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3069 Words
2 AVA «Vieni.» Cammino rapida, dato che mi aspetto che tiri la catena. Ho ancora un taglio fresco sul collo a causa dell’ultimo coglione che l’ha strattonata solo per ottenere una qualche reazione da parte mia. Andavo il più veloce possibile, ma non aveva importanza. E comunque non avrebbe fatto alcuna differenza, avrebbe trovato un altro modo. Per lui, non era una questione di obbedienza; voleva solo farmi del male. Traeva piacere nel tormentarmi. Ho imparato che ci sono due tipologie di uomini. La prima vuole solo infliggermi dolore. Sono i peggiori, perché anche se faccio tutto nel modo giusto, troveranno un modo per incastrarmi. Vogliono soltanto punirmi. Poi ci sono quelli che vogliono la perfezione. È difficile essere all’altezza delle loro aspettative, ma ci provo davvero. Devo per forza, se non voglio essere picchiata. All’inizio ho lottato. E ne ho pagato il prezzo. Non potevo non ribellarmi a loro. Mi hanno tenuta ferma, a terra, e mi hanno stuprata di fronte a mio padre. Era un pezzo di merda e un essere umano spregevole. Ciononostante, mi ha fatto male averlo come spettatore. Chiudo gli occhi e provo ad allontanare le immagini. Ho dolore ovunque. Così tanto che sono sicura che alcune parti di me siano morte. Sono solo conscia del fatto che sopporto a malapena ogni riferimento alla donna forte che ero un tempo. Mi hanno violentata, prendendosi la mia innocenza. Non potevo non lottare, ma poi ho capito che era inutile. Dovevo recitare la parte. Dovevo ingannarli facendo credere loro che sono spezzata. Che sono riusciti ad addestrarmi per essere l’animaletto perfetto. Sto solo aspettando. Attenderò il momento giusto fin quando non avrò la mia vendetta, anche se ci sono alcuni attimi di sconforto, attimi in cui dimentico perché voglio ancora vivere e perché devo comportarmi bene, tentando di andare avanti. Questo nuovo accordo mi ha presa alla sprovvista. Non che avessi un piano, a parte sopravvivere. Ho sperato che una volta atterrati ci sarebbero stati meno uomini. Mi serve che siano pochi, così da poterli fare fuori uno alla volta appena vengono per me. Ci sono tre uomini a cui vengo data di continuo. Riconosco il loro schema comportamentale ora. O, almeno, lo riconoscevo. Adesso sono del tutto confusa. Devo mettere le mani su una pistola. Aspetterò. Accade sempre qualcosa che me lo impedisce. Ne ho avuto quasi la possibilità prima che partissimo, ma non l’ho sfruttata. Abram e Vadik se n’erano andati e io voglio che ci siano. Voglio essere sicura che quel bastardo paghi per ciò che ha fatto a me e a tutti quelli che amavo. Voglio che sia l’ultimo a morire. Voglio che soffra terribilmente. Avrò la mia vendetta, a ogni costo. Non sarò venduta, non è questo il piano per me. Sarebbe troppo facile per la principessa della mafia. Spero che il gorilla abbassi la guardia. Mi basta un solo secondo. Ho il corpo che implora di riposare e una piccola voce che mi sussurra: “Però devi avere il coraggio di farlo.” «Entra.» Il comando, uscito dalle labbra di Kane, mi riporta alla realtà. Kane De Rocca. Riconosco il cognome, ma non so il perché. Non sta andando come avevo pianificato. Questo non mi piace. La paura mi fa cedere le gambe. Lui mi poggia una mano dietro la schiena e il mio corpo si tende, in previsione del colpo. Chiudo gli occhi e chino la testa, in attesa. Me lo sono meritato. Non stavo prestando attenzione. Ero persa tra i miei pensieri e non posso permettermelo. Cos’ho che non va? Verrò punita e non voglio essere punita. Voglio essere una brava ragazza. Devo essere all’altezza. Devo prestare attenzione e ubbidire agli ordini. «Entra» mi ordina a voce più alta e le mie spalle iniziano a tremare, ma il corpo è rapido a muoversi. Apro gli occhi e mi rendo conto che sono sui sedili posteriori della sua auto. Non in un bagagliaio o in una cassa. Non appena chiude la portiera, getto delle occhiate attorno a me, tenendo la testa ben ferma e rivolta in avanti. A dire il vero, sto attentissima a non muovermi. Non posso mostrare la mia sorpresa. Nessuna emozione. Resto in silenzio. Ho la schiena dritta come un fuso e non riesco ad appoggiarmi contro il sedile di pelle. Sono passati giorni dall’ultima volta in cui qualcuno mi ha messo le mani addosso o persino vista. Viaggiare è una benedizione. Ma adesso sono di nuovo ceduta a qualcun altro. Un nuovo padrone o un guardiano o un signore. Sono terrorizzata e lo stomaco mi si riempie di acido che mi sale su per la gola. Gli occhi minacciano di riempirsi di lacrime, ma non accadrà: non lo permetterò. Forse ho dimenticato come si piange. Non ne sono sicura, ma so che piangere mi farà punire. Ho il volto scolpito nella pietra. Inespressiva, proprio come piace a loro. Be’, come desidera la seconda tipologia. La prima brama qualcos’altro. Devo ricordarmi cosa ho sentito dire per caso da Abram, prima. Ha detto che sarebbero tornati. Avrò un’altra occasione con lui e Vadik. Ho bisogno di una sola occasione. Questa cosa è solo temporanea, proprio come le altre volte. Vorrei girarmi sul sedile e dare un’occhiata a quell’uomo. A Kane. Ma ho il cuore che mi martella in petto per la paura. Si aspetta che stia seduta, e lo farò. Resto ferma e attendo. Mi concentro sul mantenere il respiro regolare e il corpo immobile. Ho imparato che è il miglior modo per gestire la cosa. È come se svanissi. Se solo potessi farlo davvero. Gli occhi mi si chiudono e il corpo mi prega di dormire, ma non posso. Nonostante sia sfinita dal fatto di essere rimasta sveglia durante il viaggio. Avevo paura che, a un certo punto, mi avrebbero buttato giù. Che le loro minacce non fossero parole al vento e che mi avrebbero uccisa davvero stavolta. Non ho dormito. Non dormo più molto bene da quando sono stata rapita. Il mio corpo trema, e gli occhi mi si spalancano per la paura. Mi sono mossa. Ho fatto un movimento. È sbagliato. Vorrei guardarmi attorno, ma non lo faccio. Resto in ascolto e, dopo un lungo momento, non sento nulla. In macchina c’è silenzio. Non è ancora salito. Mi chiedo in quale categoria rientri. Spero nella seconda, sono più sopportabili per sopravvivere. I battiti del cuore rallentano, e vorrei solo poggiare la testa da qualche parte. Il mio corpo ha bisogno di riposare, ma resisto. Finché non ritornerà e non m’impartirà un ordine, non farò nulla che possa dargli una ragione per punirmi. Le palpebre si fanno pesanti e sto per chiuderle, quando sento aprirsi la portiera. Alzo la testa, di scatto, gli occhi che fissano ostinatamente a terra. Posso sentire il suo sguardo su di me. So che mi sta osservando, probabilmente per decidere cosa fare, ma resto immobile e aspetto gli ordini. «Ho bisogno che ti sdrai.» Obbedisco in fretta, e mi lascio cadere sul fianco. I polsi sentono subito la comodità della posizione. Il grosso peso delle manette si alleggerisce non appena sprofondo nel sedile. Non mi danno più fastidio come una volta; mi sono abituata, ma attendo con ansia che mi venga concesso un po’ di sollievo. Vedo un movimento con la coda dell’occhio e sto quasi per reagire. Invece mi limito a irrigidirmi un po’, in attesa del colpo che, sono sicura, arriverà. Un tessuto morbido si appoggia su di me con delicatezza. Mi aspetto che me lo metta sulla testa, invece me lo infila sotto il mento, coprendo il collare che sfrega sulla ferita, ma non dico nulla. Non reagisco. Non so se è consapevole di farmi male, ma non importa. Non farò niente che possa farlo arrabbiare. Non mi metterò nella condizione di essere punita. Non conosco quest’uomo, ma preferisco essere obbediente piuttosto che rischiare di irritarlo. Piego le gambe, sapendo che sta per chiudere la portiera, ma oltre a questo non oso fare altro. Passano alcuni istanti: è in piedi vicino alla portiera che mi guarda. Sembra che aspetti qualcosa, ma non so che cosa. Poi, chiude lo sportello e finalmente lascio andare il respiro che non mi ero accorta di trattenere. A quel punto la portiera del guidatore si apre, lui sale e sento il motore che viene acceso. Non so dove mi sta portando, e non lo chiedo. Ma so che ritorneranno per me. E io sarò pronta per loro. Non cederò fino a quando non avrò avuto la mia vendetta. *** Mi sveglio, premuta contro un petto duro come la pietra. Apro gli occhi di colpo e mi si blocca il respiro. Ma non mi muovo, resto immobile e fingo di essere ancora addormentata. Riesco a sentire il battito regolare del suo cuore e le scarpe che scricchiolano sulla ghiaia. Inalo il suo odore e resisto alla tentazione di infilare la testa nella sua camicia. Un profumo dal sentore di pino mi riempie i polmoni; delle braccia forti mi circondano la schiena e le gambe. Sbircio e intravedo solo un campo: un campo pianeggiante e vastissimo. Ondeggio tra le sue braccia mentre saliamo i gradini, uno dopo l’altro; poi sento un cigolio, di una porta che si apre. Siamo su un porticato. C’è persino un dondolo qua fuori nel bel mezzo del nulla. Si volta e distinguo, sulla sinistra, quello che sembra essere un bosco senza fine prima che mi porti dentro casa. «Ho cercato di non svegliarti.» La sua voce profonda mi fa sobbalzare appena. Non so come rispondere. Sono lesta a farlo quando devo scusarmi e, anche se ciò non ha mai fermato le percosse in passato, so che devo dire qualcosa. Stare zitta è molto, molto peggio. «Mi dispiace.» Parlo in modo chiaro. So che è così che devo fare. Quando ho iniziato a fingere, quando ho deciso che sottomettermi era l’unico modo per sopravvivere finché non avessi avuto l’opportunità di scappare, ho imparato che i sussurri e i borbottii sono spesso accompagnati da colpi sul viso. Preferirei evitarlo... se posso. Non so ancora che tipo d’uomo sia. Mi poggia sul divano e non so se devo distendermi o mettermi a sedere. Quando cambio padrone, l’inizio è sempre la parte peggiore. Le aspettative cambiano sempre. Cammina verso l’atrio, poi lungo il corridoio in direzione di un soggiorno aperto che comunica con una cucina enorme e una sala da pranzo, moderna e pulita. Questo posto è buio. Sembra non venga utilizzato da anni. Mi metto sul fianco, rivolta verso la stanza. Vorrei chiedergli se questa è casa sua, ma sarebbe sciocco da parte mia. Lo so bene. Non sarò più la stupida che sono stata in passato. Al contrario, me ne sto sdraiata in attesa di istruzioni. «Resta qui» dice a voce alta, mentre mi dà le spalle ed esce dalla stanza. Il cuore mi batte forte nel petto. È spaventoso quando se ne vanno. Mi terrorizza. Sembrano ritornare sempre con più rabbia e con maggiori motivi per sfogarla. Le facce dei miei precedenti padroni mi passano davanti agli occhi. Non li dimenticherò mai. Se potrò, ucciderò ognuno di loro. Ma la sua faccia è quella che persiste nella mia mente. Il capo. Colui che ha fatto in modo che mio padre vedesse tutto. Morirà di una morte lenta. Il ricordo è vivido. Riesco ancora a vedere il suo sguardo mentre mi prendevano da dietro. Devono essere trascorse diverse ore prima che lo colpissero a morte, alla fine. Ho sperato che uccidessero anche me, dopo. Ma non era abbastanza per lui. Non c’è neanche il rischio che possa piangere; al momento ho gli occhi così asciutti che mi bruciano. E comunque è inutile versare lacrime: mi fa solo prendere botte. Più piango, più forti sono i colpi. Così nascondo il dolore, nascondo tutte le emozioni; è più sicuro. Ero la “cosa” da picchiare, violentare e umiliare davanti a mio padre finché non l’hanno ucciso. L’immagine della sua gola tagliata è ancora chiara nella mia mente. Un conto è vivere tutto questo sapendo che stavo per morire. Non aspettavo altro, pregavo perché accadesse. Tutt’altro conto è sopravvivere a quell’incubo, perché il nemico di mio padre vuole che io soffra. Mi assicurerò di trattarlo proprio come lui ha trattato me. Gli occhi guizzano verso il corridoio dove è sparito Kane. Non sono incatenata al pavimento. Non sono legata a nulla, o messa sottochiave. Riesco a vedere la porta d’ingresso. Potrei scappare. Scommetto che riuscirei persino ad aprire un po’ la porta prima che ritorni. La vecchia me avrebbe corso il rischio, sarebbe finita sfregiata e ferita. Ma adesso, mi comporto bene. Aspetterò. Perché faccio la brava? Perché potrebbe essere un test. Ho fallito tantissime volte in passato. Non voglio più fallire. Non lo deluderò. Almeno, non in questo modo. E se anche non fosse un test, se dovessi andarmene, potrei non ritrovare più lui. E non posso permettere che accada. Non scapperò. Mi limiterò ad aspettare. La mia occasione arriverà. Mi basta una sola opportunità. Sento i passi pesanti di Kane che si avvicinano, così torno a guardare in avanti, con un’espressione impassibile in volto. Non oso mostrare emozioni da tanto tempo. Non so da quanto, in realtà. Ora che ci penso, è una strana sensazione rendersi conto di non saperlo. Ho trascorso moltissimo tempo in un seminterrato, dopodiché un tempo ancora più lungo nella sua camera da letto. A imparare la tecnica adeguata. Percepisco che Kane è ormai nella stanza, ma mi costringo a fissare dritto davanti a me, restando immobile. È solo quando si avvicina che ho l’impulso di spostarmi. Quando scorgo che ha in mano delle pinze vorrei scappare, nascondermi, o esternare la paura. Ma resisto. Non posso farlo. Posso solo immaginare cosa farà con le pinze. Ricordo le loro minacce, dicevano che mi avrebbero tagliata a pezzi e avrebbero inviato varie parti di me ai diversi membri della famiglia. Ma credevo fossero tutti morti. So che alcuni lo sono, mi hanno mostrato le foto. Altre volte mi hanno portato con loro proprio per mostrarmi il momento in cui li avrebbero uccisi. Forse vuole solo divertirsi? Sono tentata di chiudere gli occhi, ma mi costringo a non farlo. So che se ci provassi, mi costringerebbe comunque a guardare. Mi immagino mentre mi afferra i capelli e mi scuote fin quando non li riapro. È già successo in passato e ho imparato. Attendo i suoi ordini mentre troneggia su di me. Ha quelle grosse pinze nella mano destra; i suoi muscoli sono tesi. Con la mano sinistra solleva le mie braccia in modo deciso, finché le mie dita non sfiorano le pinze. I polsi sono circondati da una catena dello stesso tipo che ho attorno al collo. Quando apre le pinze vorrei poter chiudere gli occhi, ma non lo faccio. Guardo dritto davanti a me aspettando di sentire il metallo freddo attorno al dito. In effetti, ha senso; forse c’è qualche membro della famiglia ancora vivo o forse ho fatto arrabbiare Felipe più di quanto pensassi e questo è il prezzo da pagare. Credevo di essere più preziosa tutta intera, comunque. È una frase che ho sentito in precedenza, quando volevano lasciarmi altri segni sul corpo, ma non era consentito che subissi danni permanenti. Può darsi che dopo tutto questo tempo non abbia più una tale importanza. Sento lo scatto delle pinze e il braccio destro cadere. Zac! Il metallo fa un altro scatto e anche il braccio sinistro cade. I muscoli gridano a causa della posizione in cui sono stati costretti da tantissimo tempo. Calmo il respiro e provo a dare un senso a quello che è successo. Vorrei poterlo chiedere, ma non posso. «Stai ferma» mi dice, mentre sposta le pinze verso il mio collo. Non vorrei, ma chiudo gli occhi. Provo a trattenermi, ma prego che stia solo per tagliare il lucchetto del collare. Il cuore mi martella nel petto e, appena sento lo scatto delle pinze e il metallo cedere, non riesco a evitare che le emozioni mi travolgano. Sentendo tintinnare le catene, apro gli occhi. Mentre lascia la stanza e va in cucina, lo osservo, anche se non dovrei. Ho imparato la lezione. Appena lo vedo gettare le catene nell’immondizia, ritorno con lo sguardo fisso in avanti. Sto dritta e resisto alla tentazione di passarmi le mani sul collo. Ritorna da me e mi sovrasta. Vorrei sapere cosa vuole. Vorrei sapere come comportarmi. Abbassa lentamente la mano per raggiungermi il collo e si accovaccia dinanzi a me. Con un dito, mi sfiora il taglio che ho lungo la gola. Provo a resistere, ma alla fine trasalisco dal dolore. Sono una stupida! Non avrei dovuto muovermi. Sapevo che il dolore stava arrivando. Riprendo il controllo delle mie azioni e resto in attesa. Mi posa una mano sulla spalla e studia il mio corpo. Vorrei potermi nascondere. Un tempo ero bellissima. Adesso sono troppo magra e le ossa mi spuntano dove non dovrebbero. Sono piena di cicatrici, anche se sono stata quasi sempre colpita nei punti che di solito vengono nascosti dai vestiti. Molti dei lividi oramai sono svaniti e ne ho pochi recenti. Si alza con lentezza mentre continua a osservarmi. «Voglio che mi guardi.» Al suo comando, incrocio i suoi occhi. Il cuore si ferma e, per un istante, il mondo vacilla. Kane De Rocca. L’ho sentito prima, mentre origliavo le loro conversazioni. So che non dovrei, ma lo faccio lo stesso. E so qual è il nome di quest’uomo. Kane. È stupendo. La mascella con un velo di barba si presenta dura contro la linea tagliente degli zigomi alti. Le spalle sono larghe e il petto scolpito preme sulla fresca camicia bianca che indossa. Gli occhi scuri sono fissi nei miei con una tale passione ed emozione che ho la tentazione di guardare altrove. Ma mi ha dato un ordine e io sono una brava ragazza. Gli obbedirò. Per ora. Vorrei sapere cosa significa quell’espressione nei suoi occhi. Ma non è possibile. «Qual è il tuo cognome, Ava?» mi chiede. Rispondo subito: «Ivanov». Non lo dimenticherò mai. Quel nome è il motivo per cui sono qui. Il perché mi è accaduto tutto questo. Non ho scelto io questa vita. Non l’ho voluta. «Capisco. Sei la figlia di Alec?» domanda. Sentire il nome di mio padre mi scatena delle emozioni che mi fanno serrare lo stomaco. Ho già sentito pronunciare il suo nome, accompagnato da parole piene d’odio, oppure di esultanza e risa per la sua morte. Ma mai in questo modo. Pronunciato con calma. Con rispetto. È un qualcosa che non sento da molto tempo. «Sì» affermo, continuando a guardarlo. «Ava Ivanov» dice con devozione. Lo ripete ancora, in un sussurro che a stento riesco a percepire. «Vieni, Ava» mi ordina, dandomi poi le spalle e subito obbedisco. Mentre lo osservo muoversi con quell’aura di potere e dominio, provo un’emozione dimenticata da tempo. La speranza. Eppure so che non dovrei. La speranza mi distruggerà.
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