Capitolo 6: La chiamata che uccide

995 Words
ELLA --- La pioggia batte contro il vetro della mia stanza. Gocce spesse, pesanti, che scivolano come lacrime sul freddo della finestra. Sono seduta sul bordo di questo letto che non è mio, in questa stanza che assomiglia a una prigione dorata, e guardo il mio telefono da dieci minuti. Mio padre. Dovrei chiamarlo. Dirgli cosa sta succedendo qui. Dirgli che Damian mi guarda come un predatore guarda la sua preda. Dirgli che Alexei ha crisi di rabbia in cui potrebbe uccidermi senza rendersene conto. Dirgli che ho paura. Ma ho anche voglia che mi chieda come sto. Che mi dimostri di essere mio padre, non solo l'uomo che ha firmato le carte per mandarmi dagli Alexei. Compono il numero. Il mio cuore batte troppo forte. Uno, due squilli. — Pronto? La sua voce è frettolosa, distante, come se fosse già altrove. — Papà? Sono io, Ella. Un silenzio. Un silenzio piccolissimo, ma lo sento. Quel silenzio che dice che sperava fosse qualcun altro. — Ella. Stai bene? — No, non proprio. È... è complicato qui. Damian, il fratello di Alexei, è... — Ascolta, tesoro, sono in riunione. Possiamo parlare più tardi? Più tardi. Dice sempre più tardi. Da quando la mamma è morta, più tardi è diventata la sua parola preferita. Più tardi parleremo della tua eredità. Più tardi sistemeremo le cose. Più tardi ci sarò. — Papà, per favore. Ho bisogno di... — Ella, davvero, io... Un rumore di stoffa. La voce della mia matrigna in sottofondo, acuta, tagliente. Poi un clic. Il ricevitore cambia mano. — Ella? Sono Sylvie. Sylvie. Non è nemmeno la mia matrigna, nel mio cuore. È la donna che ha rubato il posto di mia madre, che ha rubato la sua stanza, che ha rubato la sua vita. E che, ora, mi ruba mio padre. — Sylvie. Posso parlare con mio padre, per favore? — Tuo padre è occupato. E francamente, Ella, credi che non abbiamo altro da fare? I tuoi capricci da principessa? La mia voce trema un po'. Solo un po'. — Non sono capricci. Sono sola qui, e... — Sola? ride lei. In un maniero con domestici, pasti preparati, una camera più grande del nostro salotto? Smettila un po'. Sei sempre stata un'ingrata. Stringo il telefono così forte che le mie nocche sbiancano. — Non sono ingrata. Vi avevo chiesto di non mandarmi qui. Volevo finire gli studi, diventare medico, e voi... — I tuoi studi? ride, una risata cattiva, spezzata. I tuoi studi di medicina, Ella? Con quali soldi? Tuo padre ha debiti, figurati. E tu costi cara. Molto cara. Le parole affondano come schegge di vetro. — Non vi costavo nulla. Avevo una borsa di studio, lavoravo la sera... — Vivevi sotto il nostro tetto. Mangiavi il nostro cibo. Usavi la nostra elettricità. Quindi non fare la principessa, Ella. La sua voce si fa più bassa, più velenosa. — Nessuno ti vuole neanche lì, sai? Credi che gli Alexei ti abbiano scelta per caso? Sei un accordo finanziario, un pezzo di carta. Niente di più. Quindi smettila di lamentarti e sopporta. La mia gola si serra. Le lacrime salgono, ma le rifiuto. Non piangerò davanti a lei. — Voglio parlare con mio padre. — Tuo padre è stanco. Tuo padre ne ha abbastanza delle tue storie. Tuo padre... fa una pausa pesante di sottintesi... tuo padre mi ha confidato che gli ricordi tua madre. E sai una cosa? Gli fa male. Quindi lascialo in pace, Ella. Per una volta, pensa a qualcun altro oltre a te stessa. Il clic. Ha riattaccato. Rimango lì, il telefono incollato all'orecchio, ad ascoltare il vuoto del segnale. Le lacrime che avevo trattenuto si fanno strada, brucianti, inutili. Le asciugo con un gesto rabbioso del dorso della mano. Nessuno mi vuole. È quello che ha detto. È quello che pensa. Forse è la verità. Guardo fuori dalla finestra. La pioggia cade ancora, inzuppando il giardino, annegando gli ultimi colori dell'autunno. Sono sola. Completamente sola. E da qualche parte, in un'ala condannata del maniero, ho creduto di sentire dei pianti. O forse era solo il mio cuore che sanguinava. --- Capitolo 7: Il cappotto rosso ELLA --- Flashback. Liceo. Ho quindici anni. --- Piove. Una pioggia glaciale di novembre che trapassa i vestiti, che gela fino alle ossa. Esco dal liceo, la borsa a tracolla, di fretta di tornare a casa. Mia madre mi aspetta. Mia madre che è ancora viva, in quell'epoca, che cucina, che ride, che c'è. Alzo il collo del mio cappotto. È rosso. Un regalo suo per i miei quindici anni. Sei la mia piccola principessa rossa, mi ha detto regalandolo. Quella che si vede da lontano, quella che brilla. Sotto la tettoia del liceo, c'è un gruppo di studenti. Ridono, gridano, si spintonano. E in mezzo a loro, c'è un ragazzo. Lo conosco di vista. Luca. È in classe con me, ma non ci parliamo mai. È sempre solo, sempre silenzioso, sempre nel suo angolo. Gli altri lo prendono in giro perché i suoi vestiti sono logori, perché mangia da solo alla mensa, perché non ha amici. Oggi, vanno oltre. — Allora, poveraccio, non hai il cappotto? grida uno di loro. — Trema, guardatelo! Sembra un cane bagnato! — Vai a piangere da tua madre, ah no, non ce l'hai! Le risate esplodono, cattive, crudeli. Luca non risponde. È appoggiato al muro, le braccia incrociate, il mento alto. Ma vedo le sue spalle tremare. Vedo le sue dita, blu per il freddo, aggrapparsi alle maniche troppo corte. Vedo i suoi occhi. Occhi di cane bastonato. Occhi che hanno già visto troppe ombre, troppe notti senza calore, troppi giorni senza speranza. Gli altri alla fine se ne vanno, stanchi del loro gioco. Luca resta lì, immobile, sotto la pioggia che raddoppia di violenza. Non si muove. Come se aspettasse che la pioggia lo porti via. Dovrei fare finta di niente. Non è un mio problema. Non lo conosco. Non mi ha mai rivolto la parola.
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