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Allettante seduzione

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Blurb

Inghilterra, Agosto del 1859. Un semplice anno per qualcuno, ma per Evelyn Sherlton, infermiera apprendista di una vecchia contea, quel numero non poteva che ricordarle la morte. La stagione era ormai al termine quando il padre, mai conosciuto, cerca di placare il suo animo tormentato dai sensi di colpa, organizzandole un matrimonio con il conte più ambito da tutta Londra.

Come? Un patto.

Il conte Maximilian Highins, accetta la mano della figlia pur di salvare la reputazione degli Highins, ma senza rinunciare alla vita ben adagiata da donnaiolo.

Entrambi cosí diversi non sanno che l'attrazione riesce a scavalcare con disarmante sensualitá qualsiasi ostacolo.

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1. White cross
Quel giorno, l'aria sporcata dalla frenetica corsa dei cavalli dell'ippodromo, sembrava innervosire ulteriormente il conte del Berkshire, che quella mattina era stato costretto ad uscire di casa molto presto, ma nulla poteva rovinare la soddisfazione provata la notte scorsa. Era stato un vero piacere per Maximilian, scortare le due figlie Rosveet a casa, specialmente quando i vecchi genitori Rosveet erano ospiti altrove. Le due donne erano conosciute in tutta londra come le "sorelle oche" per via dei toni acuti che le loro voci riuscivano a raggiungere, eppure -pensó il conte- erano anche conosciute per la loro bravura a letto e Max, quella sera, non desiderava altro che riuscire a distrarsi dal velenoso inchiostro di quelle carte. Aveva ereditato tutti i possedimenti del padre defunto cinque giorni prima, e avrebbe firmato volentieri tutti i documenti che il notaio gli avrebbe spedito se non fosse per il fatto che lui e il padre non si vedevano da quando aveva abbandonato la tenuta da ragazzo. -Signor Highins- lo fermó quello che doveva essere il braccio destro di Edmud Sherlton -da questa parte, prego mi segua-. Robert Devenport. Secondo quello che si morvorava fra le case piú importanti da gioco di Londra e dagli amici di Max, era il portafortuna di quel vecchio bisbetico ma fortunatamente per lui abbastanza ricco da permettersi una parte dell' ippodromo e il silenzio dei bassifondi. Si trattava pur sempre di fortuna, giusto? Ma la gente solitamente tendeva ad abusarne oltre che beffarsene. Il conte lo seguí, rifiutando l'invito di depositare il cappotto con un gesto che molti avrebbero considerato scortese, ma non c'era niente di piú scortese di quella situazione. Quella mattina aveva ricevuto un messaggio da Edmud, dove lo invitava a recarsi all'ippodromo per parlare di questioni urgenti. Il conte non faceva altro che domandarsi il motivo di quella richiesta, specialmente quando era stata seguita da due cavalli morti trovati davanti le sue stalle. Qualsiasi cosa volesse da lui, Max non si sarebbe fatto di certo intimidire da un vecchio pazzo come Edmud Sherlton. No, non era affatto un uomo che provava timore anzi, cercava proprio qualcosa per sfogare la sua rabbia repressa. Edmud sorrideva contento, col panciotto di seta pregiata e i pantaloni grigi dal taglio impeccabile, sembrava che avesse appena vinto un'altra delle sue scommesse fortunate o ben calcolate, ma dalla consistenza pur sempre invidiabile. -Signor conte, vi prego accomodatevi! Sono contento che abbiate accettato il mio invito- -vi ringrazio- si sedette ricambiando il sorriso -anche se d'invito vedo solo questa caraffa di té caldo. Ma non preoccupatevi, manderó il conto per le carcasse dei miei animali trovati questa mattina- Edmud emise una risata rozza, quasi come se Max avesse fatto una battuta, ma il conte non smise di sorridere nemmeno quando ricevette uno sguardo d'avvertimento dall'omone portafortuna del vecchio. -siete molto sveglio, questo é vero mio signore, ma lasciamo un momento da parte il mio invito. Avete visto che bella gara é stata? E con quanta grinta Tifone ha corso? Penso che sia un cavallo davvero maestoso, non credete anche voi?- -fortunato e vincente, volevate forse intendere, giusto Signor Sherlton? Altrimenti sarebbe già stato abbattuto- Un'altra fragorosa risata uscí dalle labbra dell'uomo, circondate da una barba grigia e ben curata. -proprio cosí! Con quel cavallo ho appena vinto una bella somma di denaro e come dico sempre, il caso sorride a chi lascia tutto nelle sue mani! Ed io adoro quelle dita!- Questa volta rise anche Robert, che silenziosamente mostró la pistola incastrata nei pantaloni come segno d'avvertimento. -Ma non questa volta, purtroppo- Sherlton tornó serio e guardó meglio il suo orologio da taschino dalla catenina spessa e dorata per poi fare un cenno con le dita al suo uomo. Robert li lasció soli e Max capí che qualcosa non andava, sapeva che il vecchio uomo non portava armi con se, perchè le trovava troppo scontate e grossolane, ma amava essere seguito dalla sua guardia del corpo. Una specie di guerriero pronto ad eseguire qualsiasi ordine dettasse il padrone, che l'avrebbe poi ricoperto d'oro e di donne. Max questo lo sapeva bene, non frequentava posti come quelli di Edmund, ma aveva visto Robert parecchie volte entrare nel bordello di St. Honnor, lo stesso in cui recuperava il fratello minore William fino a qualche anno prima; Prima che si sposasse con Elena Bright, diventasse piú maturo e lasciasse la grande casa dell'Ascot. Ricordava ancora quante volte l'aveva salvato da violente risse e dai salati debiti, ma adesso era diventato un uomo- si disse- lasciando il fratello maggiore nel fiore del divertimento e delle bellezze della vita. Max non avrebbe mai scelto delle futili p********e come aveva fatto il fratello, preferiva divertirsi con donne di conti e nobili, immaginando i volti dei loro mariti orgogliosi di avere mogli cosí rispettabili quanto un uomo nudo che camminava in piazza ubriaco.   Maxmillian era fiero di William e della sua scelta, ma preferiva vivere e non pensare alla prigionia che il matrimonio assicurava senza rimborso ne garanzia. -ho un favore da chiedervi, si tratta di una cosa molto delicata- -lo immaginavo, ma vedete non penso di voler diventare come Robert, quindi se non avete altro da dirmi- -ho una figlia- prese un bicchiere di vino e bevve il contenuto in un sorso. -mia moglie quella notte morí é vero, ma il marmocchio rimase in vita- disse scrutando la pista con un odio che Max riuscí a cogliere per pochi attimi perché Edmund poi tornó ad indossare il solito sorriso spento da ubriaco. -non ho mai avuto il coraggio di guardarla. Sapevo solo che se non fosse nata, la mia Ellen sarebbe stata ancora qui- riprese tornando a guardarlo. -non capisco dove vogliate arrivare signior Sherlton, se volete confessarvi io non sono affatto un buon parroco- Dichiaró Max. Si sentiva stanco quel giorno e non vedeva l'ora di tornare nelle sue stanze e continuare a dormire. Si alzó sistemandosi meglio la giacca ma quello che disse Edmund lo bloccò totalmente. -oh! Conosco bene quello che le donne dicono di voi, ma vedete, vi consiglierei di ascoltare le mie parole. A proposito, come sta il piccolo moccioso di vostro fratello?- indicó nuovamente la sedia, invitandolo a sedersi -si chiama Michael, giusto?- Contea di Newcastle, nord Inghilterra. Evelyn non poteva ancora credere di indossare l'uniforme da infermiera, ma in fondo, sapeva che il suo posto era sempre stato quello. La sua, non era di certo una scelta fatta a caso, ma un desiderio ben coltivato e custodito con estrema gelosia sin dalla tenera etá, quando Jamie Jefferson, amico di avventure, cadde dalla slitta rompendosi il braccio. Ricordava ancora il viso paffuto del ragazzo, trasformarsi nello stesso colorito di un pomodoro rosso vivace, per non parlare poi, delle urla isteriche della signora Jefferson, quando tornarono a casa. Era rimasta cosí affascinata dalle capacitá e dagli strumenti del Dottor Hesser, che inizió a considerare la medicina come una setta di eroi vestiti di bianco. Infondo - si giustificó mentalmente - aveva solo sette anni. Ma adesso era qui e sentiva ancora l'ansia della notte scorsa, quando, prima di cena, chiamarono per avvisare della settimana di prova che si sarebbe svolta alla White Cross. -Signorina Sherlton, dovrá attendere altri cinque minuti. Mi dispiace, ma questa mattina sono arrivati altri feriti dal confine.- -non si preoccupi- scattó subito in piedi - aspetteró qui -. Quella che doveva essere la direttrice le sorrise freddamente e le voltó le spalle. Evelyn si sentí una stupida per essersi alzata come una molla impazzita. Nonostante le preghiere della notte precedente, continuava a sbagliare tutto e la buona sorte sembrava odiarla. Per un momento, si chiese se la zia Rose non le avesse gettato del sale sul vestito grigio, prima che lo indossasse di fretta e furia. Spudorata superstizione? No, Evelyn la definifa "inutile fissazione". Era arrivata puntuale, non poteva lamentarsi, ma al risveglio quella mattina, sembrava essere stata colpita da un secchio d'acqua gelida in pieno Dicembre. Si sentiva rigida, le mani sudate e le labbra doloranti per via del continuo mordicchiare nervoso. Ma cosa peggiore, in quella stanza, l'Estate sembrava concentrare tutto il suo calore per farla agitare maggiormente.  Rose l'aveva svegliata tardi, perché non voleva che dormisse poco, cosí Evelyn si ritrovó costretta a saltare la colazione e a gettarsi in una vera corsa contro il tempo, fino a quando, una carrozza per poco non la investí, sporcandole il vestito di fango. Una vera catastrofe, se non avesse avuto con sé il camice bianco di Hesser. Evelyn sentí il cuore farsi piú piccolo al ricordo dell'anziano dottore, deceduto quell'anno. Era stato lui ad insegnarle tutto quello che sapeva ed il camice che adesso indossava, era stato il suo regalo per aver terminato gli studi di medicina. -Eve! Eve!- si sentí urlare in lontananza. Evelyn si alzó riconoscendo subito la voce della zia. Si sentiva giá abbastanza a disagio per la scena di prima, ma con la presenza iperprotettiva di Rose, l'avrebbero sbattuta fuori.  Non appena vide la zia iniziare a correre verso di lei, Eve si sentí morire dalla vergogna. Tutti si erano affacciati dai reparti, lanciando sguardi di rimprovero verso l'anziana con le gonne strette fra le dita. Era una scena troppo esilarante e in un altro momento si sarebbe messa a ridere, ma in quel momento, Eve voleva solo nascondersi dalla zia e ricominciare la giornata da zero. Ma non poteva farlo, cosí si concesse solo un momento per maledire chi le aveva augurato una tale sfortuna e s'incamminó con passo tremante verso Rose. La zia sembrava stravolta, quasi disperata ed Eve ne fu subito preoccupata perché non aveva mai visto quel viso sempre sorridente, adesso corrugato dalla disperazione. -tesoro! Finalmente ti ho trovata! Andiamo! Presto!- Le prese la mano ed inizió a camminare con respiri pesanti. -che succede?- provó a chiedere, schivando alcune infermiere -non posso andare via!- Rose continuava a marciare verso l'uscita ed Eve trovó cosí assurda quella situazione da considerarla quasi surreale. -io non vado da nessuna parte!- Disse alzando la voce. Piantó i piedi ben saldi sul pavimento e infine, riuscí a fermare i passi impazziti della zia. Evelyn, questa volta, attiró l'attenzione di quasi tutto l'ospedale, creando un silenzio fin troppo imbarazzante. Mortificata e piú rossa di una coccinella, questa volta fú lei a guidare la zia verso l'uscita. -bene, siamo fuori. Volete spiegarmi adesso?- Era furiosa. Il suo primo giorno da apprendista era ufficialmente un vero disastro e non era nemmeno cominciato. Pretendeva delle spiegazioni e questa volta, non si sarebbe accontentata del pranzo dimenticato a casa o di una controllata veloce. -Eve sei in pericolo! Tuo padre ti sta cercando per riportarti a Londra ed io..- - Ancora con questa storia!- Evelyn capiva la sua costante preoccupazione. Erano giorni che la zia faceva strani incubi su di lei e questo non faceva che complicare le cose. Durante il giorno se ritardava a rincasare di qualche minuto, Rose chiamava Jamie per cercarmi.  -No! Non capisci! Degli uomini ti stanno cercando!- Evelyn chiuse gli occhi per pochi secondi, pensando a quanto tempo ci fosse voluto per ricevere un'opportunità come quella che aveva appena perso. Non poteva lasciare Rose in queste condizioni e nemmeno farla tornare a casa da sola. Aveva bisogno di piú attenzioni, data la sua etá e la corsa nel corridoio dell'ospedale, sembrava averla distrutta e sfinita. -va bene- Sospiró rassegnata ma si promise di richiamare il White Cross , non appena fosse tornata a casa; forse se avesse spiegato loro le attuali condizioni della zia, le avrebbero dato una seconda possibilità per domani stesso o per la settimana prossima. Invasa da un confortante senso di speranza e positivitá, sistemó il camice nella valigetta e offrí alla zia il suo braccio per riportarla a casa.  -verró con voi, zia Rose. Calmatevi adesso- Rose le fece un sorriso ricco di sollievo ma dato il passo veloce che continuava a mantenere, Eve capí che non sarebbe riuscita a calmarla con le sole parole . Non appena sarebbero arrivate a casa, le avrebbe somministrato dei calmanti ed una tisana rilassante e dopo avrebbe parlato con Jemie per risolvere questa storia alla svelta. -Signorina Sherlton?- si sentí chiamare alle sue spalle. Rose aumentó il passo come se fosse inseguita improvvisamente da un mostro ed Eve non poté fare a meno di voltarsi per capire chi l'avesse chiamata. Vide un uomo, ma i modi bruschi della zia non le permisero di fermarsi e capire chi fosse. -non voltarti Eve! Corri! Corri!- - Zia Rose calmatevi ve ne prego!- Sentiva le braccia della zia tremare e continuare a tirare. Eve non capiva cosa stava succedendo, si sentiva completamente confusa.  -non l'avrete!- Urlava come impazzita. -Non l'avrete mai!- disse cercando di rimettersi in cammino, ma dallo sforzo, ottenne solo un capogiro. -zia Rose!-Eve la richiamó piú volte ed iniziava a sentire il corpo di Rose farsi piú pesante fra le sue braccia. Continuava ad accarezzarle il viso tentando di calmare le pulsazioni troppo veloci, ma sembrava che il panico le avesse inghiottito la ragione.  L'uomo che in lontananza aveva intravisto, le fù subito vicino e prese in braccio Rose, dirigendosi nuovamente dentro l'ospedale. Evelyn li precedette chiamando aiuto, cercando disperatamente qualcuno che potesse ascoltarla, quando due infermiere le indicarono una stanza dove far sdraiare la zia e un dottore gli chiese di aspettare fuori. Solo in quel momento si accorse di non essere sola, c'era quell'uomo che l'aveva aiutata ancora lì con lei.

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