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Il fatidico ritorno a scuola è arrivato davvero troppo presto, mio padre mi avrebbe lasciata a casa qualche giorno ancora ma purtroppo ho fatto tantissime assenze e rischierei di perdere l'anno. Se prima non sopportavo il modo in cui gli studenti mi guardavano, ora li odio con quei sguardi pieni di compassione. "Eccomi qui, ho fatto una corsa degna di medaglia d'oro" mi dice colei che mi salva da questa massa di persone tutte uguali. "Un biscotto ti va bene comunque?" Le dico porgendogliene uno. Lo guarda tentata ma poi ritira indietro la mano. "Anche se sto morendo di fame questo devo mangiarlo tu, tuo padre mi ha detto che neanche ieri hai toccato cibo" mi dice incrociando le braccia. "Perché non si sta mai zitto? Se mangio troppo si lamenta, se non mangio per niente ha comunque da dire. Chi capisce quest'uomo è un genio!" Esclamo spazientita. "Sta mattina sono andata a trovarlo, stava decisamente meglio, si lamentava per il cibo disgustoso!  Mi ha nuovamente chiesto di te, continua ad aspettarti" mi dice. Non poteva dire una frase che potesse farmi stare più male di questa. "Lo so che hai un motivo valido per cui dici che non puoi e per cui continui a chiedermi di mentirgli. Perché non me ne vuoi parlare?" Mi chiede addolcendo il tono mentre afferra il suo vassoio e si sposta al mio fianco. Cerco un tavolo su cui sederci e mi fiondo su di esso cercando in ogni modo di evitare l'argomento. "Ciao ragazze" ci saluta Chesley, sedendosi accanto a noi. A Maddison si illuminano subito gli occhi e gli sorride raggiante. "Maddison mi ha detto cosa ti è capitato, non pensavo saresti ritornata così presto a dire il vero. Tutto bene?" Mi domanda, non devo avere un bel aspetto. "È tutto okay" rispondo. "Vi lascio soli, tanto ho già finito. Devo fare una cosa importante, ci vediamo sta sera" gli dico prendendo il mio zaino. A passi svelti esco fuori da scuola. So che ciò che sto per fare potrà sembrare anche una pazzia, ma se penso che questo potrebbe essere il mio ultimo giorno, proprio come mi aveva detto lui, non lo farei mai terminare senza averlo prima salutato come si deve. Fortunatamente l'ospedale non è tanto distante dalla scuola, essendo entrambi al centro della città. Con cautela faccio il giro, passando dal retro, dove si trova la finestra della sua stanza. Solo quando sono sicura di non esser vista da qualcuno la scavalco il più velocemente possibile. Quando mi affaccio lo sorprendo con gli occhi chiusi, quindi ipotizzo che stia dormendo. Appoggio lentamente la gamba debole al pavimento e mi avvicino silenziosamente al suo letto. Gli sfioro il palmo della mano e si volta di scatto, probabilmente spaventato. "Abby" dice cercando di mettersi seduto. "Pensavo non saresti più venuta, ormai ci avevo perso le speranze" mi confida. "E invece eccomi qui! Non deve sapere nessuno che sono qui però" gli dico accennando un sorriso. "Ti ho portato un panino, il tuo preferito per la precisione. Almeno il tuo pancino sarà più contento" gli dico porgendogli la bustina. "Decisamente" mi sorride. Ammiro la sua forza, è da pochi tenere il sorriso sulle labbra nonostante ciò che sia successo.Lo osservo mentre mangia con tranquillità e mi rendo conto che prima d'ora non avrei mai trovato, il semplice atto di guardare la persona che amo, rilassante. "Come stai? Fanno tanto male?" Gli chiedo indicando le ferite. "Non tanto, quella che mi crea più problemi è questa che ho sulla testa. Devo stare attento a come mi appoggio. Del resto faranno in fretta a guarire e sarà tutto solo un brutto ricordo" risponde facendo spallucce. "Non penso mi sia spaventata tanto come l'altra sera. Quando ti ho visto privo di sensi a terra ho davvero pensato al peggio, avresti dovuto lasciare che prendessero me. Sento un terribile peso qui dentro ogni volta che ti penso su questo letto" gli dico portandomi la mano all'altezza del cuore. "Non dirlo neanche, non permetterei mai a nessuno di farti del male. Inoltre penso che se avessero preso sotto a te, ti saresti fatta il doppio del male che mi sono fatto io. Sei più fragile e sarebbe potuta andare molto peggio" mi dice allungando la mano verso il mio viso per accarezzarmi dolcemente la guancia. "Mi dispiace dover andare via così presto ma mio padre si preoccuperà tantissimo se non mi vedrà tornare per l'orario scolastico. Sai dopo ciò che ci è successo non si sente più tanto sicuro.." gli dico alzandomi, anche se controvoglia, dalla sedia. "Capisco perfettamente, grazie per il panino e per la visita. Ne avevo bisogno" mi dice guardandomi negli occhi. Mi sporgo verso di lui e con attenzione lo abbraccio. Riesco a sentire i miei occhi inumidirsi, non so per quale motivo mi sta venendo una gran voglia di piangere. Forse per il sollievo di averlo ancora con me e di esser finalmente tornata fra le sue braccia. "Allora io vado, ci vediamo" gli dico scavalcando la finestra. Quando atterro un dolore, anche se non troppo forte, mi colpisce la gamba. "Accidenti, non ne faccio mai una giusta" borbotto tornando verso l'entrata principale dell'ospedale. "Ecco qua la furbetta, dovevo immaginare che non sarebbe bastato per tenerti definitivamente alla larga da mio figlio" esclama sua madre facendomi gelare il sangue. Accanto a lei c'è Sean, che mi guarda con espressione perfida. "Credo sia giunto il momento di mettere in chiaro le cose tesoro. Non solo esigo che tu lasci mio figlio, ma anche che tu smetta di rivolgergli la parola." Aggiunge. "Se lo può scordare, non può forzarmi a fare qualcosa che io non voglio! Io non lo lascerò mai" protesto arrivando al limite della sopportazione. "Certo che non posso, infatti se non mi darai ascolto farò di tutto per portarlo lontano da questa città. Basterà qualche bugia, un viaggio in Inghilterra per delle cure speciali e tu non lo rivedrai mai più!" "Come può fargli una cosa del genere? Non è questo il modo in cui una madre dovrebbe trattare il proprio figlio, anzi dovrebbe volere solo il meglio per lui!" "Certo, solo se non fosse arrivato nel momento meno indicato e se non avesse rovinato non solo la mia gioventù, ma anche la mia intera vita" commenta gelida, quasi mi rifiuto di credere che certe parole le abbia dette sul serio. "E tu come puoi stare ad ascoltare questa donna e non sorprenderti affatto del modo in cui sta parlando del tuo migliore amico? Dovevo immaginare, solo persone senza un cuore come voi due possono andare d'accordo" dico scuotendo la testa incredula. "Hai sentito bene ciò che ti ho detto? L'incidente è stato solo un avvertimento, tu non vuoi che Brooklyn soffra ancora, non è così?" Mi dice facendo una voce alquanto ridicola. Sgranò gli occhi e mi sposto bruscamente da loro due, disgustata. "Era tutto pianificato? Bisogna avere una mente malata per arrivare a voler vedere una persona morta, a prescindere dalla situazione!" Esclamò indignata. "Pensala come ti pare, noi ti abbiamo avvertita" mi dice salutandomi falsamente con la mano. Non so con quale forza riesco a correre e arrivare a casa, forse per la rabbia, per la frustrazione e per la confusione che si sta creando nella mia mente. Sento i richiami di mio padre, ma non gli do ascolto e mi chiudo nella mia stanza, buttandomi sotto le coperte. Un'azione diventata ripetitiva nei giorni precedenti.
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