Capitolo 01-3

2068 Words
«Cosa intendi?» Sloane lo raggiunse e Dex fece scorrere una mano su un pannello. «Le mappe sono tutte nuove, come se le avessero appena comprate, e non sono di un luogo specifico. C’è una mappa di Brooklyn, una della metropolitana di New York, una delle piste ciclabili di Manhattan, e sono quasi sicuro che quella lì sia la stampa di un’immagine presa da internet. Gli articoli di giornale sono ritagliati con precisione e risalgono al massimo a due mesi fa. Santo cielo, hanno anche appeso delle fatture. Che razza di attentatore terrebbe delle fatture? Hanno intenzione di stornare le spese?» Si avvicinò ai fogli. «Anche queste sono di due mesi fa.» Dopo aver dato un’occhiata in giro, Dex ritornò a grandi passi verso uno degli scaffali e passò il dito guantato sopra uno dei timer. «C’è un sottile strato di polvere sulla maggior parte delle attrezzature. Come se le avessero messe sugli scaffali senza più toccarle. Forse aspettavano ordini, oppure…» «Aspettavano noi,» terminò Sloane. Gli diede un buffetto. «Bel lavoro, Dex. Hai ragione. Sembra tutto troppo… facile. Vediamo se qualcuno è crollato.» Toccò l’auricolare. «Cael?» «Chiamo la scientifica?» replicò Cael. «Sì. Voglio che esaminino questo posto da cima a fondo e che mi informino non appena avranno stilato un inventario delle attrezzature presenti, allegandolo al file del caso.» «Certo.» Dex seguì Sloane all’esterno dell’edificio, dove c’erano quindici delinquenti seduti a terra in una fila ordinata, le mani legate dietro la schiena e quasi il doppio degli agenti necessari a sorvegliarli, armati fino ai denti, posizionati attorno a loro nel caso a qualcuno venisse in mente un’idea stupida. Era sorprendente quello che facevano alcuni criminali quando erano disperati. Proprio mentre quel pensiero gli attraversava la mente, uno di loro balzò in piedi e cominciò a correre. Ash seguì il tizio con lo sguardo. «Dove cazzo pensa di andare?» Vedendo gli agenti che gli si avvicinavano da tutti gli angoli, l’uomo si fermò di colpo e poi li sbalordì tutti tuffandosi nell’East River, dove iniziò a sputacchiare, a boccheggiare e a chiedere aiuto mentre stava per affogare. «Ma fa sul serio?» Dex ne aveva visti di imbecilli, ma quello era in cima alla lista, a pari merito con il tipo che aveva cercato di rubare la sua autopattuglia con lui seduto sul sedile posteriore, ai tempi in cui era una matricola del CPU. Ash fece una risatina con il naso. «Che testa di cazzo.» Dopo aver perso a morra cinese, uno degli agenti teriani della Beta Ambush cominciò a spogliarsi, imprecando in modo colorito per tutto il tempo. Con solo i boxer colorati addosso, e mostrando il dito medio ai suoi compagni di squadra che fischiavano e gli facevano dei versacci, si tuffò nel fiume, riemergendo qualche istante dopo e trascinando con lui il fuggitivo rantolante. L’agente dai capelli scuri si issò con una mano e con l’altra tirò fuori l’uomo, scaraventandolo a terra. L’agente uscì, afferrò l’asciugamano che gli stava porgendo un collega e lanciò un’occhiataccia agli altri uomini ammanettati. «È l’ultima volta che lo faccio. Se qualcun altro ha voglia di fare il coglione, si prepari ad affogare. Merda, quell’acqua è gelida.» Si annusò. «Puah, che odore. Dovrò stare in quarantena? Questa schifezza sembra tossica.» I suoi compagni di squadra risero finché Sloane alzò una mano, zittendo tutti. Si avvicinò alla fila di uomini dall’aria cupa, un paio dei quali sembravano avere la stessa età di Cael. In effetti, Dex rimase colpito da un ragazzo in particolare. Aveva sedici anni, al massimo diciassette. «Dov’è Isaac Pearce?» chiese Sloane. Camminava lentamente avanti e indietro di fronte a loro, studiandoli con i suoi occhi intensi color ambra. Dex non fu sorpreso di scorgere la paura farsi strada in alcuni dei loro sguardi sprezzanti. Non sembravano criminali incalliti. Sloane Brodie, due metri per cento chili, senza i quasi quaranta chili dell’equipaggiamento fissato addosso, risultava imponente per la maggior parte delle persone, anche quando non era in “modalità intimidatoria”. Aggiungendo il fatto che fosse un teriano, con il tatuaggio del governo sul collo possente che lo etichettava come un giaguaro e gli oltre vent’anni di esperienza sul campo, si doveva essere più stupidi di quello che si era precipitato nel fiume per non farsela sotto dalla paura. «Vi rendete conto di quanto sia grave la vostra situazione? Pensate che i THIRDS prendano il terrorismo sottogamba? Il vostro cosiddetto leader ha assassinato un agente di fronte a tutto il mondo. Ha minacciato civili e bambini innocenti. Se è fortunato, passerà il resto della sua vita al fresco. Questa è la vostra occasione per fare la cosa giusta, per salvare quello che rimane del vostro futuro.» Un idiota con un pancione enorme dovuto alla birra sputò ai piedi di Sloane. «Non parleremo mai con te, scherzo della natura teriano. La tua razza è un errore. Gli umani sono superiori. Non sei nulla di più di un animale domestico a cui è stata data troppa importanza. La tua specie dovrebbe vivere rinchiusa negli zoo con le altre bestie o eliminata del tutto. Umani al potere!» L’uomo iniziò a ripetere lo slogan e Dex alzò gli occhi al cielo. «Umani al potere! Umani al…» Sloane premette lo stivale contro il petto dell’uomo, buttandolo a terra sulle braccia legate, ponendo fine alla cantilena. Non si era trattato nemmeno di un calcio. Un colpetto di Sloane era stato sufficiente per farlo ribaltare e dimenare come una tartaruga sul suo guscio che cerca di raddrizzarsi. Dex si mise un pugno guantato in bocca per evitare di scoppiare a ridere. «C’è qualcuno che ha qualcosa di utile da dire?» chiese Sloane. Dex esaminò il gruppo silenzioso e dagli sguardi torvi, e il suo sguardo cadde di nuovo sull’adolescente. Il ragazzino inghiottì visibilmente, non staccando mai gli occhi da terra. Un uomo più grande, che gli somigliava parecchio, gli si inginocchiò accanto. Dex toccò l’auricolare. «Sloane.» Il suo partner gli lanciò un’occhiata e, senza dire una parola, lo raggiunse, seguendolo poi in disparte. «Che c’è?» «Credo che dovremmo provare “L’ingannevole Dash”.» Sloane inarcò un sopracciglio. «Pensi che funzionerebbe?» «Quel ragazzino se la sta facendo sotto. Credo che l’uomo vicino a lui sia suo padre. Probabilmente lo ha trascinato lui in questo casino.» Il suo partner si grattò la mascella e alla fine annuì. «Va bene.» Sloane si voltò e fece segno ad Ash di avvicinarsi. «Che succede?» chiese il burbero agente e Dex capì che, quando riprese a parlare, Sloane stava cercando con tutte le sue forze di non sorridere. «Facciamo l’Ingannevole Dash.» Come previsto, Ash emise un gemito sommesso. «‘Fanculo.» Guardò Sloane di traverso. «Non riesco a crederci, non solo gli hai lasciato creare questa cosa, ma gli hai anche permesso di darle un nome.» Sloane si strinse nelle spalle divertito, gli occhi che brillavano. «Tu non hai saputo trovare nulla di meglio.» «Perché non ero d’accordo con questa idiozia.» «Già, beh, è operativa, quindi rassegnati.» Sloane gli diede una cordiale pacca sulla spalla, ridacchiando per il broncio del collega. «Chi è l’obiettivo?» brontolò Ash. «Il ragazzino.» Dex toccò l’auricolare. «Cael, porta qui il furgone.» «Ricevuto.» Dex si diresse verso il BearCat in avvicinamento e saltò dentro quando suo fratello gli aprì le portiere. «Che succede?» «Ingannevole Dash.» Dex si posizionò su un lato del furgone, sentendo Ash imprecare e borbottare mentre si avvicinava. «Non riesco a credere che tu abbia convinto Sloane a farla diventare una strategia ufficiale,» disse Cael ridendo, sedendosi davanti al pannello di controllo. Immaginò che suo fratello sarebbe rimasto nei paraggi per godersi lo spettacolo. «Ash lo odia.» Dex mosse le sopracciglia. «Lo so.» Anche se sapeva che la disapprovazione di Ash derivava dal fatto che fosse una sua idea e che funzionasse alla perfezione. In particolare, il suo compagno di squadra non approvava di avere il proprio nome accoppiato con quello di Dex per formare la parola “Dash”. Però, per quanto se ne lamentasse, Ash non poteva negare che le loro personalità contrastanti fossero in grado di fornire dei risultati quando si trattava degli interrogatori. Ash era uno che faceva scoppiare a piangere i bambini con un solo sguardo. La tattica ricordava quella del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, ma era più vicina al “cazzo allontanatelo da me, parlerò con te perché non sei uno psicopatico”. La parte migliore era che bisognava un po’ recitare. «Porta il culo qui sopra.» Ash spinse il ragazzino con gli occhi spalancati nel retro del furgone, in modo così brusco che lo fece inciampare. Dex lo prese al volo prima che potesse sbattere la testa su qualcosa e perdere i sensi. «Gesù, Keeler, vacci piano.» Dex abbassò la testa e guardò l’adolescente. «Stai bene?» Il ragazzo serrò le labbra e aggrottò le sopracciglia. Dex gli indicò la lunga panchina dove di solito si sedeva la squadra. «Perché non ti siedi, ehm… Come ti chiami?» «Gli vuoi cantare anche una ninnananna, Daley?» sbuffò Ash. Dex ignorò il collega, concentrandosi sul ragazzo che si era seduto con riluttanza sulla panchina. «Come ti chiami?» Nessuna risposta. Ash si fece avanti come una furia, lo afferrò per la maglietta alzandolo da terra e ringhiò: «Ti ha fatto una cazzo di domanda. Vuoi collaborare o vuoi costringermi a mutare e a togliermi dai denti i resti delle ossa del tuo culo rinsecchito?» Dex controllò la sua espressione, facendo del suo meglio per non ridere per le battute scadenti di Ash. Il ragazzo sgranò gli occhi, lasciandosi sfuggire uno strilletto quando Ash lo fece cadere bruscamente sulla panchina e torreggiò su di lui. «Hai cinque secondi per dirmi come ti chiami, altrimenti mi incazzo davvero. Cinque.» «Keeler,» sospirò Dex. «Non serve a niente.» Ash si girò verso di lui, picchiettandogli un dito sul giubbotto. «Ecco qual è il tuo problema, Daley. Sei troppo impegnato a intrecciare margherite e a raccontare barzellette per sporcarti le mani.» «Cosa diavolo significa?» Dex si piantò le mani sui fianchi. Ash gli si avvicinò e gli rispose ringhiando, senza riuscire a intimidirlo. «Significa che non hai le palle per fare il tuo dovere, preferisci sempre fare il bravo ragazzo.» «Io sono un bravo ragazzo. Siamo tutti bravi ragazzi! Vaffanculo, amico. So come fare il mio lavoro e solo perché non me ne vado in giro a spaventare le vecchiette o a seminare rabbia e vendetta non significa che abbia paura di sporcarmi le mani.» Fumando di rabbia, Ash si mosse come una furia verso il ragazzo e lo sollevò di nuovo da terra. «Adesso ascoltami bene, stronzetto. Per ogni secondo che trascorri con la bocca chiusa, io devo starmene qui con questo stronzo che si strafoga di orsetti gommosi, sgranocchia patatine al formaggio e canta canzoni degli anni ’80, e ciò mi mette di cattivo umore. Vuoi che io sia di cattivo umore?» Il ragazzino scosse la testa con decisione. «E allora rispondi alle sue cazzo di domande o giuro sulla tomba di mia madre che ti farò rimpiangere di essere nato.» «Simon!» esclamò il giovane. «Mi chiamo S… Simon Russel.» Ash lo lasciò cadere bruscamente sulla panchina e si voltò verso Dex, sbraitandogli contro: «Continua tu, Daley.» Dex si sedette di fianco a Simon. Il ragazzo spostò lo sguardo diffidente da Ash a Dex, aveva le spalle curve e un’aria triste e scossa. «Ti chiedo scusa per il mio compagno di squadra, Simon. Diventa irritabile quando arriva l’ora di bere l’aranciata dal suo bicchiere da poppante e di fare la nanna.» Dex poteva giurare di aver visto contrarsi i lati della bocca di Simon. «Io sono l’agente Daley e, a dispetto di quello che tu possa pensare, sono qui per aiutarti.» Simon squadrò Dex. «Papà dice che tutti gli agenti THIRDS umani sono dei traditori della loro razza.» Parlava a bassa voce, ma Dex riuscì a sentire l’incertezza nelle sue parole. Dex avrebbe scommesso lo stipendio sul fatto che il ragazzo non avrebbe mai preso parte in quella faccenda se quell’imbecille del padre non gli avesse riempito la testa di sciocchezze piene di odio. «Non sono un traditore, Simon. Sono solo una persona comune che cerca di fare la cosa giusta. Il mio lavoro consiste nel proteggere i cittadini innocenti e aiutare quelli che si sentono smarriti. Credo che tutti debbano poter vivere una vita felice e serena, a prescindere dalla specie a cui appartengono. Sai, ero un agente del CPU prima di entrare nei THIRDS, proprio come mio padre.»
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