“Non tutti loro, invero”, lo corresse Ghaladar.
“No”, confermò Elhem, “Non tutti loro. Tuttavia, non bastano pochi giusti per considerare giusta la razza degli Uomini. Essi, al contrario, sono facili alla corruzione degli animi, e sempre cospirano all’annientamento del bene. Per questo io ritengo – e lo ripeto ora dinanzi a tutti voi, fratelli e sorelle – che sia mio compito far valere una nuova Legge. Sappiate, infatti, che non vi è malignità nel cuore degli animali. Essi rispondono docilmente ad armonie perpetue, rispettate da ognuno di loro, generazione dopo generazione secondo il mio volere e insegnamento”.
“Se questo è ciò che avete convenuto, a noi sta bene, e credo di parlare a nome di tutti i nostri fratelli”, intervenne Mahii, l’avveduto e ponderato Signore della Giustizia.
“I nostri regni sono in ginocchio, ancora provati dalla guerra e gli innumerevoli cataclismi che si sono avvicendati sul suolo di questo continente. Inoltre, per quanto la bilancia del fato penda ora a nostro favore e i Titani siano stati sconfitti, è preferibile non sedersi mollemente sull’apparenza della pace, con il rischio di sottostimare i segnali di nuove crisi. Servono confini rafforzati e armate ripristinate, se vorremo farci trovare preparati di fronte alle sfide che il futuro vorrà porre sul nostro cammino. In che modo, oh Multiforme Elhem, ritieni che la tua proposta possa venire in nostro soccorso e renderci più potenti?”.
Gli rispose allora Elhem solenne: “A tutti voi, fratelli, io donerò animali fatati di tale prestigio e possanza, che possiate renderli guardiani dei vostri augusti reami e implacabili duci di eserciti. Sarà la vostra stessa magia a scorrere nelle loro vene, e quella linfa li renderà padroni dei poteri di cui avete la potestà. In tal modo, essi saranno estensioni della vostra forza, della vostra gloria, del vostro dominio. Non come lo sono le servizievoli e devote schiere dei vostri Angeli, poiché gli Angeli sono, per voi, ciò che l’ombra gettata al suolo è per gli esseri concreti. Una replica fedele dei vostri gesti, un calco pedissequo. No, Signori miei, io penso per voi a creature che non saranno soltanto silenziose e obbedienti esecutrici dei vostri ordini. Ognuno di quegli animali, invero, manterrà il proprio temperamento, sarà dotato di una volontà propria, capacità d’iniziativa. Gli animali fatati potranno dunque governare i territori che saranno loro affidati, senza che dobbiate preoccuparvene, se non facendo loro visita di tanto in tanto per controllare che tutto si svolga sotto l’egida della vostra divina approvazione”.
Gli Dei rimasero colpiti dagli scenari descritti, ma le perplessità non li avevano del tutto abbandonati. “I tuoi sono progetti grandiosi, Elhem, ma per quale ragione dei Numi immortali dovrebbero lasciar occupare i loro troni dalle tue bestie? Gli scettri della Grande Magia sono stati affidati a noi, con essi abbiamo creato e dominato questo mondo, dato forma ai suoi dettagli, guidato la sua storia. Tu ora ci chiedi di lasciare questa eredità agli animali. Non ti sembra che, in qualche misura, questo si possa leggere come un affronto alle nostre potestà?”, provò a obiettare Helghalah, Signora del firmamento, e mentre parlava muoveva alcuni passi facendo frusciare soavemente il lungo strascico del mantello punteggiato di brillanti.
Elhem non sembrò farsi trovare impreparato a una domanda di quel tenore e prontamente rispose: “Perché, oh eccelsa Helghalah, le tue stelle sono lontane, lassù, e gli uomini le contemplano soltanto al calar della notte. Non odono la loro voce, non possono toccarle, ignorano persino se esse abbiano un odore. Certo, molti ancora le temono, memori della tragica notte in cui le stelle caddero sulla terra. Ma arriverà il giorno in cui quei ricordi saranno appannati dall’oblio, tramandati soltanto come memorie degli anziani. Sai, tra i mortali i giovani ascoltano gli anziani con un orecchio soltanto, poiché credono che i discorsi pronunciati da chi sta per lasciare questo mondo abbiano ormai poco a che fare con le cose importanti della vita. Così, mentre un vecchio racconterà di quando le stelle cadute tra i flutti fecero innalzare le onde del mare fino a toccare il cielo, un giovane sbadiglierà. Sarà distratto, forse, dal sorriso di una
ragazza, o si affretterà a lasciare il convivio per mettersi a correre e giocare nei prati, divertendosi con i propri amici. Immagina invece questo: che le radiose stelle del tuo firmamento possano, in un certo senso, scendere dal cielo in una forma differente. Immagina che possano assumere le sembianze di un animale. Potrebbe trattarsi di un uccello… ecco, magari un cigno, un cigno dalle piume d’argento…”.
Bisogna sapere che le parole degli Dei sono differenti dalle parole dei mortali. Esse hanno il magico potere di evocare sempre, nella mente di chi le ascolta, immagini nitide e visibili, le quali si formano e disfano nella mente con la facilità e rapidità con la quale le nuvole cambiano aspetto nel cielo. Perciò era come se, mentre Elhem raccontava, tutti gli Dei lì riuniti potessero vedere dinanzi agli occhi quel cigno dipinto dal suo narrare.
“Immagina ancora, sorella mia, che questo cigno prodigioso lasciasse cadere polvere di stelle sbattendo le sue grandi ali, e che quella polvere, scendendo come una pioggia leggera e impercettibile sui mortali addormentati, portasse loro dei sogni, e tu, attraverso quei sogni, potessi mostrare ai mortali i tuoi propositi, istruirli o esortarli a compiere delle azioni. Immagina anche quelli tra i mortali che, malgrado l’ora tarda, ancora siano desti, e volgessero lo sguardo alla volta celeste: allora vedrebbero volare il cigno d’argento, e gli parrebbe di veder racchiusa tutta la magia delle stelle in una creatura animata, una creatura con una propria voce, che potrebbe anche posarsi sulla terra e camminare in mezzo a loro, che forse potrebbe persino sfiorarli o essere da loro sfiorata. Quella di cui vi parlo, oh figli e figlie di Inkahal, è una nuova era. Il tempo dei Totem”.
IL VECCHIO RAGNO
CAPITOLO II
Cullata dalla notte, Tévahali era un’isola lieta, ove tutto pareva cesellato dallo scalpello d’argento della luna piena. Quel bagliore melodioso, che portava con sé tutto un sommesso vociare di grilli e profumo di ginepri, era una carezza tiepida per le genti che restavano sveglie la sera, sui terrazzi, a guardare chi, nelle piazze, s’intratteneva a danzare o a suonare i dolci flauti.
Tévahali aveva tutto per dirsi bella e benedetta, con i suoi colli fruttuosi e le sue scroscianti cascatelle, le siepi d’oro di ginestre e le sue mandrie quiete. Tuttavia, essa era diversa da tutte le isole che si conoscano oggigiorno poiché – come accadeva per altre isole in quei tempi remoti – le sue coste non erano bagnate di bianca spuma. Non conoscevano il monotono andirivieni ceruleo cobalto dei flutti sulla battigia, né il violento schiaffo dei marosi sull’ostinata scogliera. Tévahali e le sue sorelle erano, invece, isole sorrette dalle nuvole e trasportate dal cielo, lambite da invisibili onde di brezza. Osservavano dall’alto il basso mondo, mentre lente correnti le facevano vagare alla deriva dell’orizzonte, ora ammantandole di cirri, ora avvolgendole con i rosei colori di tramonti accesi e poi un grondare di stelle. Tévahali, tra queste isole del cielo, era di gran lunga la più mirevole e celebrata nei canti, quella ricordata con più amore da chi vi aveva messo piede anche solo una volta. Una terra di leggende e nostalgia, di quelle che non si abbandonano mai davvero, mai del tutto, poiché una parte dell’anima vorrà sempre mantenervi la sua dimora.
Accadde poi, un giorno, un giorno simile a tutti gli altri giorni, che le genti semplici di Tévahali avvistarono un’altra isola celeste profilarsi in lontananza. Era, in principio, soltanto un’estesa sagoma scura, un neo sulla pelle dei nembi. Succedeva ben di rado che due isole s’incontrassero nel cielo, perciò l’evento fece molto discutere gli indigeni e provocò le più varie reazioni. Era, quella laggiù, un’altra terra abitata o abitabile? Si sarebbe avvicinata al punto da poter essere esplorata? O, addirittura, c’era il rischio che le due isole cozzassero l’una contro l’altra? In quel caso, quali danni avrebbe provocato l’impatto? Avrebbe potuto causare dei crolli, delle frane?
Erano tanti gli interrogativi pronunciati dagli isolani, ma bisogna figurarsi quelle genti primitive come un popolo fondamentalmente ingenuo e fatalista, disposto ad accogliere con animo mite ciò che ogni giorno avesse riservato loro. Perciò i quesiti suscitati dall’isola apparsa all’orizzonte non ebbero il potere di creare notevole scompiglio o eccessive preoccupazioni. Era stato, piuttosto, un vociferare su un evento fuori dal comune, come si sarebbe plausibilmente verificato per ogni avvistamento che non rientrasse nel normale ciclo vitale della quieta Tévahali.
Ad ogni modo, alcuni isolani iniziarono a industriarsi per fabbricare qualcosa che somigliasse a un ponte di tronchi d’albero, con l’idea di poterlo usare, qualora l’altra isola si fosse avvicinata abbastanza, per abbordarla ed esplorarla. Nessuno di loro, infatti, aveva mai visitato altre terre all’infuori di Tévahali, a eccezione di coloro che fossero stati trasportati altrove dagli Dei per mezzo delle loro imbarcazioni volanti. Il che poteva avvenire più spesso di quanto si creda, poiché la florida Tévahali era un’isola popolosa, dalle genti sane e robuste, perciò capitava che gli Dei traghettassero alcuni coloni per popolare nuove terre o ripopolare quelle che i cataclismi avevano distrutto nel corso della Prima Era.
Tuttavia, nessuno sapeva mai, né poteva prevedere, quando sarebbero giunte nuove navi al porto di Tévahali, e chi gli Dei avrebbero scelto di imbarcare; mentre l’isola fluttuante nel cielo di fronte a Tévahali si trovava lì ora, dunque non aveva senso attendere l’arrivo d’imbarcazioni che potessero trasportare gli isolani su quel suolo misterioso. Se i Tévahaliani avessero voluto esplorare l’isola avrebbero dovuto cavarsela con le proprie forze e risorse. Erano questi, pressappoco, i discorsi che alcuni pronunciarono per esortare i compatrioti a fabbricare il ponte di tronchi d’albero.
I Tévahaliani sapevano che nemmeno il più alto degli alberi, se abbattuto e steso a mo’ di ponte, sarebbe bastato allo scopo prefisso, perciò convennero di chiedere aiuto a un uomo chiamato Tamylis, il quale fabbricava reti da pesca e dunque era tra loro ritenuto il più affidabile ed esperto quando si necessitavano cordami dalla fibra spessa e resistente. Egli aveva una chioma nera e folta, che gli ricadeva sulla schiena come un mantello. Poco altro copriva la sua carne bronzea e fiera, i muscoli forgiati dal lavoro paziente, la pelle decorata con i simboli tribali delle sue genti. Tamylis fu il primo a intessere reti, quantomeno sulla sua isola. Quel sapere gli fu trasmesso da un ragno, uno degli antichi animali totemici che vegliavano sul popolo dell’isola. Tamylis era l’unico, tra gli isolani, con il quale il ragno amasse intrattenersi a discutere, e bisogna sapere che i Totem utilizzavano ben di rado le parole di cui la magia li aveva dotati.
Il vecchio ragno, poi, amava come pochi il bel tacere, e dunque preferiva istruire Tamylis mostrando il sapere con i gesti delle molte mani. Lo fissava in silenzio con occhi di varie dimensioni e, muovendo instancabilmente le zampe come un bagatto giocoliere, insegnava i nodi e le geometrie.
Tamylis chiamava il suo ragno Nonno, e vi era, in quel nomignolo famigliare, un amalgama d’affetto e deferenza, quel rispetto reverenziale che, in generale, veniva riservato agli anziani e i capi dei villaggi.
“Buon vecchio e saggio Nonno”, gli chiese quel giorno
dopo essersi inchinato alla sua presenza, “Il popolo mi chiede di fabbricare cordami abbastanza solidi da legare fra loro i tronchi di quei grandi alberi e farne un ponte, una passerella. Essi, invero, vorrebbero usarla per raggiungere l’altra isola, quando sarà abbastanza vicina alle nostre coste. È un’idea ardita, lo so, ma ditemi buon vecchio Nonno, voi cosa ne pensate? Credete sia possibile? Credete che ne sarei capace?”.
Prima di rispondere, il vecchissimo ragno si prese il tempo di lisciarsi il pelo grigio con la consueta dovizia e lentezza.
Dopodiché parlò, con voce catarrosa e sussurrata, come se ogni parola gli costasse grande fatica: “Tamylis, tu sai d’esser caro al mio antico cuore rugginoso, e fosse per me non sussisterebbe alcun ostacolo a rivelarti la conoscenza necessaria per compiere questa impresa. Tuttavia, c’è qualcosa che io già ti dissi un tempo, quando t’insegnai a tessere reti da pesca. Ti dissi che la tecnica è il modo, ma non il motivo, e che tu avresti sempre dovuto tenere la prima tra le mani e il secondo nel petto.