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Il lampeggiante illuminava di strisciate blu elettrico intermittenti le colonne di corso Matteotti, mentre l’auto della polizia avanzava a passo d’uomo sul ciottolato rossiccio. La pietra levigata rifletteva la luce degli anabbaglianti.
Il P.M. Elena Macchi e il commissario Torrisi sedevano sui sedili posteriori, lo sguardo perso oltre il finestrino in direzione opposta. C’era poca gente in giro a quell’ora: le vie di Varese tendevano a svuotarsi dopocena. Una coppia camminava abbracciata sotto i portici, osservando le vetrine dei negozi con le serrande abbassate. Elena vide la donna arrestarsi davanti alla gioielleria adiacente allo storico bar Zamberletti. Le parve indicasse un gioiello al suo compagno. Lui le sorrise e le baciò i capelli, annuendo col capo. “Eccoti accontentata!”, pensò il P.M. “Alla prima occasione, quel gioiello sarà tuo”. Fece scorrere lo sguardo sulle proprie mani senza anelli e intrecciò le dita.
«Agente, si fermi all’altezza del Pirola!», dispose Torrisi. Anche i bar erano chiusi a quell’ora. L’agente arrestò l’auto. I due funzionari scesero e proseguirono per un tratto a piedi. All’incrocio, oltrepassarono un negozio di abbigliamento per uomo e si trovarono di fronte al portone della vecchia casa. Lo trovarono aperto. Quando furono all’interno, salirono la scala, osservando i campanelli. Non tutti riportavano la targhetta col nome.
Arrivati al secondo piano, il commissario si guardò attorno, scuotendo la testa.
«Dottoressa Macchi, non vedo nessuno studio Murro qui», osservò Torrisi.
Il P.M. non perse tempo. Suonò al primo appartamento che si trovava di fronte.
Poco dopo, si udì un rumore di passi strascicati provenire dall’interno e una voce di donna rispondere senza aprire la porta.
«Chi è?»
«Polizia», rispose in tono deciso la Macchi.
Ci fu un attimo di esitazione dall’altra parte, poi si udì scattare la serratura e la porta si aprì lievemente, trattenuta da una catenella di sicurezza. Un occhio intimorito, contornato da una massa di capelli bianchi, fece capolino attraverso la fessura. Torrisi esibì il distintivo. La porta si richiuse un istante, il tempo di togliere la sicura, poi si aprì, lasciando intravedere l’ingresso dell’appartamento. La sagoma di un’anziana donna con un gatto tigrato in braccio si offrì alla loro vista.
«Sa l’è sucèss!», domandò la donna in vestaglia. Dall’appartamento giunse uno sgradevole odore di chiuso e di animale selvatico. Rumore di televisione accesa in sottofondo. Altri due gatti fecero capolino sulla porta, strusciandosi attorno alle caviglie dell’anziana inquilina. Pareva essere sbucata da un libro di fiabe per bambini. Elena Macchi rivide per un istante l’immagine della strega di Hansel e Gretel stampata sul libro che sua madre le leggeva sempre da bambina, prima di spegnere la luce e augurarle buonanotte.
«Sa gh’è?», domandò di nuovo la donna.
Il commissario Torrisi fece un’espressione interdetta. Al P.M. sfuggì un mezzo sorriso divertito di fronte alla faccia del commissario, che non aveva familiarità con il dialetto lombardo.
«Stiamo cercando lo studio del pittore Murro», spiegò la Macchi.
«A chest’ura?», si stupì l’anziana. «A so mia sa la truarà ancamò».
Il commissario Torrisi si intromise: «Ci scusi per l’ora, ma è molto importante».
L’anziana donna dei gatti squadrò per un attimo i due funzionari di polizia, poi uscì sul pianerottolo in ciabatte, stringendosi il nodo della vestaglia in vita.
«L’è chela porta lì!», disse, indicando col dito l’appartamento di fronte.
Elena Macchi si voltò verso il collega con aria trionfante e l’espressione che pareva dire: “Visto, era così semplice!”.
«Grazie, signora», riprese Torrisi. «Ci è stata di aiuto».
L’anziana indugiò sulla porta per alcuni istanti, poi, decise di ritirarsi. Elena Macchi scommise con se stessa che li stesse osservando attraverso lo spioncino. Conosceva bene i tipi come quella: la curiosità l’avrebbe tenuta incollata alla porta fino a che le fosse stato possibile.