Chapter 2

2006 Words
Tuttavia e come sottolineato a più riprese già per opere precedenti (e segnatamente per “ Il Libro dei Cieli d’Opale ” che di questo è il diretto precursore) più ancora che essermi ispirato alla letteratura nell’accezione puramente narrativa del termine, con “ Il Tempo dei Totem ” ritengo di aver voluto scrivere, fondamentalmente, un testo di filosofia. Un cammino costellato da riflessioni che esulano dallo storytelling, sulla falsariga di un “ Così parlò Zarathustra ” di Friedrich Nietzsche o delle due perle di Khalil Gibran “ Il Profeta ” e “ Il Giardino del Profeta ”. Una filosofia distante dalle sue derive più pragmatiste o positiviste della civiltà contemporanea, e che ritengo molto più affine a quei linguaggi espressivi del simbolo e della visione poetica onirica cari (ad esempio) alle espressioni del misticismo sufi, come pure al solco della tradizione ermetica. Parlando di ispirazioni per questo libro, non potrei non citare anche una delle opere che forse hanno maggiormente plasmato il nostro immaginario collettivo sugli animali parlanti e le avventure nella foresta: “ Il Libro della Giungla ” di Rudyard Kipling. Testo in qualche misura relegato a figurare tra i classici per l’infanzia e dunque - come diversi altri titoli del suo genere - ingiustamente sottostimato nelle sue implicazioni simboliche o iniziatiche. Si è portati, infatti, ad associare l’animale parlante a concetti infantili, a morali fiabesche di tipo elementare (un animale associato a un vizio o una virtù facilmente spiegabile), e questo lo vediamo sin dai celebri esempi antichi di grandi favolisti quali Esopo e Fedro. Anche la formulazione di avventure più complesse e personaggi più elaborati, arrivando in tempi più recenti a modelli quali gli animali del mondo di Narnia (nelle opere di C. S. Lewis) o di “ Queste oscure materie ” (forse altrettanto celebre trilogia fantasy di Philip Pullman), solo per citare alcuni esempi; non ha saputo del tutto cancellare il pregiudizio popolare nei confronti di una tipologia letteraria la cui portata comunicativa è di gran lunga più estesa e profonda dei suoi più palesi aspetti formativi per l’infanzia. In realtà l’animale fatato o parlante, o anche solo allegorico, è elemento comune a praticamente tutti i grandi cicli mitologici delle civiltà ai quattro angoli della terra, s’intreccia a retaggi sciamanici o compare nei racconti e le parabole pronunciati da tutti i più grandi maestri spirituali. Nella tradizione zen, il percorso di addestramento e crescita personale rivolto all’illuminazione è stato anche descritto con le immagini (le famose dieci icone ) di un mandriano che tenta di domare un bue, utilizzato appunto come simbolo dell’animo in trasformazione. Tornando a “ Il Libro della Giungla ”, ricordiamo fra l’altro come l’opera di Kipling costituì uno dei maggiori punti di riferimento nel plasmare il movimento internazionale dello scoutismo, il quale ha come suo fine ultimo la formazione fisica, morale e spirituale della gioventù. Nel fondare il movimento, Robert Baden-Powel (che fu un caro amico di Kipling) raccolse a piene mani concetti, metafore e persino nomi per i ruoli all’interno dell’organizzazione, proprio dai personaggi dalle avventure di Mowgli e dalla “legge del branco”. Per quanto possa dirsi marginale la mia conoscenza dello scoutismo, l’ho preso qui a esempio proprio per la sua struttura e gerarchia le quali, in un certo senso, rievocano percorsi di tipo misterico-iniziatico di trasformazione del sé e lo fanno attraverso le storie di animali simbolici, non molto diversamente da quanto detto in precedenza per la metafora zen del bue, o da quanto avveniva nelle cattedrali gotiche con gli animali che figuravano tra bassorilievi e capitelli (si veda ad esempio Christian Jacq, “ Il viaggio iniziatico ovvero I 33 Gradi della Saggezza ”). Anche “ Il Tempo dei Totem ” è in qualche misura un invito rivolto agli esploratori, siano essi giovani o meno giovani, viaggino essi su sentieri del mondo o dell’anima, a mettersi in cerca degli animali che popolano la loro foresta interiore, nel tentativo di carpirne i segreti e conoscerne le leggi, prima di potersi definire Uomini portatori di quella fiamma che Kipling chiamò il Fiore Rosso . Nessun animale si stupisce di esistere, eccetto l’uomo. Arthur Schopenhauer PARTE PRIMA L’IMMENSA TESTUGGINE CAPITOLO I Memorie fuligginose si mescolavano ai ruggiti di quei giorni sanguigni, tra le ombre umide e frondose, dove la luce diventava verde strisciando tra le edere. Il cielo si perdeva tra i grovigli al danzare di bertucce, la luna si cingeva di liane gettando il suo sguardo d’avorio sulle foreste dimenticate. Le rovine di ciò che il mondo era stato erano il pasto incessantemente masticato dal brulicante rigoglio di chiome ineguali, invase dal grido dei parrocchetti e dal ronzare di ali trasparenti. I sospiri di vapore delle fiere selvagge facevano da nuvole a cieli di fango, giù, dove s’intrecciavano nodi di radici e fremevano le felci smosse dai sussulti villosi, nell’ombra del mistero che il sole mai osserva. Una grande tartaruga solcava il fiume placido, simile a una collinetta di roccia si aggirava tra tappeti di lenticchie d’acqua e tronchi intabarrati di muschio. L’immensa testuggine fungeva da imbarcazione a un Immortale, che le genti chiamavano Elhem il Multiforme e riconoscevano come Signore della fauna e di quelle terre lussureggianti. Il Dio si ergeva maestoso, con grandi palchi di cervo che gli spuntavano dal capo come fossero vecchi arbusti di nocciolo nel sottobosco. Dispiegava quattro ali con la grazia di un cigno, e le ali erano tanto ampie che sembrava impossibile riuscissero ad attraversare una selva tanto intricata, eppure esse non s’impigliavano nella matassa della vegetazione: erano, piuttosto, simili a una visione spirituale, uno strascico evanescente che le liane non avrebbero potuto ostacolare. Anche il resto del corpo di Elhem pareva un mosaico di creature cangianti: al posto delle gambe egli aveva una sinuosa coda da pesce dalle scaglie argentee e iridate, come l’hanno i guizzanti Tritoni e le Nereidi che nuotano agili negli abissi. Sul busto del Dio si attorcigliava invece un boa, il quale strisciava incessantemente come una spirale lenta ma inarrestabile; così la testa del rettile sbucava ora sopra una delle poderose spalle del suo padrone e, un attimo dopo, già si rituffava sibilando sui pettorali o lungo la colonna vertebrale. Quattro erano le muscolose braccia che si dipartivano dalle spalle del Multiforme, nude ma ornate da superbi bracciali dorati, e con due delle quattro mani egli sempre giocava – reggendoli con indicibile garbo – con un uovo bianco e una farfalla azzurra. Essi erano, per lui, l’immagine del principio e della forma ultima, perciò il continuo passarli da una mano all’altra con maestria da prestigiatore rappresentava, in semplici gesti, la perenne metamorfosi della vita. Scortando quel Dio tanto magnifico, la grande tartaruga attraversò quindi le paludi, tra colonnati d’alberi solenni e antichi, sino al luogo d’adunata che i Numi avevano scelto per incontrarsi e decidere le sorti del mondo. Elhem entrò nel santuario a testa alta e con fare quasi sprezzante. La boria appena accennata sul suo volto gli era data dalle pretese che stava per avanzare in quell’augusto consesso, e dalla consapevolezza di poter esercitare autorità alla luce dei difficili frangenti. A rendere ancora più trionfale il suo ingresso ci pensò tutto un corteo di creature della selva: il suo mantello era tenuto sollevato da uno stormo di variopinti uccelli, una miriade di farfalle dalle ali costellate d’ingannevoli sguardi, e coleotteri simili a gemme brillanti. Tutta la giungla, poi, applaudiva i passi del Dio con un coro di canti e un vociare di scimmie, qualora non apparisse abbastanza chiaramente chi fosse l’unico e incontrastato Padrone di quei territori. Quanto al santuario, bisogna sapere che esso non fosse in realtà un tempio eretto dalla mano degli Uomini, bensì le vestigia ormai consunte di una creatura antichissima, la carcassa della divina Athishak. Un essere che avrebbe forse potuto vivere per sempre o essere longevo quanto i monti, ma che gli immani incendi e cataclismi della Prima Era avevano saputo domare e abbattere. Così, ora, la gloriosa Athishak, il behemoth primordiale, aveva chiuso i suoi più di mille occhi e non li avrebbe riaperti mai più. Ne restava, ormai, soltanto una scheletrica presenza, più simile a un covo di roccia brunita che non ai resti di un essere vivente. Erano, quelli, oscuri sepolcri ma anche culle di un perpetuo germinare, tane fredde ma ricolme di nuova vita: la selva aveva già iniziato a nascondere i segni di decadenza, le lacerazioni e i crolli, inghiottendoli nel soffocante abbraccio delle rampicanti. Ovunque si notava il formicolare di più o meno grandi creature insediatesi tra le macerie, uno zampettare furtivo, un sibilante andirivieni. Anche i troni disposti per gli Dei, all’interno del santuario, erano a ben guardare delle ossa: teschi di animali antichi, forse estinti, frastagliati di dentature e palchi. Diciotto seggi solenni: diciassette di essi erano occupati dai gloriosi Adhìr lì riuniti, mentre un diciottesimo era lasciato vuoto come memento dell’assenza del loro fratello decaduto ed esiliato oltre i confini del mondo. La riunione era esposta ai raggi del sole poiché, quella che era stata un tempo la fortezza vivente, appariva oggi sventrata, senza un tetto che occultasse la visione del cielo. Così vi filtravano biondi raggi, trafiggendo i vapori e accendendo gli sciami di moscerini come piogge di scintille. Le pareti interne sembravano marosi oscillanti, poiché lunghi tratti di esse erano percorsi da tortuose spire di serpenti, come capelli di dame ravvivati da un pettine. Su un basso altare, posto in centro ai diciotto seggi, il Dio Elhem dai bei palchi di cervo aveva deposto con gesto plateale la propria ramificata spada: essa aveva il temuto e onorato nome di Daewadarnoth , la Legge di Natura. Elhem attese dunque che i fratelli la ammirassero e, quando ritenne che i loro occhi lucenti si fossero sufficientemente empiti di quella visione, prese la parola. Si sappia che la voce del Multiforme racchiudeva in sé la potenza del grido dell’orso e la lieve melodia dell’usignolo, il soffio del cobra e il canto delle balene. Egli disse: “Miei divini fratelli e sorelle, voi che siete ad un tempo figli e figlie di Inkahal, mi presento a voi di ritorno da un fruttuoso viaggio presso la candida dimora di nostro fratello Ghaladar lo Splendente, il quale ora mi onora di ricambiare la visita presenziando qui, presso le rovine di quella che fu la mia casa. Ebbene, mi pregio di informare tutti voi del patto tra noi sancito con solenni giuramenti. Come forse ricorderete, un tempo Ghaladar chiese il mio aiuto per forgiare la sua spada: Nhirghal , la Bianca Luce che risplende nel suo pugno. Io, in accordo ai doveri fraterni, gli concessi il mio appoggio”. Fu lo stesso Ghaladar, a quel punto, a intervenire, alzandosi dal seggio per completare l’affermazione di Elhem: “Sì, nostro fratello Elhem acconsentì a donarmi un corno di unicorno, una perla, una colomba e un vello d’ermellino, affinché la loro incorrotta bianchezza confluisse nella tempra immacolata di questa lama, che io volevo superasse qualunque altra bianchezza”, disse sfoderando ed esibendo fiero la purezza eburnea di Nhirghal, la raggiante. Allora Elhem il Multiforme riprese il suo discorso: “Io concessi quei doni per la forgiatura della spada bianca, a una condizione. Dissi, anzi promisi, che se la stirpe degli Uomini non si fosse dimostrata degna della luce offerta loro da Ghaladar, mi sarei presentato io stesso alle porte di Nhirmason, reclamando da Ghaladar che gli animali prendessero la loro rivincita e piegassero gli Umani al proprio volere. Allora avrei fatto valere le ragioni del mio terribile brando, e il mondo sarebbe stato dominato da Daewadarnoth, la Legge di Natura, il cui ululato è udito da lungi e induce persino gli elefanti a inchinarsi al suo nome. Essa non riconosce i costumi del vivere civile, né regole e convenzioni dettate dall’artificio. Così dissi, e ciò intendo mantenere. Poiché gli Uomini hanno dimostrato di non saper custodire la luce della conoscenza e la chiarezza della saggezza. È bastato poco perché si piegassero al male, alla guerra e le iniquità, e dimenticassero il significato di ciò che è sacro”.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD