientifica, corso all’auto di servizio in strada, prende dei calzari e guanti in gomma per poi raggiungere Federico, rimasto immobile nell’ingresso di casa come una statua di cera. Gli consegna i calzari anche se ormai le sue scarpe sono impregnate di sangue. Anche l’assistente Riva entra nell’abitazione con loro. Federico gli fa cenno di stare all’erta, non si può mai sapere. Vengono accese tutte le luci dell’abitazione. Il silenzio è interrotto dalle urla strazianti che provengono dall’esterno.
Poco distante un uomo, legato a una sedia, orrendamente mutilato e visibilmente dissanguato, esanime con il capo inclinato.
A distanza di pochi metri, stessa sorte per la moglie.
Il sangue a terra è impressionante.
Federico chiama Meucci al telefono mentre si avvicina in cucina. Qui trova entrambi i ragazzi accasciati a terra, in una posa disarmonica. Un foro di proiettile al capo, gli occhi aperti, l’espressione terrorizzata.
«Dimmi…» risponde Meucci.
«Ale, forse è meglio se vieni qui. Una vera e propria strage. Per ora contiamo quattro cadaveri, tutta la famiglia. Più il cane.»
«Stai scherzando Fede?»
«Magari, magari. Dai, vieni subito. Ti aspettiamo.»
Intanto l’assistente Riva, ispezionato il resto dell’abitazione fa cenno a Federico che è tutto a posto. Vecchi lo segue come un’ombra.
Ora tocca scendere la scala interna.
Federico scende con l’arma in pugno. Poi improvvisamente si ferma. Riva e Vecchi, dietro di lui, mostrano tutto il loro stupore in una smorfia dell’assurdo.
«Ma che cazzo…» sfugge a Federico mentre si guarda attorno.
Nel locale attiguo un foro decisamente grande nella parete sul fondo. Calcinacci a terra.
Si avvicina. Chiede al collega Riva di illuminare con la torcia.
«Hanno sfondato il muro… una cassaforte?» dice incredulo.
Un foro di almeno un metro di diametro, un’intercapedine e poi una stanza segreta, piccola, stretta e lunga, due metri circa per cinque. All’interno degli scaffali metallici a muro completamente vuoti.
«Ma che cazzo…» ripete ancora Federico guardando Riva rimasto imbambolato al suo fianco con la torcia in mano. Ma l’ispezione procede.
Aprono ora una porta che conduce a un locale lavanderia, una cantina e l’ingresso verso il garage.
Qui sotto tutto in ordine, con due auto regolarmente parcheggiate all’interno.
Federico riprende il telefono e chiama la centrale. Chiede di mandargli il magistrato di turno ma gli rispondono che dovrà aspettare perché è attualmente impegnato in Val di Susa per via dell’attentato. Lui risponde di non aver fretta. Sarà una lunga notte.
Osserva le sue scarpe che hanno sporcato di sangue l’interno dei calzari di plastica azzurri. Fa una smorfia di disgusto poi risale, seguito sempre da Riva che, pallido come un cencio, è rimasto come incollato a lui.
Un’occhiata a Fadda e all’altro collega della scientifica che nel frattempo hanno indossato le tute bianche e iniziato i rilievi e poi fuori, a respirare l’aria fredda della sera.
Un’altra pattuglia è arrivata. I lampeggianti azzurri schiaffeggiano ritmicamente le pareti delle case e dei curiosi che si sono radunati fuori. La signora Fang è stata fatta salire sulla volante. Il collega le ha detto quanto umanamente possibile, piange disperata. Un’ambulanza arriva anch’essa con i lampeggianti accesi.
C’è anche il medico legale a bordo. Bene. Federico gli indica il vialetto senza parlare. Ha il magone e una strana voglia di piangere. Pensa infatti a quelle due povere creature innocenti, poco più di bambini. Pensa ai loro sguardi increduli e terrorizzati. Perché è successo tutto questo? E poi chi erano quegli uomini vestiti di scuro? Con il braccio invita l’ex carabiniere a entrare nel giardino. Lui si avvicina quasi imbarazzato. Gli dice che sono tutti morti. Che dovrà verbalizzare le sue dichiarazioni. Di pensarci bene, ogni piccolo dettaglio potrebbe essere utile. Anche il più banale.
«Perché…» chiede Nicola Carratello, con la voce tremante.
«Perché hanno ammazzato anche i bambini…» ripete più volte.
Federico lo guarda e allarga le mani. Non lo sa. Non riesce nemmeno a immaginarselo. Sa solo che in giro circola un sacco di gente schifosa, feccia umana. E che troppo spesso riesce a farla franca anche di fronte alla giustizia. Già… ma questo è un altro discorso.
Quando vede arrivare Meucci insieme a Vivaldi e a Orrù si avvicina a loro. È provato e quasi non riesce a parlare. Chiama un collega e si fa allungare calzari e guanti, li consegna a tutti.
«Sono dentro. Nessuna fretta. Anche il magistrato tarderà. Abbiamo tutto il tempo del mondo.»