Capitolo 7 : La chiamata che uccide

970 Words
Ma c'è qualcosa. Qualcosa nei suoi occhi. Una dignità silenziosa, un orgoglio che rifiuta di spegnersi. E io riconosco quella cosa. Riconosco quella solitudine che non ha scelto di essere sola. Mi avvicino. I miei passi riecheggiano sul selciato bagnato. Lui alza la testa, diffidente, come un animale pronto a fuggire. — Ti prenderai un raffreddore, dico. Lui non risponde. Mi guarda, e basta, mi guarda con quegli occhi immensi che sembrano aver ingoiato tutta la tristezza del mondo. Mi sfilo il cappotto. Quello rosso, quello di mia madre. Glielo porgo. Lui guarda il cappotto, poi me, poi il cappotto ancora. — Perché? La sua voce è rauca, troppo grave per la sua età. — Perché hai freddo, rispondo semplicemente. Lui scuote la testa. — Non posso accettare. È troppo... — Prendilo. Gli infilo il cappotto nelle mani. È così leggero, così fragile. Le sue dita sfiorano le mie, e sento il ghiaccio della sua pelle. — Ma tu, così... — Abito a due strade da qui. Corro. Ci metterò cinque minuti. Lui tiene il cappotto come se tenesse un tesoro. I suoi occhi si velano. Di pioggia, o di lacrime, non so. — Te lo restituirò, mormora. Un giorno. Te lo prometto. Alzo le spalle, già mentre mi allontano. — Tienilo. Ne ho altri. Corro sotto la pioggia. Il freddo morde la mia pelle, attraversa il mio maglione, ma dentro di me c'è un calore strano. Quello di aver fatto qualcosa di buono. Di molto buono, forse. Non mi giro. Non vedo Luca stringere il cappotto contro di sé, affondare il viso nella lana rossa, piangere in silenzio sotto la pioggia. Non so ancora che quel ragazzo diventerà l'uomo che mi salverà. Non so ancora che quel cappotto, lui lo conserverà per tutta la vita. Non so ancora che quella promessa, lui la manterrà. Per ora, corro sotto la pioggia, e sono solo una ragazza di quindici anni che ha fatto una buona azione. ELLA Il giorno dopo la chiamata a mio padre, Damian bussa alla mia porta. — Ella? Ci sei? Posso entrare? La sua voce è dolce, troppo dolce. Ripenso alla scena della notte scorsa, al suo viso chiuso nello stipite della porta, all'avvertimento gelato della colazione. Non ti avvicinare più a mio fratello di notte. Potresti pentirtene. Apro la porta. Lui è lì, sorridente, elegante nel suo abito grigio. Come se nulla fosse successo. — Pensavo che forse ti piacerebbe visitare il maniero. Un vero giro, non solo le stanze principali. Ci sono posti magnifici. Diffidenza. Tutta la mia pelle grida diffidenza. Ma rifiutare significa mostrare la mia paura. E non voglio che sappia che ho paura. — D'accordo. Il suo sorriso si allarga. Un sorriso da predatore soddisfatto. La visita inizia. Mi mostra la sala da ballo, immensa, con i suoi lampadari di cristallo e gli specchi polverosi. — È qui che si davano le feste, una volta. I miei genitori adoravano ricevere. Centinaia di invitati, musica, champagne... Ti sarebbe piaciuto. La sua voce è nostalgica, quasi umana. Lo guardo mentre costeggia i muri, sfiora le tappezzerie sbiadite. C'è una tristezza in lui, forse. O forse è ancora una maschera. — Cos'è successo? chiedo, nonostante me stessa. Lui si gira, lentamente. — La vita. L'incidente di mio fratello. I debiti. La malattia di mia madre. Tutto è crollato. Si avvicina. Troppo vicino. — E poi tu sei arrivata. Come una luce in tutto questo buio. Indietreggio di un passo, urtando una sedia. — Non sono una luce. Sono solo... — Solo? ride piano. Sei tutto, Ella. Non ti rendi conto di ciò che emani. Mi tende la mano. — Vieni. Voglio mostrarti la biblioteca. Non prendo la sua mano. Lo seguo, a distanza. La biblioteca è mozzafiato. Pareti intere di libri, dal pavimento al soffitto, scaffali che sembrano toccare il cielo. Un odore di carta vecchia, di cuoio, di storia. — Impressionante, mormoro. Damian si avvicina a uno scaffale, tira fuori un libro antico, rilegato in cuoio rosso. — Questo è una raccolta di poesie del Settecento. Rilegatura d'epoca. Vale una fortuna. Me lo porge. Le nostre dita si toccano. Le sue restano lì, un secondo di troppo, due secondi di troppo. Sento il calore della sua pelle, e qualcosa di vischioso, d'inquietante. Ritiro la mano bruscamente. Il libro sta per cadere. — Attenta, fa lui con un sorriso. È fragile. Mi guarda, e nei suoi occhi c'è un bagliore che comincio a riconoscere. Quello del cacciatore che ha trovato la sua preda. — Ti piace leggere, Ella? — Sì. — Allora questa biblioteca è tua. Vieni quando vuoi. Di notte, di giorno, non importa. I libri sono buoni amici. Si avvicina ancora. Indietreggio contro uno scaffale. — Anche io sono un buon amico, Ella. Vedrai. La sua mano si alza, sfiora una ciocca dei miei capelli. Mi blocco. Il mio cuore batte così forte che deve sentirlo. — Damian... — Shh. Non ti mangerò mica. Il suo dito scivola lungo la mia guancia. È dolce, troppo dolce. È uno stupro silenzioso, una carezza che non ho chiesto. — Sei bella, Ella. Lo sai? Trovo la forza di muovermi. Passo sotto il suo braccio, mi allontano di qualche passo. — Io... devo andare. Grazie per la visita. Lui non si muove. Mi guarda fuggire, e sulle sue labbra, quel sorriso. Quel sorriso che dice ho tempo. Nel corridoio, quasi corro. Sento il suo sguardo sulla schiena, anche dopo aver girato l'angolo. Sento le sue dita sulla mia guancia, quel bruciore freddo. Nella mia stanza, chiudo la porta a chiave. Mi siedo per terra, la schiena contro il legno, e cerco di respirare. Mi ha toccata. Mi ha toccata senza il mio consenso. E ha sorriso. Per la prima volta da quando sono arrivata, capisco davvero. Non è Alexei il pericolo. È lui. È Damian. ---
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