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2119 Words
2Il freddo pungente che gli entrava nelle ossa lo fece riemergere dallo stato di torpore. Pervaso dai brividi, istintivamente allungò la mano in cerca di qualcosa con cui coprirsi. Non appena si mosse però, una dolorosa fitta al braccio lo svegliò del tutto. Tra il malessere e lo sconcerto spalancò gli occhi, ma venne accolto da un buio pesto. Si tastò con la mano libera il punto dove aveva sentito la fitta: c’era un ago infilato nella vena. Seguì a tentoni il tubicino a cui era collegato fino a capire che era attaccato a una flebo. Cercando di mantenere la calma e facendo attenzione, si toccò il corpo e anche gli ultimi residui di intorpidimento svanirono con la sorpresa di scoprirsi nudo, steso su un letto non troppo comodo. Con cautela cercò di alzarsi e il contatto dei piedi col pavimento, anch’esso gelido, gli fece istintivamente cercare le ciabatte che di solito lasciava lì vicino. Non trovandole ebbe la conferma, semmai ve ne fosse ancora bisogno, che quello non era il suo letto e quella non poteva essere casa sua. Il pensiero di staccare dal braccio quel doloroso ingombro, si infranse all’idea di inzaccherarsi di sangue e decise di farlo con maggior sicurezza, magari con un minimo di luce. Facendo attenzione a non procurarsi ulteriori strappi, si mise in piedi barcollando e si avvolse alla bell’e meglio nel lenzuolo per ripararsi dal freddo. Appoggiandosi all’asta della flebo, fortunatamente munita di ruote, si diresse a passi incerti verso quella sottile linea luminosa sul pavimento che, a pochi metri da lui, tradiva la presenza di una porta. Individuò la maniglia e l’aprì. L’impatto con la luce improvvisa gli violentò le pupille e solo dopo qualche istante gli occhi si ripresero dallo shock. Era in un corridoio ampio e spoglio, tinteggiato di bianco e freddamente illuminato da neon incassati nel soffitto. Vi si affacciavano una serie di porte metalliche identiche alla sua e, in fondo, finiva con una doppia porta a vetri opachi. Con passi lenti e incerti la raggiunse e dopo averla aperta, con sorpresa si rese conto che dava in un ampio salone con tavoli disposti con regolarità. Rimase stupito nel vedere che era piuttosto affollato, mentre aroma di caffè e profumo di pane caldo si sostituivano all’odore di disinfettante. Qualcuno dei presenti si girò verso di lui che, sbigottito, cercava di capire dove fosse. Gli sguardi assenti o stralunati, accompagnati per alcuni da un monotono dondolio del corpo, per altri da monologhi con interlocutori inesistenti, gli chiarirono rapidamente che si trovava in un ospedale. Per la precisione, in un ospedale psichiatrico. Nemmeno ebbe il tempo di riaversi dallo stupore, che vide tre figure in camice bianco emergere da quella folla e dirigersi verso di lui. Il più piccolo dei tre, che guidava il comitato d’accoglienza, era un giovane sui trenta o poco più, magro impiccato e con i capelli nerissimi e ben pettinati. Lo accolse con un ampio sorriso e, anziché dargli la mano, si toccò la spessa montatura degli occhiali e con tono mellifluo esordì: «Bonjour monsieur, avez-vous bien reposé?». Solo allora realizzò che quello che gli era parso un indistinto vociare nella sala, risultava tale solo perché era in una lingua diversa dalla sua. Lì parlavano tutti in francese. Le domande si riversavano a onde impazzite nella sua mente ancora confusa, probabilmente grazie a qualche sedativo. Come era arrivato in Francia? Perché era in un ospedale psichiatrico? In che città si trovava? «Dove sono?» chiese, meravigliandosi di rispondere con naturalezza nella stessa lingua del suo interlocutore, pur capendo che non era la sua. «Clinique de Saint-Seine-l’Abbaye» disse il giovane medico. «Io sono il dottor Duprè e voi come vi chiamate?» A quel punto lo sconosciuto provò a rispondere, ma non riuscì a trovare una risposta che gli venisse fuori spontanea. «A dire il vero non so… non capisco perché non mi venga in mente» balbettò «così come pure non credo nemmeno di essere di queste parti…» «Direi proprio di no» disse il giovane medico con un sorriso, quindi aggiunse saccente. «Benché la vostra inflessione denoti in modo inequivocabile che avete imparato il francese nel sud del Paese, è altrettanto evidente che non è la vostra lingua madre. Riterrei che dall’accento siate italiano o forse chissà… rumeno» aggiunse accompagnando l’ultima frase con un gesto della mano. «Ma a me viene naturale parlare così» replicò lo smemorato più a sé stesso che a beneficio del suo interlocutore. «Certo, si tratta di un riflesso condizionato. Se mi fossi espresso nella sua lingua avrebbe fatto altrettanto. Ciò significa che lei, qui in Francia ci vive o almeno ci viene spesso. Comunque ora le faccio togliere la flebo così potrà fare una vera colazione. Abbiamo dovuto introdurre l’alimentazione forzata visto che dopo due giorni non si decideva a riprendere conoscenza.» «Due giorni? Sono qui da due giorni?» ribatté sbigottito il forestiero, la testa sul punto di esplodere. «Per la precisione tre con oggi, monsieur. Ma ora che si è svegliato le spiegherò tutto il poco che sappiamo… e cercheremo di capire cosa sa lei di sé stesso.» A quel punto lo riaccompagnarono nella sua stanza, e mentre un infermiere gli toglieva la flebo, il dottore gli puntò a sorpresa una lampadina diagnostica in un occhio, commentando: «Ha ancora le pupille leggermente dilatate». «Sarà per quello che mi dà così fastidio la luce…» commentò l’uomo con una punta di risentimento, in preda ai dolori provocati da quel sottile fascio di luce che gli era parso una daga piantata nel cranio. «Senz’altro, ma vedrà che durerà ancora poco, poi dovrebbe scomparire come gli altri sintomi.» «Sintomi di cosa?» «Di quello che ha assunto; è chiaro che lei aveva in corpo qualche droga.» Poi indicando l’armadietto metallico continuò: «Là dentro ci sono i vestiti con cui è arrivato, li abbiamo fatti lavare. Come ha potuto constatare, nella nostra clinica i pazienti vanno in giro vestiti normalmente. Si faccia una bella doccia, si vesta e venga a fare colazione. Dopo che si sarà rifocillato la vedrò con calma nel mio studio, un infermiere l’accompagnerà». Quando fu solo, lo sconosciuto si precipitò in bagno: era curioso di vedere la sua faccia. Rimase per alcuni lunghi minuti a esaminare l’immagine che lo specchio gli restituiva. I capelli neri e piuttosto arruffati contornavano l’ovale del viso che lo scrutava. Il naso dritto ma non invadente, gli occhi grigi e lo sguardo appuntito, gli conferivano un che di silvestre. Nel complesso si poteva considerare belloccio, ma l’aria impertinente, la mascella pronunciata suggeriva l’idea di un carattere volitivo e tenace. La sua carnagione e i suoi tratti somatici erano quelli di un bianco caucasico di un’età compresa tra i trentacinque ai quaranta anni. Sì, gli era familiare quella faccia da lupo, nonostante l’aspetto trascurato dovuto alla barba di alcuni giorni, ma non riusciva ad abbinargli un nome né gli risvegliava dei ricordi. Probabilmente sì, era italiano, ma poteva anche essere slavo, svizzero o di qualsiasi altra parte dell’Europa. Il nome Vincent gli sfrecciò nella mente come una sensazione, troppo veloce per afferrarne il significato. Rimase a lungo sotto la doccia bollente, perso nel chiedersi se quel nome, spuntato da chissà dove, potesse essere il suo. Ascoltava l’acqua cadergli sul capo e poco alla volta si rese conto del vuoto che c’era nella sua mente. Seguendo la ritualità dei gesti naturali di lavarsi, lentamente riuscì a riportare un minimo di calma al ciclone dei suoi pensieri. Quando uscì dalla doccia, era ormai convinto che Vincent doveva essere il suo nome. Si rase con un rasoio usa e getta che aveva trovato in bagno. Ma anche dopo essersi sbarbato e pettinato, il volto non gli ricordava nulla a parte la vaga familiarità di poc’anzi. Aprì allora l’armadietto dove c’erano i suoi vestiti. La speranza che vi fosse qualche particolare che lo aiutasse ad accendere un lume nel buio della sua memoria rimase frustrata. Anche dopo avere esaminato i capi che dovevano per forza appartenergli, non riuscì a retrodatare la sua vita a più di mezz’ora prima. Una camicia a quadri, un paio di Levi’s, un giubbotto di pecari, il tutto in stile casual di buona finitura, marche internazionali che si sarebbero potuti trovare in qualsiasi grande magazzino di qualsiasi parte del mondo. La cintura così come le scarpe, erano di cuoio morbido e di buona qualità, con l’unica vergognosa caratteristica di avere la punta vistosamente rovinata. Osservandole si capiva che dovevano averlo trascinato a faccia in giù, quindi presumibilmente privo di sensi, con ogni probabilità non da soccorritori di professione. Nessun taccuino, niente documenti nelle tasche, nemmeno scontrini né, va da sé, alcun telefonino. Era uno sconosciuto talmente anonimo, da esserlo persino a sé stesso. Però, quando vestendosi prese in mano la cintura gli si accese una lampadina e la studiò per bene, palpandola con frenesia. Aiutandosi con il bordo del manico del rasoio, allentò la tozza vite che teneva ferma la fibbia che una volta levata lasciò intravvedere una cavità dalla quale spuntavano alcune banconote ripiegate e appiattite. Le estrasse e compiaciuto di sé stesso mormorò: «Beh, almeno ora so di essere un tipo previdente» sorprendendosi subito dopo dalla lingua utilizzata per formulare quel pensiero. Era italiano! Lui era italiano! Pur non avendo idea di che cosa gli desse tale consapevolezza, ne era sicurissimo ed era disgraziatamente l’unica attuale certezza. Ma allora, se era stato trasportato svenuto, perché lo avevano portato in un ospedale psichiatrico? Era forse l’unico ospedale della zona? Era stato vittima di una rapina? Forse era un ubriaco che si era perso nei fumi dell’alcol? O aveva avuto un incidente? E comunque, lui, perché diavolo era in Francia? Quegli interrogativi diventavano via via sempre più pressanti e dare una risposta era una necessità sempre più impellente. Stimolato da quanto appreso e meno impacciato nei movimenti, si diresse al refettorio: doveva per prima cosa riprendere le forze e tutto cominciava dallo stomaco. Per quanto fosse smemorato, questo era un concetto in lui ben radicato e si chiese se facesse parte del suo DNA o se fosse parte della sua formazione. Gli venne in mente la parola addestramento e se la rigirò tra le meningi, forse era un vocabolo che aveva a che fare col suo passato? Arrivò nel salone con lunghe falcate e dopo aver preso un bricco di caffè e un paio di croissant che erano sopravvissuti nel buffet, si sedette a un tavolo per riempire tra i tanti buchi, almeno quello dello stomaco. Il caffè era una brodaglia immonda, schifoso come solo in Francia riuscivano a farlo, in compenso i croissant erano deliziosi… come pure solo in Francia riuscivano a sfornarli. Pensava a ciò che stava trangugiando riconoscendone i sapori, formulando pensieri sempre più lunghi e complessi. Analizzò con più calma la disposizione del locale e le persone che lo affollavano. Quasi tutti avevano finito la loro colazione, ma indugiavano seduti ai tavoli parlottando tra di loro o con sé stessi. A parte qualche caso, non sembravano soffrire di deficit particolarmente gravi. Il salone aveva un arredamento scarno, chiaramente vissuto, i tavoli e le sedie di formica erano una nota stonata che non riusciva a decifrare, ma fu solo dopo aver allungato lo sguardo alle pareti, che in fondo alla sala individuò un orologio datario luminoso, su cui risaltavano numeri e lettere rossi sullo sfondo nero. Quando lesse l’ora, le nove e quaranta, dubitò della sua esattezza, il pensiero che un ospedale servisse la colazione a quell’orario era incongruente anche per uno smemorato come lui e quando lesse nel riquadro sottostante la data, 5 aprile 2003, si chiese se anche quella fosse errata. Tutte le finestre erano molto ampie e disposte su due pareti permettendo una buona luminosità, ma anche una vasta panoramica sugli esterni. I tenui raggi di sole che entravano obliqui, associati all’orario appena letto, gli permisero di realizzare di trovarsi a sud-est rispetto al resto dell’edificio. Si stupì per questo ragionamento, la cui elaborazione andava oltre al primitivo istinto di ogni essere umano. Il nome di Vincent tornò a rotolare tra le sue meningi: benché non fosse italiano, doveva essere il suo. Distese il suo sguardo oltre la finestra più vicina, un grande parco si estendeva tutto intorno. Maestosi cedri del Libano, alternati a magnolie e abeti, erano piantati in bell’ordine a buona distanza l’uno dall’altro, in modo da ombreggiare qua e là lasciando libera la vista di spaziare. Un grande gazebo e numerose panchine bianche risaltavano seminate sul manto erboso ben curato, facendo pensare che con la bella stagione dovesse essere un posto molto rilassante. Gli venne spontaneo il pensiero che con quel colore si sarebbe visto a colpo d’occhio se fossero state occupate da qualcuno vestito in tuta mimetica. Sul fondo, in lontananza, un’alta siepe di ligustro delimitava la proprietà.
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