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La Bottega degli Incanti

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Blurb

A pochi giorni da Natale, la piccola cittadina di Veneficio è in fermento: bancarelle, luci, colori, musica e allegria riempiono le strade… ma c’è un luogo nascosto e all’apparenza anonimo che non rientra nello sfondo natalizio. La Bottega degli Incanti è il negozio da cui tutto ha inizio per le protagoniste di questi tre racconti: Ambra è alla ricerca del proprio posto nel mondo, Giada ha sete di vendetta e Lucy ha un compito da portare a termine. Tre vite, tre destini, tre racconti che si intrecciano indissolubilmente.

Giulia Anna Galla, Eleonora Della Gatta e Ornella Calcagnile vi danno il benvenuto a Veneficio: godetevi il viaggio e buon Natale!

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1 – LA BOTTEGA DEGLI INCANTI
1 – LA BOTTEGA DEGLI INCANTI Il reparto pediatrico dell’ospedale Santa Chiara era in fer­mento. Indiscrezioni circa l’imminente arrivo di un certo anzia­no signore – grande, grosso, barbuto e vestito di rosso – erano tra­pelate nel corso della mattina e circolavano tra i piccoli de­genti ormai da mezza giornata, rendendoli euforici e impazien­ti. «Oh, Luna», sospirò Paola, rivolta a mia sorella. «Cosa potrei chiedergli?» La matrigna le accarezzò la testolina calva con un sorriso triste. «Non saprei», rispose, ma la direzione dei suoi pensieri era evidente: l’unico regalo che avrebbe voluto poter fare e ri­cevere era la guarigione della bambina. Un miracolo più che un semplice desiderio. La piccina si agitò nel pigiama giallo pastello decorato da immagini di nuvole e pecore dalle facce buffe. «Forse potrei convincere Babbo Natale a farmi trovare un cucciolo sotto l’albero.» Mi morsi il labbro inferiore per trattenere una risata mentre Luna scuoteva la testa alzando gli occhi al cielo. «Ne abbiamo già discusso, tesoro. Niente di simile finché non avrai compiuto almeno dieci anni.» Paola mise il broncio e tutti nella stanza fingemmo di ignora­re che probabilmente non sarebbe mai arrivata a compierne sei. «La mamma ha ragione», commentò la nuova infermiera. Maria, oppure Marta, non riuscivo a ricordare. Era giovane e mi sembrava un po’ troppo sensibile per lavorare a stretto con­tatto con il tipo di pazienti di cui si occupava, ma con la sua dolcezza aveva già conquistato il cuore di molti di loro e co­munque non la si poteva biasimare. Non era facile accet­tare l’idea che a quell’età, prima ancora di aver vissuto davvero, corressero già il rischio di morire, di non diventare mai grandi. Chiunque riuscisse ad affrontare la situazione senza problemi doveva essere un mostro. «Tutto regolare», borbottò tra sé e sé la donna, annotando alcuni valori sulla cartella clinica di mia nipote, poi alzò la voce e incrociò lo sguardo di Luna. «Una volta finito il mio giro di controlli tornerò a prenderla per accompagnarla in mensa con il suo gruppo. Oggi a pranzo serviranno un dessert da leccarsi i baffi e ho idea che subito dopo potremmo riceve­re un ospite molto speciale.» Paola squittì di gioia a quell’allusione. Gli occhi le brillava­no e non riusciva a stare ferma sul letto, perciò continuava ad attorcigliarsi addosso le lenzuola. Per fortuna non avrebbe dovuto sottoporsi alla chemioterapia prima di altre quarantotto ore e si sarebbe potuta godere appieno la festa, senza dover sopportare la nausea e lo sfinimento. «Insomma, a questo punto sono di troppo. Ti lascio ai tuoi impegni, pulcino», disse Luna, simulando una spensieratezza che non traspariva dallo sguardo. «Torni stasera?» domandò la bimba. Nell’ampia e sterile stanza d’ospedale, sembrava microscopica e paurosamente fra­gile, soprattutto in quel momento, lasciata sola dalle sue coin­quiline che erano entrambe occupate altrove. «Ma certo.» Mia sorella si chinò a posarle un bacio delicato sulla fronte. «E papà?» «Non lo so, amore mio. Ha molto lavoro da sbrigare ultima­mente.» In realtà Claudio non ce la faceva. Lo uccideva varcare la soglia del Santa Chiara, respirare l’odore di disinfettante e ma­lattia, scorgere le inquietanti ombre sul viso della figlia e poi doverla salutare, sentendosi impotente. Sapevo come la pensa­va sua moglie: avrebbe dovuto ingoiare la bile, indossare un sorriso falso e torturarsi per il bene della piccola, ma capivo perché non ne fosse capace e non me la sentivo di condannarlo. Luna non era altrettanto comprensiva e non si rassegnava al suo apparente egoismo. Non sopportava di essere l’unica visi­tatrice di quel tenero angelo, verso cui sembrava provare più amore del suo genitore di sangue. Il loro matrimonio – già pieno di crepe – rischiava di cadere a pezzi e temevo che, se Paola si fosse aggravata e avesse perso l’estenuante battaglia contro il cancro, a mia sorella non sarebbe rimasto più nessuno sul quale contare. «Ciao, scricciolo», dissi alla bambina, prima di uscire dalla stanza. Seguii Luna lungo i corridoi del reparto, vivacizzati da file di lucine intermittenti rosse e verdi assicurate alle pareti con il nastro adesivo, proprio sopra una collezione di disegni a tema natalizio tracciati da dita infantili con i pastelli a cera. Qua e là erano appese ghirlande realizzate con rametti di abete, pigne dipinte d’oro e d’argento, e nastri di seta colorati. Mia sorella affrettò il passo in maniera graduale. Quando raggiunse l’uscita stava quasi correndo. Appena fuori, si strinse nel lungo cappotto marrone. Affondò gli stivali nella neve e ar­rancò fino al parcheggio tagliando per i giardini anziché aggi­rarli percorrendo il vialetto sgombro e ricoperto di sale. Avrei voluto dire qualcosa per consolarla o anche soltanto farle sapere che – nonostante non ci fossero parole in grado di aiuta­re – le ero accanto. Invece rimasi in silenzio e, nello scorgere una lacrima ribelle scivolatale sul mento per poi caderle sua sciarpa, strinsi i pugni. Cercava sempre di non piangere. Avevo paura che un giorno tutta la tristezza accumulata l’avrebbe riempita come il proverbiale vaso in procinto di tra­boccare. La fatidica goccia avrebbe riversato all’esterno il dolore e lei ne sarebbe stata sommersa. Impugnate le chiavi e aperta l’assurda Smart rosso ciliegia acquistata il mese precedente, si sedette al volante, richiuse la portiera e rimase immobile a fissare il paesaggio grigio con sguardo altrettanto spento. Scivolai sul sedile del passeggero. Dopo un paio di minuti, siccome tremava, accesi con discrezio­ne il riscaldamento, anche se non ero affatto sicura che il pro­blema fosse il gelo invernale. Sospirai, mi protesi verso di lei e posai il capo sulla sua spalla. I nostri capelli, dall’identica sfu­matura castana, si confusero tra loro. Lei li aveva lasciati cre­scere fino a metà della schiena, mentre io li portavo ancora cor­tissimi, in quel taglio da folletto che avevamo fatto insieme circa un secolo prima, un po’ per festeggiare il suo diciottesimo compleanno, un po’ per azzardo. Ne erano successe di cose da allora. La mia sorellina si era diplomata, iscritta alla facoltà di Giurisprudenza, laureata, sposata e infine trasferita lì a Venefi­cio, ai piedi delle Alpi Retiche. Io invece sono sempre la stessa, constatai in silenzio, facen­do dondolare e quindi battere tra loro i tacchi delle galosce az­zurro confetto a pois bianchi. Nonostante la temperatura peri­colosamente vicina allo zero, indossavo il solito paio di leg­gings neri, una maglietta consunta e una felpa abbondante, per puro caso in tinta con le calzature. Non avevo freddo, ma avrei di gran lunga preferito aver dedicato maggiore attenzione all’abbigliamento prima di uscire di casa, invece di afferrare qualche vestito a casaccio. In fondo, avevo in mente una sem­plice capatina dal tabaccaio, non immaginavo che l’uscita si sa­rebbe prolungata tanto. Io e il mio stupido vizio del fumo. «Va tutto bene, va tutto bene», sussurrò Luna, come per con­vincere se stessa. Fece qualche respiro profondo e annuì in ma­niera risoluta. Mi raddrizzai e lei si chinò verso il freno a mano, dove aveva appoggiato la borsa. Prese a rovistare al suo inter­no, sparpagliando in giro per l’abitacolo fazzoletti, salviettine profumate, assorbenti, penne dalle estremità mordicchiate e merendine al cioccolato. Alla fine estrasse il portafogli e co­minciò a frugare tra banconote, biglietti parzialmente accartoc­ciati e post-it fucsia e giallo evidenziatore. Fui colta da un brutto presentimento. «Ti prego, non dirmi che hai scovato l’ennesimo ciarlatano», la implorai. Come previsto, ignorò me e le mie lamentele. «Oh, per l’amor del cielo! Luna Giuliani, sei una donna adulta, intelligente e con la testa sulle spalle, non puoi conti­nuare a farti prendere in giro da gente simile. Sono avvoltoi, non hai ancora imparato la lezione?» Non esisteva una cura prodigiosa. Nessun santone avrebbe salvato Paola immergendo una ciocca dei suoi capelli nell’acqua santa a lume di una candela oppure rivolgendo pre­ghiere a divinità pagane all’interno di un cerchio di sale duran­te una notte di luna piena. «Questa storia deve finire», sbottai, scuotendo la testa. Ma lei non voleva sentire ragioni e, se rifiu­tava di dare retta al buonsenso che ero più che sicura possedesse, di certo non si sarebbe lasciata dissuadere dallo scetticismo di nessun altro. «Dove diavolo si è cacciato?» domandò al borsello. «Chi è il fortunato, questa volta? Uno sciamano tolteco, una sacerdotessa wiccana, un sedicente monaco buddista respiraria­no? Diamine, delle due sono stata la prima a cominciare a cre­dere nell’occulto e nel soprannaturale, perciò se persino io sento puzza di truffa lontano un miglio…» «Eccolo!» «Ma cosa te lo dico a fare? Basta, ci rinuncio», esclamai, fru­strata, gettando in aria le braccia. Il prezioso ritrovamento era costituito da un ritaglio di carta da pacchi con sopra appuntato con grafia elegante e meticolosa un indirizzo locale. Luna lo inserì nel navigatore, avviò il motore e si immise nel traffico del sabato pomeriggio. Mi rannicchiai al mio posto scivolando verso il basso, con le spalle a metà strada tra il poggiatesta e la base del sedile, poi distesi le gambe e puntellai i piedi contro il parabrezza, un gesto che in un’altra vita avrebbe fatto infuriare la precisina seduta alla mia sinistra. Allo stato attuale delle cose non aveva poi molta importanza. Trascorsi il viaggio semisdraiata a quel modo e girata verso la portiera a giocherellare con la cin­tura di sicurezza che non avevo indossato. Arrivammo a destinazione in una ventina di minuti, ma fati­cammo a trovare parcheggio, perché la vicina piazzetta e diver­se vie a essa collegate erano occupate dalle bancarelle dell’annuale mercatino di Natale. Dovemmo lasciare l’auto a un paio di isolati di distanza, comunque agevolate dalle sue di­mensioni ridotte che ci permisero di incastrarla tra una mono­volume metallizzata e un bidone dell’immondizia. Avrei adorato passeggiare tra la merce esposta se non fossi stata incupita dalle preoccupazioni che mi opprimevano il petto. A volte mi intrufolavo nella stanza d’ospedale di Paola in piena notte e restavo a vegliare sul suo sonno fino all’alba. Mi ero af­fezionata a lei nel corso degli ultimi anni, ma mi doleva am­mettere che, sebbene ritenessi ingiusta la sua condi­zione, era per Luna che mi angustiavo di più. Quando fosse giunto il momento, la bambina non avrebbe soffer­to. Non ero sicura di cosa pensare a proposito dell’esistenza di inferno e paradiso, ma credevo che in un modo o nell’altro lei sarebbe stata bene. Sono coloro che restano a dover sopportare il peso della morte, confrontandosi con l’assenza in­gombrante e i cao­tici silenzi di chi li ha lasciati. Era la soffe­renza di mia sorella che sarebbe cresciuta a dismisura, una volta affrontato il duro colpo. Aveva già sopportato troppe per­dite, come ne avrebbe gestita un’altra? Quanto poteva resistere una persona dal cuore tanto grande, se questo continuava a venire spezzato? L’aria profumava di pan di zenzero e cannella, ed evocava ri­cordi d’infanzia di giornate invernali trascorse accanto al camino sorseggiando cioccolata calda ricoperta di panna mon­tata, oppure zabaione accompagnato da lingue di gatto, mentre la mamma infornava i suoi famosi biscotti a forma di alberi di Natale. Mi domandavo se gli stessi pensieri solleticassero per caso anche la mente di Luna, distraendola almeno in parte. A giudi­care dal passo svelto e dallo sguardo puntato sulla segnaletica stradale supponevo di no. Stringeva ancora il pezzo di carta con l’indirizzo e scruta­va con nervosismo i numeri civici, come se non avesse già in­dividuato la meta poco prima, quando ci eravamo passate vicine con l’auto. Una piccola e ingenua parte di me sperava che rallentasse e realizzasse – magari per merito di un’illuminazio­ne improvvisa – che la giusta reazione alla presa di consapevo­lezza della brevità della vita era godersela il più possibile, invece di aggrapparvisi con inutile disperazione. Ma in fondo chi ero per stabilire quale fosse il modo corretto di affrontare le cose? Ebbi a malapena il tempo di far rimbalzare l’attenzione da un banco all’altro, accarezzando con occhi avidi i prodotti in vendita subito prima di superarli per non allontanarmi troppo da Luna. Notai un cappello di lana a forma di pinguino che mia nipote avrebbe adorato. Un’anziana venditrice di tè e tisane in­tenta a stiracchiare il collo sembrava invece il tipo di compa­gnia adatto a mia sorella, che avrebbe potuto scambiare quattro chiacchiere con lei per poi acquistare un infuso alla menta pi­perita. Le piaceva berne una tazza fumante seduta in poltrona, la sera tardi, da­vanti a un buon libro. Rimanendole vicino e cercando di stare al suo passo non potei indugiare né esplorare i dintor­ni. Quelli erano struffoli? Mi ripromisi di tornare in seguito per fare un giro con calma. Al momento non potevo lasciare Luna da sola. Che la mia presenza risultasse superflua – per non dire inutile – non aveva importanza. Se si fosse fatta estor­cere altro denaro in cambio di false promesse, perlomeno sarei stata accanto a lei a mangiarmi le unghie e a ingoiare rospi. Mal comune mezzo gaudio, no? Finalmente raggiungemmo il posto. Si trattava di un anoni­mo negozietto privo di insegna, quasi invisibile dietro le sgar­gianti e chiassose installazioni dei venditori ambulanti. Dall’esterno non si riusciva a vedere molto: attraverso l’unica vetrina si scorgevano appena i tenui bagliori di un’illuminazio­ne a stento sufficiente e si intuiva una significativa sovrabbon­danza di articoli ammassati nella penombra. Luna aprì la porta, facendo tintinnare la campanella vecchio stile fissata sopra di essa. Entrò nella bottega simulando sicu­rezza, con le spalle dritte e la testa alta. L’ambiente appariva pomposo e antiquato, ma al tempo stesso confusionario, sebbene in maniera da fornire un’impres­sione di intimità piuttosto che da risultare asfissiante. Le pareti erano ricoperte di scaffali ingombri di cianfrusaglie: polverosi libri dalle copertine in pelle, vasetti di spezie e marmellate, so­prammobili di foggia esotica, alambicchi colmi di sostanze non meglio identificate, animali impagliati, teschi di uccelli decora­ti da intagli geometrici, candele e altro ancora. Dal soffitto pen­devano ciondoli ricavati da fossili, mi­nerali e pietre dipinte, orologi a cipolla e mazzi di fiori, erbe e radici essiccate. Il pa­vimento era un tripudio di tappeti orienta­li, bauli e forzieri nei quali pareva facile inciampare, anche se per fortuna riuscimmo a evitarlo. In un angolo erano sistemati alcuni cuscini attorno a un basso tavolino rotondo con sopra un servizio da tè arabo in vetro e argento. Sul bancone in fondo era assicurato un nodoso trespolo in legno su cui riposava silenzioso un pappagallo dal piumaggio rosso screzia­to di blu e nero in corrispondenza delle ali. Nel complesso sem­brava di trovarsi in un ibrido tra l’antro di una strega e un car­rozzone gitano. «Fantastico», mormorai. «È persino peggio di quanto mi aspettassi.» E ce ne voleva. «C’è nessuno?» chiamò mia sorella, tentando invano di ma­scherare il tono intimidito. «Arrivo», rispose una profonda voce maschile. Il suo pro­prietario emerse un attimo dopo dal retro nascosto da uno spesso tendaggio damascato. A quel punto mi aspettavo un tizio in kimono, con la barba dipinta di viola e un turbante in testa o che so io. Qualcuno di eccentrico come ciò che ci cir­condava, insomma. Invece sem­brava una persona abbastanza ordinaria. Doveva essere sulla trentina, alto più o meno un metro e ottanta, e di corporatura media. Aveva capelli biondi dal taglio militare e sfuggenti occhi verdi. Indossava un pesante maglione color antracite e un sem­plice paio di jeans. «Buongiorno, posso essere d’aiuto?» continuò, rivelando un leggero accento tedesco. Luna gli si avvicinò con malcelata cautela. «Salve, lei è Elia?» L’uomo, che aveva seguito i suoi movimenti con il capo in­clinato e uno sguardo freddo, distante e indecifrabile, si limitò ad annuire. Mia sorella parve raccogliere il coraggio, quindi tirò fuori dalla tasca della giacca una pergamena ingiallita, la srotolò e gliela posò davanti. «Cerco gli ingredienti per un incantesimo di guarigione di livello avanzato.» Oh. Mio. Dio. Chiusi gli occhi, scossi la testa e mi portai una mano alla fronte, massaggiandomi le tempie. Un incantesimo di guarigione. Eravamo a posto. Il negoziante inarcò un sopracciglio e dilatò le narici. «Cosa le fa pensare di essere nel posto giusto?» «Mi hanno detto che qui avrei potuto trovare anche gli arti­coli più difficili da reperire senza rischiare fregature perché lei tratta soltanto merce di prima qualità.» «Così le hanno detto», ripeté Elia, atono. «E chi le ha parlato dell’emporio, per la preci­sione?» Non mi piacevano i suoi modi. Avremmo dovuto lasciar per­dere e fare dietrofront. Qualcosa mi rendeva nervosa, in quell’uomo. Non si comportava in maniera accomodante né sem­brava desideroso di concludere un buon affare, ma piutto­sto in­fastidito e intenzionato a liberarsi appena possibile della cliente. «Una collega», spiegò mia sorella senza scomporsi. «Be’, la sua collega ha commesso un errore. Non ho niente per lei.» «Non ha nemmeno letto la lista. Me l’ha procurato una Figlia della Luna e ho trovato online le istruzioni per compiere il rituale. Mi servono solo…» «Online?» sbottò il commerciante, arricciando le labbra in una smorfia disgustata. «Per carità!» «Ma se ha suggerimenti da darmi sono tutta orecchie.» Ini­ziava a irritarsi. Nonostante cercasse di mostrarsi calma e ac­condiscendente, lo capivo da come aveva preso a grattarsi il polso. Era uno dei suoi segnali rivelatori. «Vuole un suggerimento? Lasci perdere. Non tenti di giocare con forze che non è in grado di comprendere. La magia non è uno scherzo né un passatempo per dilettanti.» Grandioso. Non ci era capitato un ciarlatano qualunque, ma un invasato convinto che i suoi abracadabra fossero roba seria. «Senta, per me è una questione molto importante e a interes­sarmi è unicamente il risultato. Se è disposto a eseguire il sorti­legio al posto mio, non intendo certo rifiutare l’assistenza di un esperto. La pagherò bene, sia per il materiale sia per la sua pre­stazione.» Non riuscivo a credere alle mie povere orecchie. Sorellina, ora stai cadendo parecchio in basso, constatai tra me e me, non senza una punta di senso di colpa per averlo pensato. In fondo non era completamente responsabile delle sue azioni. Era la disperazione a parlare al suo posto. «Se ne vada», esclamò Elia, risoluto. «Dico sul serio, i soldi non sono un problema.» «Se ne vada. Non mi costringa a ripeterlo ancora.» Luna lo mandò al diavolo, strinse i denti e gli voltò le spalle, ma aveva le labbra tremanti e gli occhi lucidi. Ero contenta che si fosse risolto tutto in un niente di fatto, però non sopportavo che l’uomo le avesse parlato in modo tanto duro. Mia sorella esitò sulla soglia, poi tornò indietro, afferrò la pergamena dal bancone e la sostituì con un biglietto da visita del suo studio legale. «Le lascio il mio recapito telefonico, ca­somai cambiasse idea», bisbigliò quindi, ingoiando l’orgoglio. Si diresse di nuovo all’uscita, senza aspettare una replica, ma questa arrivò comunque. «Non si illuda. Non abbiamo altro da dirci.» La delusione le si dipinse in volto e il mio cuore si strin­se per lei. «Che stronzo», dissi, mentre Luna correva via. «Come, prego?» Mi congelai sul posto. Dovevo aver capito male. «Che… stronzo?» provai a ripetere. «Adesso era un’affermazione oppure una domanda?» mi pro­vocò Elia. «Mi ha risposto. Mi ha appena risposto», strillai come un’isterica, riscuotendomi e precipitandomi verso di lui. «Si aspettava forse che me ne restassi tranquillo e mi lascias­si insultare?» «Porca puttana, mi ha sentito!» Adesso sembrava furioso. «Si sta prendendo gioco di me? Sono cieco, non sordo.» Cieco? Be’, questo spiegava il suo sguardo assente e distac­cato. Bisognava ammettere che era abile nel dissimulare la me­nomazione. In quel momento, tuttavia, non me ne sarebbe potuto fregare di meno. «No, no, no, no, lei non capisce. Io sono morta. Morta! Andata, finita, defunta, kaputt. Chiaro, il concetto? Non parlo con nessuno da sette anni, perché di solito la gente non è in grado di percepire la mia presenza.»

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