Prologo
L’idea di un romanzo ambientato nella mitica Atlantide era venuta al suo editore, leggendo le bozze del precedente lavoro. L’abbinamento con il Regno di Avalon, l’aveva mandato, letteralmente in visibilio. Non per nulla la casa editrice si chiama “EVA”, acronimo di “Editrice Virtuale Avalon.
«Mio caro Learco, avete avuto una bella idea. Devo dirvi che mi è piaciuta!» aveva detto la Preside dell’Università, dalla quale dipende la casa editrice. Era responsabile della docenza e della casa editrice che si era rivolta con quel suo modo manieroso - tipico dei partenopei “veraci” - dandogli del “voi” ed aveva proposto: «... potreste scrivere un bel racconto ambientato sul Regno di Avalon, nei suoi ultimi giorni, prima d’essere inghiottito dal mare.» Learco sapeva che quello di Atlantide è un mito che ha tolto il sonno a più di un ricercatore. Tutto parte da un brano del filosofo Platone tratto dai "Dialoghi" di Timeo e Crizia, scritti nel IV secolo a.C., che così recita:
“Al di là di quello stretto di mare chiamato le colonne d'Ercole, si trovava allora un'isola più grande della Libia e dell'Asia messe insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole, e da queste isole alla terraferma di fronte (...). In quell'isola chiamata Atlantide v' era un regno che dominava non solo tutta l'isola, ma anche molte altre isole nonché alcune regioni del continente al di là: il suo potere si spingeva, inoltre, al di qua delle colonne d'Ercole; includendo la Libia, l'Egitto e altre regioni dell'Europa fino alla Tirrenia”.
Il brano viene riferito da Crizia, parente di Platone e si rifà ad un episodio avvenuto nel 590 a.C. durante la visita del legislatore Solone a Sais, capitale amministrativa dell'Egitto. Il tentativo di Solone di impressionare i sacerdoti di Iside con le antiche tradizioni greche fallisce in quanto gli Egizi erano a conoscenza di un popolo vissuto molto tempo prima, sul quale possedevano molta documentazione scritta e la cui civiltà era stata distrutta, migliaia di anni prima, da un cataclisma. Viene fatta anche un'ampia descrizione del territorio sul quale questo popolo, gli Atlantidei, viveva, e cioè un'isola grande più o meno 540 x 360 Km, circondata su tre lati da montagne e aperta a sud sul mare. Al centro dell'isola si trovava una pianura con una montagna nel mezzo. Inoltre la pianura era irrigata artificialmente e, quindi, molto fertile. La capitale di Atlantide sorge nel meridione ed è circondata da mura che hanno una circonferenza di 71 Km c.a., seguite da altre cerchia di acqua e terra a difendere la città vera e propria che aveva un diametro di 5 Km circa. Il clima era temperato, in quanto tra gli animali presenti vi erano gli elefanti.
Una leggenda diffusa tra i Celti sosteneva che una parte della Gran Bretagna si estendeva a sua volta oltre l’Oceano Atlantico. I Celti stessi che abitavano l'Irlanda ed il nord della Francia, sostenevano di venire da una terra sommersa nell’Oceano Atlantico, la mitica “Avalon”. D'altra parte l'eminente geologo inglese Starkie Gardner afferma che nel periodo eocenico le isole britanniche facevano parte di una grande isola o meglio di un continente che si estendeva nell’Atlantico.
Un’altra leggenda narra che in mezzo all’oceano Atlantico è situata un’isola chiamata Avalon, dove dimorano le anime dei morti. Si racconta che nell’isola regni l’eterna primavera e attorno ad essa il mare sia perennemente calmo. Foreste lussureggianti solcate da lenti fiumi la ricoprono per vasto tratto e in questo luogo di delizie, dove non esiste il dolore, ma regna l’uguaglianza, s’aggirano le anime dei trapassati. Vi abita un solo essere vivente ed è il mitico re Artù, che quando l’ora verrà, lascerà l’isola per tornare in Bretagna a sollevare il suo popolo e vendicarsi dei suoi nemici. Ancor’oggi si crede, in Bretagna, che le anime dei morti s’involino una volta all’anno verso l’isola per stringersi al re e testimoniargli la loro fedeltà e la zona da cui son destinati a partire è la Baia dei Trapassati, dove vivono i più ardimentosi pescatori del mondo. Una volta all’anno, il giorno dei morti, tutti i pescatori del borgo se ne stanno rinchiusi nelle proprie case aspettando la chiamata del predestinato per il viaggio, finché ad una porta qualcuno batte tre colpi. Il prescelto scende alla spiaggia, spinge la barca in acqua e comincia a remare, tanto sa che non gli accadrà nulla di male. Il vogatore non vede nessuno ma la barca si fa sempre più pesante e si cominciano a sentire voci, sussurri e sospiri. Egli non smette di remare, mentre il cielo s’imbianca. Poi d’un tratto la barca ridiventa leggera, le voci e i gemiti cessano ed un canto sembra giungere da lontano. Mentre il sole si disegna all’orizzonte, l’isola appare splendente sul mare. La barca allora scivola via leggera per poi fermarsi, mentre un nastro luminoso si leva da essa. Sono le anime dei trapassati che raggiungono Avalon verso la pace eterna e il vogatore saluta gli spiriti dei suoi padri e volge indietro la prua per tornare al mondo dei vivi.
Scrivere di continenti e civiltà scomparse, non era nei programmi di Learco, ma a furia di sentirselo chiedere anche da altri, finì con l’accettare, ma volle chiarire che ci avrebbe, solamente, provato: quello, non era il suo genere. Quando s’imbarcò sull’aereo che da Napoli doveva riportarlo in Brasile, a São Paulo, aveva messo nella sacca da viaggio otto chili di libri che trattavano dell’argomento.