Capitolo 2: «L'imbarazzo dei vivi»
Punto di vista: Ethan Morel
L'alcol non bastava mai per annegare un fantasma.
Ethan Morel stringeva il suo bicchiere di whisky come ci si aggrappa a una scialuppa di salvataggio. Intorno a lui, la sala delle feste ronzava di quelle conversazioni ipocrite che la gente inventa per non parlare del vuoto. «Era così giovane.» «La malattia è una schifezza.» «Almeno, non soffre più.»
Non soffre più.
Ethan aveva voglia di urlare ogni volta che sentiva quella frase. Certo che soffriva ancora. Clara soffriva in ogni piatto che lui lasciava vuoto, in ogni piega del lenzuolo del loro letto che non rifaceva più, in quelle notti in cui il suo cuscino profumava ancora del suo shampoo nonostante avesse cambiato la federa decine di volte.
La sofferenza non scompare con i morti. Cambia solo corpo.
Bevve un sorso. Bruciore familiare. Confortante. Pericoloso.
«Dovresti rallentare», gli aveva mormorato Marc all'orecchio venti minuti prima.
Il suo migliore amico – psicologo per giunta – l'aveva scrutato con quella benevolenza professionale che Ethan detestava. Marc aveva ragione, come sempre. Ma Ethan non era lì per ascoltare la ragione. Era lì perché aveva promesso a Clara, sul suo letto d'ospedale, che «avrebbe continuato a vivere».
Continuare a vivere. Quattro parole che pesavano più della terra sulla sua bara.
Così veniva alle commemorazioni. Stringeva mani. Sorrideva alle vecchie zie di Clara. Faceva finta di essere un vedovo in lutto che «va avanti, piano ma sicuro». E poi tornava a casa, si chiudeva in bagno, e urlava in un asciugamano perché nessuno sentisse.
Nessuno vedeva quelle notti.
Nessuno, tranne forse lei.
Quello sguardo che disturba
Ethan non voleva cercarla con gli occhi.
Lo aveva promesso a se stesso varcando la soglia della sala. Ignorala. Non cercarla. Non esiste più.
Ma il suo sguardo aveva tradito la sua volontà.
Amélia Delcourt era in piedi vicino alla vetrata, la schiena rivolta alla folla, le mani incrociate davanti a lei come se pregasse un dio in cui non credeva più. Il suo vestito nero le arrivava appena sopra le ginocchia. Niente di ostentato. Niente di provocante. Eppure, sembrava irradiare una luce che solo lei possedeva.
«La stai ancora guardando», aveva sussurrato Marc, un sorriso in un angolo della bocca.
«Non la guardo», aveva risposto Ethan, troppo in fretta. «Constato la sua presenza. È diverso.»
Marc aveva alzato un sopracciglio, ma non aveva insistito. Conosceva il terreno minato.
Tutti lo conoscevano, del resto. In quella piccola città di Saint-Cloud, si sussurrava da anni. «Ethan Morel non sopporta Amélia Delcourt.» Era un fatto ammesso, una verità che nessuno metteva in discussione. Lo si era visto evitarla alle feste, cambiare marciapiede quando lei arrivava, interrompere bruscamente le conversazioni appena lei si avvicinava.
Alcuni raccontavano che avessero litigato poco prima della morte di Clara. Altri parlavano di una «rivalità tacita», come se due persone non potessero coesistere dopo aver perso la stessa donna.
Nessuno sapeva la verità.
Nessuno l'avrebbe mai saputa.
Perché la verità era che Ethan non aveva mai sopportato Amélia per la semplice ragione che lei gli faceva troppo effetto. E questo era inconfessabile. Impensabile. Soprattutto quando si portava ancora la fede di una donna che si era amata più della propria vita.
La prima crepa
Flashback libreria «Il tempo che ci vuole», cinque anni prima
Ethan non era innamorato di Clara, quel giorno.
Era innamorato dell'idea di essere innamorato.
Aveva vent'anni, notti in bianco a causa delle sue ripetizioni di legge, e una madre morta da troppo tempo perché osasse ancora piangere. Gironzolava in quella libreria per caso, come si gironzola in un luogo che non ricorda nulla, che non esige nulla.
Fu lì che vide Amélia per la prima volta.
Non Clara. Amélia.
Era seduta su una poltrona sgangherata, un libro in mano, le labbra che si muovevano silenziosamente come se leggesse ad alta voce per se stessa. La luce le cadeva sui capelli castani, trasformandoli in un alone. Rideva – da sola, davanti a una frase che aveva appena letto – e quella risata aveva attraversato la libreria come una nota di musica inaspettata.
Ethan era rimasto immobile tra due scaffali.
Chi è?
Non l'aveva affrontata. Certo che no. Non era quel tipo di ragazzo. Era quello che osserva, analizza, arretra. Era tornato a casa con l'immagine di Amélia impressa a fuoco, e aveva sperato di rincontrarla.
Il destino aveva un modo crudele di esaudire i desideri.
Due settimane dopo, durante una festa da amici comuni, Clara Rousseau gli aveva teso la mano con un sorriso solare.
«Tu sei Ethan, vero? Io sono Clara. E questa è la mia migliore amica, Amélia.»
Amélia.
La ragazza della libreria.
Ethan aveva sentito il cuore balzargli in petto – per poi gelarsi quando aveva visto Clara posare la mano sul braccio dell'amica, come per dire è mia, non la toccare. Non era possessività. Era istinto. E quell'istinto, Ethan lo aveva capito più tardi, veniva da qualcosa che Clara aveva intuito prima di chiunque altro.
Clara aveva capito che Amélia amava Ethan. E lo aveva amato anche lei, forse per portarglielo via. Forse per competizione. Forse semplicemente perché poteva.
Ethan non l'avrebbe mai saputo.
Ma ricordava cosa aveva provato vedendo le due donne fianco a fianco, quella sera: uno strappo. Una scelta impossibile. Clara, solare, evidente, sicura di sé. Amélia, discreta, silenziosa, gli occhi bassi.
Aveva scelto Clara.
Perché era più semplice. Perché Clara era venuta da lui. Perché Amélia non lo guardava nemmeno – almeno, così credeva.
Aveva passato gli anni successivi a convincersi di aver fatto la scelta giusta. Amava Clara. Davvero. Profondamente. Era divertente, luminosa, generosa. La loro storia era bella.
Ma a volte, nelle notti d'insonnia, mentre Clara dormiva accanto a lui, ripensava a quella ragazza sulla poltrona sgangherata, che rideva da sola, e si chiedeva e se.
E se.
La parola più pericolosa della lingua italiana.
L'impasse del lutto
Presente – la commemorazione
Il discorso era appena terminato.
Ethan non ne aveva ascoltato una parola. Aveva passato tutto quel tempo a fissare la schiena di Amélia, a osservare il modo in cui inclinava la testa quando qualcuno le parlava, a notare – suo malgrado – che aveva mantenuto la stessa abitudine: mordersi il labbro inferiore quando era nervosa.
Perché la conosceva così bene?
Perché aveva registrato tutti i suoi tic, tutte le sue manie, pur passando il tempo a evitarla?
Perché menti, gli soffiò una voce interiore. Non hai mai smesso di guardarla.
Vuotò il bicchiere in un sorso.
«Credo che me ne andrò», annunciò a Marc.
«Già? Sono appena le dieci.»
«Ne ho abbastanza.»
Marc gli posò una mano sulla spalla. La pressione era ferma, amichevole, carica di quella compassione silenziosa che solo i veri amici sanno offrire.
«Non hai scambiato una parola con lei.»
«Non le parlerò mai.»
«Perché?»
Ethan girò la testa verso la vetrata. Amélia non c'era più. Il vuoto che lasciava sembrava più rumoroso della sua presenza.
«Perché se le parlo, rispose lentamente, non potrò più fingere di detestarla.»
Non aspettò la reazione di Marc. Posò il bicchiere su un tavolo, infilò la giacca e si diresse verso l'uscita.
Ma non lasciò la sala.
Si ritrovò, senza sapere come, appoggiato al bar, a ordinare un secondo whisky – poi un terzo. Il suo sguardo spazzava la stanza senza una ragione apparente, o piuttosto con una ragione che si rifiutava di nominare.
Dov'è finita?
Non voleva vederla.
Ma non sopportava di non sapere dove fosse.
Fu in quel momento – mentre la sala si svuotava a poco a poco, le candele si consumavano sui tavoli, l'alcol offuscava i suoi pensieri – che sentì una presenza accanto a sé.
Un profumo. Vaniglia e cannella. Quello che aveva respirato centinaia di volte senza mai confessarlo.
«Non mi hai detto buonasera, Ethan.»
La voce di Amélia era dolce, quasi timida, ma lui vi percepiva una fermezza che non le conosceva.
Girò lentamente la testa.
Lei era lì, a due metri da lui, le mani nelle tasche del vestito, lo sguardo posato su di lui con un'intensità che lo bruciava.
«Non ti devo nulla», rispose lui, la voce più tagliente di quanto avrebbe voluto.
Amélia non abbassò gli occhi. Sostenne il suo sguardo, e per la prima volta dopo anni, Ethan vide qualcosa di diverso dalla rassegnazione nelle sue pupille.
Vide rabbia.
«Mi devi almeno il rispetto, Ethan. Clara era la mia migliore amica. Ho il diritto di essere qui.»
«Clara era mia moglie.»
«Lo so.»
«Allora perché sei qui, Amélia? Per rigirare il coltello nella piaga? Perché non hai sofferto abbastanza così?»
Il silenzio cadde tra loro come un colpo di mannaia.
Gli ultimi invitati guardavano discretamente, trattenendo il fiato. La città di Saint-Cloud avrebbe avuto una nuova storia da raccontare.
Ma Amélia non arretrò.
Fece un passo verso di lui – uno solo – e quando parlò, la sua voce tremava, ma non di paura. Di rabbia trattenuta.
«Sono qui perché le volevo bene, Ethan. Forse non come tu. Ma abbastanza da meritarmi di non essere trattata come un'estranea.»
Pivotò sui tacchi e si allontanò senza aspettare risposta.
Ethan rimase immobile.
Il suo bicchiere tremava nella mano.
Le voleva bene.
Certo che le voleva bene. Erano migliori amiche.
Ma perché quelle parole gli facevano così male?
Quella notte, Ethan tornò a casa ubriaco, disorientato e ossessionato da un unico pensiero.
Dovevo rivederla.
Non sapeva ancora che quell'ossessione l'avrebbe distrutto.
Non sapeva ancora che prima dell'alba, l'avrebbe ritrovata.
E che tutto sarebbe crollato.