Preludio
PreludioAmmirava compiaciuto l’imprendibile paesaggio intorno a sé, pervaso da un senso di predominio e onnipotenza. Il sole autunnale allo zenit inondava di un abbacinante giallo freddo e l’aria era tersa e frizzante. In lontananza si scorgeva il mare e intorno a esso una città vi si specchiava in un lungo e infinito abbraccio. Indugiò un attimo pensoso, concentrandosi per cercare riferimenti che gli consentissero di identificarla. Gli era familiare, anzi, era certo di conoscerla, ma da quella distanza e soprattutto da quell’altezza, la prospettiva cambiava e non riuscì a darle un nome. Come sempre e in ogni ambito è una questione di punti di vista, tutto dipende da dove ti trovi. Ruotò lo sguardo verso nord, in lontananza una maestosa catena montuosa si estendeva sinuosa, perdendosi a vista d’occhio. Dalla sua altitudine, sovrastava persino le cime più alte, aguzze e spruzzate di bianco. Annotò il dato con un misto di autocompiacimento e di sussiego, finché un lontano rintocco di campana lo distolse dalla contemplazione. Era la campana maggiore, la riconosceva dal timbro possente e grave e, cadenzati, seguirono altri due rintocchi. Per le sue reminiscenze avevano un lugubre significato: il funerale di un uomo. Restrinse allora la ricerca attorno a lui, cercando di individuarne l’origine nei gruppetti di case sparsi qua e là, nella campagna sottostante, partendo dal margine con la città. Solo quando arrivò a guardare davanti alla punta dei suoi piedi, finalmente individuò il campanile, accostato a una chiesetta circondata da una corona di cipressi. Era poco più di un puntino laggiù, appena delineato. Fu proprio allora che scoprì con orrore di essere sospeso nell’aria e cominciò a precipitare nel vuoto. In preda al panico, con frenesia tentò scompostamente di aggrapparsi al nulla. Impotente di fronte a quella lunga e inesorabile caduta, vedeva la chiesa avvicinarsi sempre più. Con le lacrime agli occhi per il gelo e la folle velocità, appena distinse sul sagrato due persone vestite di nero e il carro funebre. Man mano che scendeva, metteva a fuoco quelle figure scoprendo che si trattava di due donne che, col naso all’insù, lo guardavano cadere. Le riconobbe, erano le protagoniste dell’ultimo periodo della sua vita. Si meravigliò che ambedue fossero lì in quel momento e ancor più che fossero vestite a lutto. Una di esse sorrideva perfidamente, mentre l’altra piangeva tamponandosi le lacrime con un foulard rosa. Non nutriva sentimenti, né di amore né di odio, verso nessuna delle due, anzi, le aveva bellamente manipolate senza riserve per i suoi scopi e non se ne pentiva affatto. D’altronde, se si fosse permesso di amarle, non avrebbe potuto usarle e nella vita, tutto sommato, è sempre una questione di scelte. Un fugace pensiero gli balenò per la mente, troppo rapido per afferrarlo, quando il suo sguardo incrociò quella che piangeva. Era colei che era riuscita a provare nei suoi confronti qualcosa di prossimo all’amore. A suo tempo, aveva provato un vago e quasi sconosciuto senso di colpa per non aver potuto ricambiarla, ma quella era la vita. La sua vita. Non ebbe nemmeno il tempo per dolersene che vide aprirsi la portiera del carro funebre e, con movimenti impacciati, ne scese barcollante un uomo di mezz’età, infagottato in un soprabito chiaro. Si appoggiò una mano sul fianco, una davanti alla fronte e si inarcò pure lui col naso all’insù per guardarlo, come a godersi la sua caduta libera. Ne riconobbe i lineamenti appena questi fece un sogghigno soddisfatto: era il suo peggior nemico.